Agostino Riitano. Concreta utopia mediterranea.

Intervista ad Agostino Riitano, manager culturale, direttore della candidatura di Procida Capitale Italiana della Cultura 2022

Agostino Riitano, dopo aver organizzato progetti, rassegne ed eventi su musica danza e teatro contemporanei in Italia e nel resto d’Europa, oltre ad essere consulente di diverse organizzazioni e docente in master e corsi di alta formazione universitaria, è stato Project Manager Supervisor di Matera 2019 Capitale Europea della Cultura e ora ha portato Procida a diventare la Capitale Italiana della Cultura 2022. Lo abbiamo intervistato per ricostruire con lui un percorso, un quadro e i progetti.

Foto Ufficio Stampa

Come organizzatore o programmatore culturale, che ha avuto modo di fare esperienze diverse e crescenti nell’ottica di un percorso progressivo, cosa hai lasciato e cosa invece hai acquisito nel tempo? Insomma com’era Agostino all’inizio e com’è ora, nel bene e nel male?

Non ho mai pensato e agito il mio lavoro come una mera programmazione culturale. Sin da quando ho iniziato da giovanissimo, a vent’anni, non ho mai focalizzato la mia attenzione esclusivamente su un programma culturale. Nel caso specifico, quando ho creato e diretto dei festival teatrali ad esempio, non ho mirato a creare un palinsesto legato allo spettacolo dal vivo, ma ho sempre immaginato il mio lavoro come qualcosa di un po’ più sofisticato. Ho sempre concepito la cultura non come semplice azione di in-trattenimento, ma come vettore di sviluppo locale o territoriale, oppure di sviluppo di comunità. Per questa ragione il mio apprendistato è stato molto vario e dentro ad esso ci sono ingredienti che ho preso in diversi ambiti: c’è sicuramente un grande lavoro dal punto di vista dell’impostazione organizzativa e quindi un pezzo di management, ma c’è anche un pezzo indiscusso legato alla poesia, un elemento costante. Non a caso nel corso del tempo ho molto ragionato fino ad arrivare, in maniera anche un po’ giocosa e provocatoria, a risemantizzare il lavoro del manager culturale e l’ho definito “artigiano dell’immaginario”. Quindi oggi se mi dovessi chiedere che lavoro faccio ti risponderei con questa espressione e ti spiegherei perché.

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Spiegamelo allora…

“Artigiano dell’immaginario”: apparentemente i due livelli possono sembrare appartenenti a categorie semantiche differenti. L’artigiano nell’idea collettiva è quel soggetto che ha a che fare con la materia, con la sostanza, con il concreto. In realtà dell’artigiano ho preso in prestito la capacità di individuare i problemi, così come la capacità di assecondare la materia con la quale si relaziona, soprattutto dell’artigiano ho appreso la capacità di riabilitare l’errore, inteso non come un fallimento, ma come parte integrante di un processo creativo. Tutto questo applicato però all’immaginario, che in genere è percepito come legato all’irrazionalità, in realtà è qualcosa di molto concreto, con cui ciascuno di noi fa i conti ogni giorno e dentro cui io ritrovo anche una grandissima forza e capacità politica. Dove non arriva il pensiero razionale viene in soccorso l’immaginario e spesso e volentieri sposta le mete e anche i punti di arrivo. Questo in sintesi il tema che mi sta a cuore. Nel corso del tempo non ho lasciato nulla, ho sempre messo tutte le esperienze e soprattutto gli incontri, quelli che Gurdjieff avrebbe chiamato “incontri con uomini straordinari”, fra gli strumenti della mia cassetta degli attrezzi.

Con te non posso non parlare di Sud. Un lavoro che ha a che fare con la scoperta, per alcuni, e con la riscoperta, per altri, dei territori e delle loro realtà, attraverso una riqualificazione o riabilitazione culturale. Un lavoro su spazi e luoghi che poi tendono a diventare “centro del mondo”.

