Suono di un’ombra. Shadows of Tomorrow di Ingri Fiksdal

Al Teatro India, nell’ambito della rassegna dedicata alla danza contemporanea Grandi Pianure ,è andato in scena Shadows of Tomorrow di Ingri Fiksdal. Recensione

Foto Dessirhana Utomo / Anders Lindén

Un “concerto muto” sembra essere una contraddizione in termini. In assenza di musica o suoni sulla scena, il pubblico si trova immerso nel silenzio, dunque a non ascoltare nulla. Eppure, è proprio un concerto muto ciò che Ingri Fiksdal intende allestire con Shadows of Tomorrow, visto a Roma all’interno di Grandi Pianure. Si tratta di una performance musicale e coreografica ispirata alla dodicesima traccia dell’album Madvillainy del gruppo hip-hop Madvillan al suo debutto (2004), che a sua volta attinge alla poesia Shadow of Tomorrow del jazzista afro-americano Sun Ra (J.L. Wolf, H. Geerken, Sun Ra. The Immensurable Equation, Waitawhile, Wartaweil 2005, p. 339).

L’apparente paradosso viene però meno a un’analisi più attenta. Fiksdal crea volutamente una coreografia per una “partitura senza note” perché intende far percepire distintamente i suoni concreti dei movimenti dei venti danzatori coinvolti nella performance e dell’ambiente che si trovano ad attraversare, venti performer locali che hanno partecipato a un laboratorio con la coreografa nei giorni precedenti.

Foto Dessirhana Utomo / Anders Lindén

A livello scenico, infatti, tutto è organizzato in modo da raggiungere la massima neutralità visiva e narrativa, lasciando così che ad essere stimolato sia soltanto l’udito del pubblico. I venti danzatori sono coperti da strati sovrapposti di stracci colorati che lasciano solo scoperte le mani, sicché è precluso di cogliere il loro sesso, la loro età, o qualsiasi tratto distintivo della loro persona. Lo spazio al Teatro India è una grande sala dalle pareti bianche, sulle quali vengono proiettate luci di diversi colori che si alternano a intermittenza. I movimenti dei performer sono semplici, compiuti da tutti i danzatori insieme o in piccoli gruppi, ma sempre in una generale omogeneità d’azione: ora ondeggiano, ora tremolano in piedi sul posto, ora strisciano per terra, ora si siedono ora si rialzano con lentezza. Entro tale cornice non c’è alcuna storia da seguire o simbolo da decodificare, a dominare c’è solo un silenzio pregno dei respiri dei danzatori e del pubblico, degli stracci che sfregano il pavimento, di altri suoni che rilasciano i corpi coinvolti nell’azione collettiva. Benché non vi sia dunque musica, vi è comunque un concerto, non meno ricco di esperienze sonore rispetto a quelle che si possono ricavare da un’orchestra dal vivo.

Foto Dessirhana Utomo / Anders Lindén

L’operazione in sé non è del tutto innovativa. Il principio che il silenzio non esiste perché pieno di suoni che non vengono normalmente uditi è ad esempio un tratto caratteristico della poetica di John Cage, che ha portato a sua volta a molti “concerti muti”, il più noto dei quali è senza dubbio 4’33” del 1952. L’aspetto originale di Shadows of Tomorrow è semmai il tentativo di spingersi un po’ oltre, ossia di provare a cercare il suono non solo dei corpi che si muovono nello spazio, ma anche il ritmo delle ombre proiettate a intermittenza sulle pareti (il cui light design è  cura di Ingeborg Olerud). Le luci mirano, infatti, a mettere in rilievo – nella percezione degli spettatori – i movimenti di queste forme riflesse dei danzatori, a farle diventare le protagoniste di un’altra danza e di un’altra melodia silenziosa, che procede in parallelo a quella che ha luogo nello spazio fisico della scena.

Ci troviamo naturalmente così catapultati da un piccolo paradosso (il “concerto muto”) a un paradosso ancora più grande. L’ombra è di per sé il riflesso di un corpo esposto alla luce, vale a dire un incorporeo che di per sé non ha consistenza e, in quanto tale, non emette il minimo suono. È però qui che l’uso delle luci psichedeliche manifesta il suo senso profondo. Se infatti la psichedelia è il tentativo di spingere la coscienza e la percezione oltre i suoi limiti, allora il concerto di Shadows of Tomorrow è psichedelico perché fa lo sforzo di far udire il suono di un’ombra: un puro assurdo, o un obiettivo che sembrerebbe folle perseguire per la sua impossibilità e inutilità. Se non fosse per il desiderio di procedere laddove la mente ordinaria spesso nemmeno sogna di poter andare.

Enrico Piergiacomi

Grandi Pianure, ROma – febbraio 2020

SHADOWS OF TOMORROW

disegno luci Ingeborg Olerud
costumi Ingri Fiksdal, Elena Becker e Signe Vasshus
performer Pernille Holden, Sigrid Hirsch Kopperdal, Venke Sortland, Marianne Skjeldal
e venti performer locali
produzione Nicole Schuchardt – amministrazione Eva Grainger
Con il sostegno di The Norwegian Arts Council e The Norwegian Artistic Research Program
ringraziamenti Skolen for Samtidsdans, Det Andre Teatret, Black Box Teater, Dansens Hus e Kunsthøgskolen i Oslo

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Enrico Piergiacomi
Enrico Piergiacomi è collaboratore di ricerca presso l’Università degli Studi di Trento. Studioso di filosofia antica e di teatro, è specialista del pensiero teologico antico e delle sue ricadute morali, dei Presocratici, dei filosofi ellenistici. Attualmente, lavora all’edizione italiana degli scritti di Phillip Mitsis sull’Epicureismo, supervisiona il Laboratorio Teatrale dell’Università degli Studi di Trento e cura la rubrica Teatrosofia (https://www.teatroecritica.net/tag/teatrosofia/) con Teatro e Critica. Dal 2016, frequenta il Libero Gruppo di Studio d’Arti Sceniche, coordinato da Claudio Morganti. È co-autore con la prof.ssa Sandra Pietrini di Büchner, artista politico (Università degli Studi di Trento, Trento 2015) e autore di una Storia delle antiche teologie atomiste (Sapienza Università Editrice, Roma 2017; di prossima pubblicazione). Un suo profilo completo è consultabile sul portale: https://unitn.academia.edu/EnricoPiergiacomi

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