Move. La docuserie di Netflix inquadra tendenze e culture della danza

Move è un documentario disponibile su Netflix da ottobre 2020: 5 episodi per raccontare storie di coreografie e di danzatori da diversi paesi del mondo.

Una strada vuota, a destra e sinistra i negozi con le insegne accese, colorate e sfavillanti; al centro della carreggiata un ragazzo con un giubbotto griffato Keith Haring. Il ragazzo indossa un paio di grandi cuffie bianche: «il mio nome è Charles Riley, sonoconosciuto come Lil Buck, vengo da Memphis, Tennessee. E il mio stile di ballo principale è il Memphis Jookin». La camera inquadra il volto del giovane uomo, gli occhi sono chiusi e la testa dondola a tempo di musica: «uno dei miei obiettivi è mostrare al mondo che la street dance è un’arte». L’inquadratura si sposta nuovamente dietro la schiena del protagonista, Lil Buck comincia a danzare procedendo in avanti, gli arti si muovono come fossero autonomi, c’è qualcosa della breakdance ma con un’armonia diversa: è il jookin, una cultura di strada nata negli anni ‘90 nella città di Elvis. Le punte dei piedi sono importantissime, le grosse scarpe sportive creano forme con un’evidente ascendenza dal moonwalk di Micheal Jackson. Poi ci sono brevi e immediati ralenti, la precisione di Lil Buck è tale da sembrare un effetto speciale. Il montaggio lascia il posto a un video in bassa definizione: il danzatore da ragazzino, per le strade di Memphis, quando la madre non si spiegava neanche come potesse muoversi in quel modo.

Move è un documentario firmato da Thierry Demaizière e Alban Teurlai, due filmaker francesi in grado di spaziare dal sacro al profano (recentemente hanno lavorato a un documentario su Rocco Siffredi come a uno su Lourdes), la piattaforma di distribuzione è Netflix: si riconoscono alcuni canoni precisi, con uno specifico del racconto ormai ben collaudato per numerosi argomenti, si pensi al successo di Chef Table. In Move la narrazione procede attraverso schemi altrettanto definiti: danzatori e coreografi di caratura mondiale vengono raccontati a partire dalla loro estrazione sociale, dai luoghi in cui si sono formati, tra passato e presente. I racconti dei parenti stretti si intrecciano con quelli dei collaboratori, nutrendosi delle immagini con le quali iconicamente vengono rappresentati paesi, città e comunità.

Il primo, dedicato a Joon Bogz e Lil Buck, si articola anche attraverso una certa retorica tipica del racconto biografico americano: gli artisti venuti dalla strada, la spasmodica ricerca del successo, il bisogno di far capire che le culture coreografiche nate dal basso possono diventare arte, l’affermazione personale globale. C’è però anche una questione politica e civile: i due street dancer si sentono parte di un movimento più grande che è quello della cultura afroamericana; i loro corpi sono dei tramite di diffusione di due precisi segni: il jookin e il poppin.

La serie evidentemente vuole mescolare i generi accostando modalità di approccio, stili e geografie molto distanti tra loro: ecco ad esempio che il secondo episodio è ambientato in una vera e propria mecca della danza contemporanea mondiale, la sede della Batsheva Dance Company; al centro del racconto ci sono il volto, il corpo, le pratiche le ricerche di Ohad Naharin. Siamo a Tel Aviv, in Israele, qui il racconto si concentra anche sul lavoro di compagnia, a migliaia di chilometri dalle favole del successo, dai movimenti imparati per strada, nel mezzo del cerchio tra jeans, cappellini e scarpe gonfie di gomma colorata. D’altronde, Batsheva è una delle compagnie più acclamate e ospitate nei festival internazionali, più volte anche in Italia. Spiccano in questo secondo documentario due questioni: il racconto del lavoro di Naharin sul Gaga – linguaggio corporeo da lui sviluppato, a metà tra ginnastica e rito liberatorio – e la modalità di composizione drammaturgica per i nuovi spettacoli della compagnia. Soprattutto il primo mostra una spinta sociale importante nel lavoro del coreografo israeliano, la possibilità di utilizzare questo tipo di movimento che permette a tutti di rimettersi in contatto con il proprio corpo, anche con non professionisti e anziani.

Con Israel Galván, al terzo episodio torna la possibilità di racconto più congeniale a Netflix: Israel è un piccolo fenomeno in una famiglia che fa del flamenco il proprio pane quotidiano: arriva l’età adulta, i premi il successo tra gli appassionati e il genio artistico non domabile dalla tradizione. Galván si ribella alla prigione della monotonia di una danza fatta, sì, di riti storici ma anche di una serie di regole e schemi che ne impediscono l’evoluzione. Il flamenco di questo artista statuario ed elegante sembra nascere dal silenzio dei suoi occhi; parla pochissimo eppure attraverso una serie di scelte radicali – che lo hanno posto anche in conflitto con la propria famiglia e la comunità spagnola del flamenco – sta cercando di portare nuova linfa alla danza dei suoi avi liberandola anche dalle rigide categorie di genere attraverso le quali si esprime un intoccabile machismo.

Il penultimo episodio della prima stagione, e si spera che Netflix ne produca almeno un’altra, torna alle culture nate dal basso negli ultimi decenni: le danze dei ghetti, i corpi indomabili – magici – cresciuti nelle strade, sequenze coreografiche in cui l’acquisizione della tecnica, l’allenamento durissimo e quotidiano sono, insieme al talento naturale, dei lasciapassare per una vita migliore. Così accade anche nella Kingston di Kimiko Versatile, a stemperare lo stereotipo del meccanismo narrativo ci sono i controtempi jamaicani, una certa rilassatezza che alleggerisce la lotta per l’affermazione. Kimiko è riuscita ad emergere, ha trasformato la dancehall in una pratica pedagogica internazionale. Anche in questo caso però colpisce la caratura politica con cui il movimento femminile della dancehall cerca di scolpire in modo diverso la giovane tradizione. Anche qui la danza e le sue origini africane sono un modo per liberarsi dal potere maschile, per avere un’insperata autonomia di vita.

Gli appassionati frequentatori dei festival di danza e live arts in generale conoscono ormai la figura del danzatore e coreografo bengalese Akram Khan, spesso si è detto della sua storia, della famiglia emigrata in Inghilterra, della capacità di Khan di mescolare le danze tradizionali indiane del Kathak con la performatività occidentale, di recente ha colpito anche il suo annuncio di fermare la propria carriera di danzatore per proseguire solo quella di coreografo.
E qui infatti comincia il plot più interessante tra quelli raccontati da Move: la Akram Khan Company viene chiamata in Bangladesh per creare un grande spettacolo con danzatori locali. La macchina da presa entra nelle prove, nei momenti di creazione, fino a quando la storia recente con la pandemia si mette di traverso al grande show.

Storie di resilienza femminile, culture underground che emergono e conquistano i grandi palcoscenici mettendo al centro la questione razziale, danzatori che innovano la propria tradizione di provenienza liberandola dai tabù di genere anche a costo di rischiare il linciaggio. Move è un primo passo importante per raccontare attraverso i grandi mezzi delle piattaforme streaming i numerosi linguaggi delle arti performative, tra divulgazione, fascinazione e alfabetizzazione di base.

Andrea Pocosgnich

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