Si, centro perché negli ultimi anni ritengo il Sud Italia uno dei posti più interessanti d’Europa, forse del mondo occidentale. È un laboratorio ed è un laboratorio in costante evoluzione, dove si sono sperimentate pratiche di valorizzazione del patrimonio culturale in contesti comunitari, generando sovente delle vere e proprie esperienze di nuova cittadinanza. In questo grande laboratorio trovo anche un’altra dimensione: spesso è stato considerato come un’appendice minore, in realtà dentro io ci ho trovato un elemento quasi profetico, dentro quello che siamo solitamente abituati a considerare minore, piccolo, marginale ho visto la profezia di un futuro possibile, di un cambiamento.

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Quando si va fuori e si fa esperienza del mondo poi si tenta di ricalibrarla in riferimento alla propria identità. Che senso ha per te in questa prospettiva il ritorno e il ritorno “a sud”?

Non sono mai andato via davvero, sono andato in missione, quindi è stata sempre una dialettica di movimento. Secondo me è un po’ la condizione di alcuni uomini contemporanei quella di essere nuovi nomadi e in questa forma di nuovo nomadismo, in cui l’andare e tornare è stato sempre parte integrante del mio status, ho effettivamente avuto modo di guardare con occhi differenti la realtà che mi circondava, ma non appartengo al fenomeno del downshifting. Per il Sud si parla sempre di fuga dei cervelli, ma non si racconta mai l’altra faccia della medaglia, appunto il ritorno di tantissimi giovani formati nelle principali università italiane e d’Europa, che lì hanno iniziato a fare esperienze concrete di lavoro e che a un certo punto decidono di tornare nel paese d’origine carichi di esperienze e competenze. In questa dinamica del ritorno iniziano ad osservare il contesto con occhi diversi e spesso riescono a ripescare delle pratiche proprio del processo culturale e creativo del luogo che li aveva non trattenuti ed espulsi e che oggi è pronto di nuovo ad accoglierli. Io non faccio parte di questo fenomeno, ma lo trovo estremamente interessante e fa parte di quell’elemento laboratoriale legato al Sud che dicevamo prima. Anzi, nel mio caso ho sempre utilizzato la matrice culturale che apparteneva al mio essere uomo del Sud, uomo mediterraneo, per scavarla al livello internazionale nelle mie esperienze in Sud America o nell’Europa dell’Est. Con matrice mediterranea mi riferisco, ad esempio, alla sottesa solidarietà che ancora esiste alle nostre latitudini, una prossimità, quasi una dinamica di collaborazione e di vicinato. Quando si aprì qualche anno fa il paradigma della sharing economy, in varie parti del mondo e soprattutto nei paesi anglosassoni, il tema doveva essere introdotto anche in contesti universitari. Addirittura nacquero delle applicazioni mobile per una condivisione dell’esubero dell’alimentazione domestica, quindi cucini un po’ di più e lo condividi col tuo vicino di casa: noi al Sud lo facciamo tendenzialmente da secoli. Solamente per dirti che in questo momento della storia alcuni valori del Mediterraneo possono essere esportati ad altre latitudini, perché sono centrali nella visione di un’evoluta società contemporanea.

Quale credi sia il lavoro capillare che potrebbe andare a potenziare e compensare il sistema di creazione di quanto manca a Sud? Se credi che qualcosa manchi…

Credo che ci siano tantissime mancanze e fragilità, è sicuramente necessario fare degli investimenti di politiche pubbliche per generare una diffusa disponibilità dei mezzi di produzione culturale, è una necessità forte mettere in circolazione la dotazione di partenza, gli strumenti per poter generare produzione culturale. Al tempo stesso servono politiche culturali che non si focalizzino sui progetti, ma che inizino a fare investimenti sui processi, quindi maggior attenzione alle imprese culturali e creative e non soltanto al singolo progetto che ovviamente, se finanziato da una politica pubblica, è probabilmente un progetto dopato e inevitabilmente per andare avanti dovrà aspettare una prossima politica pubblica di sostegno. Se le politiche pubbliche a Sud si orienteranno di più a sostenere i processi di produzione culturale e di innovazione sociale, sono certo che i risultati nel medio e lungo termine possano essere davvero straordinari. Altro tema è quello del patrimonio pubblico culturale, anche lì andrebbero fatte delle politiche pubbliche specifiche affinché si possa affidare sempre di più la valorizzazione di una parte di questo a organizzazioni del terzo settore che se ne possano prendere cura creando una rinnovata relazione tra il patrimonio culturale e la cittadinanza.

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Qual è il principio o il criterio fondamentale che utilizzi nell’individuazione di un obiettivo e cosa sottende alla messa in pratica della sua realizzazione, a maggior ragione nell’ottica dell’individuazione di un team di lavoro che deve essere efficace ed efficiente per ottenere dei risultati, ma che non può essere “asettica” avendo a che fare con la cultura e con quella che prima definivi poesia?

Ti porto un piccolo aneddoto: quando il Ministero aprì il bando per la Capitale della Cultura (inizialmente doveva essere 2021 e a causa dello slittamento dovuto alla pandemia è diventato 2022) fui avvicinato da diverse città che mi chiedevano di dare supporto alla costruzione di un percorso di candidatura; alla fine ho scelto e il sindaco qualche settimana dopo aver saputo che avessi accettato, con grande semplicità, mi domandò perché avessi scelto proprio Procida. La risposta per me fu naturale: tante o forse tutte le città che mi avevano contattato avevano la speranza di vincere, in realtà in Procida io vedevo l’utopia. Per esperienza o per attitudine so bene che è l’elemento o il fattore che ci aiuta a camminare, a differenza della speranza, quindi questo è sicuramente decisivo. Riuscire a costruire, partendo da un’utopia, un immaginario collettivo, capire quali e quante sono le urgenze di una comunità e qual è la sua voglia e la capacità di cambiamento, iniziare sempre e comunque da un’analisi profonda dei desideri affinché questi possano poi trasformarsi in traiettorie strategiche. Il presupposto di attivare un processo fortemente desiderante, prima ancora di diventare un quadro strategico, è stato ed è l’ingrediente che credo faccia detonare l’attivazione di un percorso di progettazione complesso legato alla cultura. La questione del team è anch’essa molto delicata, spesso siamo stati abituati a prestare attenzione esclusivamente alle competenze, a capire quali siano le migliori disponibili per poter strutturare dei gruppi di lavoro, io ormai so che (a parte le competenze tendenzialmente sul mercato) mi interessa delle capacità, più che delle competenze delle singole persone, dei singoli professionisti. Sono fortemente convinto che un capability approach generi dei team molto più forti perché al loro interno si vanno a generare sfide personali che poi diventano anche collettive. Quanto Amartya Sen definisce un’etica delle capacità per generare delle economie legate alle capacità.

Che esperienza è stata Matera Capitale Europea della Cultura 2019 e a tuo avviso cosa ha seminato e lasciato come “fioritura” nel territorio?

Direi che esiste una Italia della Cultura prima di Matera 2019 e un’Italia della Cultura dopo. È stata una delle esperienze forse più importanti della storia recente delle politiche culturali del nostro paese, per tantissime ragioni. Per il tipo di semantica culturale che è stata messa in circolazione, per il tipo di approccio generato, per la partecipazione dei cittadini nella costruzione di progetti e politiche: è stata qualcosa di unico. Aver innescato un meccanismo che non celava anche le fragilità di un progetto, non nascondeva sotto al tappeto i problemi, ma aver messo al centro le fragilità e i problemi e affrontandoli collettivamente l’ha resa un’esperienza culturale più sofisticata. Siamo stati un po’ un esempio, ma anche un vero e proprio prototipo per poter sperimentare una politica pubblica complessa, di nuova generazione, contemporanea sulla cultura. Abbiamo imparato tanto, è stata una grande lezione collettiva. Gli effetti tangibili: la crescita delle imprese del comparto culturale e creativo dell’8% (il dato nazionale è del 4,9%), un’incidenza della creazione di start-up innovative del +18% (partendo dalla cultura), un importante impatto sulla filiera turistica il cui valore è cresciuto di 133.000.000 pesando sull’economia della città del +7,6%. Questa è tutta la parte relativa all’analisi di impatto, numeri straordinariamente positivi. Oltre a questo, ti dico che una delle legacy più importanti di Matera 2019 è stata l’innalzamento della capacità progettuale dell’ecosistema delle imprese culturali e creative della Basilicata. C’è stata un’attenzione molto forte all’idea di investire in un processo di co-creazione durato circa due anni, e di investire proprio sulla crescita delle organizzazioni, della capacità manageriale, della dimensione internazionale, della relazione con il pubblico. Un investimento che ha consentito a queste imprese di fare non solo degli ottimi progetti nel 2019, ma di poter continuare da lì in poi a giocarsi una partita, non più soltanto sul terreno locale, ma su un campo di gioco nazionale ed internazionale. Credo questa sia una delle eredità più importanti.

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Procida, il primo romanzo di Franco Cordelli, nel 2006 è uscito in una riscrittura con una nota finale in cui si legge «Nella letteratura era possibile credere. Nella realtà, non era possibile». In un momento storico come questo in cui la realtà è abbastanza incerta e discretamente instabile, com’è stato credere in Procida Capitale Italiana della Cultura 2022 e che esperienza è affrontare ora il lavoro su un progetto del genere?

Partirei dal tema che abbiamo scelto per la nostra candidatura, che poi è anche il nostro claim: “la cultura non isola”. Considera che lo abbiamo individuato quando ancora non era stata dichiarata la pandemia, abbiamo depositato il progetto prima dell’emergenza sanitaria. Ero già convinto che la cultura andasse intesa come una questione essenzialmente di legami, perché in questo modo possiamo attivare dei percorsi di cura. Cura del patrimonio culturale materiale e immateriale, cura delle relazioni che sono parte integrante dei processi culturali. Con l’avvento della pandemia tutto questo è diventato un motto necessario. “La cultura non isola” è un concetto in cui si sono visti e si rivedono in tanti, è un’azione di grande speranza. Ci sentiamo interpreti della speranza collettiva che il 2022 possa essere l’anno della ripartenza del mondo culturale. Non dobbiamo dimenticare che mentre parliamo i teatri e i cinema sono chiusi, gli spazi culturali sono fermi, gli artisti sono a casa, le maestranze non lavorano da più di un anno. Procida in questo senso rappresenta la grande forza collettiva per poter far ripartire l’ecosistema culturale del Paese. Cercheremo di farlo mettendo insieme le migliori forze disponibili non soltanto in Italia, ma anche in Europa. Sicuramente spingere sulla candidatura di Procida è stata anche la volontà di forzare alcuni meccanismi: è la prima volta che un’isola si candida, è la prima volta che vince e vince una piccola comunità (diecimila abitanti per un territorio di quattro chilometri quadrati). Un lembo di terra sospeso nel Golfo di Napoli che dichiara di voler contribuire a spostare l’asse tradizionale dell’investimento sui grandi attrattori e sui grandi centri storici. Ci auguriamo possa essere solo l’inizio per poter ripensare la geografia delle politiche culturali italiane. Il modello della monocultura turistica, dei grandi centri storici, il fallimento dell’investimento a tratti esclusivamente sulle grandi città d’arte ci deve far pensare che in realtà la ripartenza del mondo culturale deve essere policentrica, diffusa, partendo proprio da quelle dimensioni culturali in grado di garantire anche una prossimità, tra l’universo culturale e la cittadinanza, tra la cittadinanza e l’ospite, tra l’ospite e un ciclo virtuoso, quello di tutte le economie che questi processi possono generare, economie etiche. Tutto focalizzandosi fortemente sulle sfide che  sono state dichiarate dall’agenda Onu 20-30, sfide importantissime della sostenibilità ambientale, con la convinzione che i processi culturali possono fertilizzare i territori, le nostre comunità per generare, di fatto e non soltanto con le parole, grandi cambiamenti ecologici. L’isola per noi è metafora della condizione dell’uomo contemporaneo, siamo tutti delle isole, con fatica generiamo piccoli arcipelaghi e la cultura è la malta per costruire ponti al loro interno, il collante che li tiene insieme.

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Ogni luogo ha una sua specificità anche rispetto alla comunità che lo abita. Procida è forse tra le altre isole del Golfo quella che meno delle altre ha un concetto dell’ “altro che arriva” come di qualcosa legato a dinamiche turistiche. Com’è stato preso e vissuto il progetto dalle persone che ci vivono?

Spesso gli investimenti fatti nel nostro Paese sulla cultura erano legati all’idea che si dovesse in qualche modo generare un indotto sul turismo. In realtà bisogna continuare a fare degli investimenti culturali per avere processi di cambiamento, innanzitutto per i cittadini che vivono quotidianamente i territori. L’approccio metodologico che ho proposto e che poi abbiamo attuato è stato partire dal coinvolgimento diretto dei cittadini, lo abbiamo chiamato “Procida Immagina”, un percorso di capacity building o creazione collettiva. I cittadini, suddivisi in tavoli di lavoro, hanno tirato fuori i desideri e le necessità che sono poi diventati gli assi strategici su cui abbiamo impostato tutto il lavoro. Non è un progetto tarato dall’alto, nasce proprio dalla volontà dei cittadini di lanciare una sfida interna e poi verso altre comunità. Sono progetti che definisco sartoriali, perché nascono “a misura” sulle caratteristiche di quella comunità. Procida è molto diversa dalle altre isole del Golfo, ha un’economia prettamente fondata sul mare, la maggior parte dei procidani sono dei marittimi, non c’è l’industria turistica di massa, non si accende d’estate per spegnersi d’inverno,  è vissuta dagli isolani trecentosessantacinque giorni l’anno. Questo le ha consentito di conservare la sua identità culturale, un dato di partenza che la rende speciale e unica, molto densa di patrimonio culturale, anche di conflitti sociali. Ma i conflitti sociali determinano processi di grande apertura: pensa che è stata la prima isola minore ad aprire uno sprar e lo ha scelto, è un’isola che ha sempre fatto i conti con la diversità culturale, i suoi cittadini sono marinai, capitani, hanno girato il mondo, da sempre. Con la comunità c’è una naturale dialettica, a volte sfocia anche in degli attriti, è tipica di una comunità che si attiva.

Oggi sembra tutto più difficile nel programmare o costruire, anche per una questione logistica dovuta alla situazione generale. A che punto del lavoro siete?

Abbiamo ottenuto il titolo da otto settimane. Sono quarantaquattro i progetti culturali e trecento i giorni di programmazione. Oggi lavoriamo sui presupposti di governance e organizzativi per realizzare il programma raccontato in maniera puntuale nel nostro dossier, per utilizzare al meglio il 2021, ancora complesso, e creare tutte le premesse per inaugurare a gennaio 2022 questo anno da Capitale.

Se dovessi provare a fermare una sorta di diapositiva di questo momento storico dal punto di vista socio-culturale e una inquadratura di campo lungo nella prospettiva di quanto potrebbe accadere di qui a qualche tempo?

La pandemia sull’universo culturale ha avuto un impatto che difficilmente ci porterà a ritrovare la cosiddetta normalità in tempi brevi. Non finirà per la cultura col punto e a capo, ma con dei puntini sospensivi. Ora sta a noi capire dentro quei puntini come vogliamo immaginare soprattutto la condizione dell’uomo contemporaneo. Le istituzioni e le organizzazioni culturali devono giocare un ruolo centrale, saranno quelle che potranno, insieme agli artisti, disegnare delle traiettorie e delle possibilità. Soprattutto potranno aiutare a unire insieme le nostre comunità. Mi piace usare questa metafora: è come se la cultura nei prossimi anni dovesse rammendare tutto quello che si è stracciato in questa pagina molto complessa della storia contemporanea.

Marianna Masselli

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