Ultras. Raccontare a teatro un’ideologia degenerata

Adriano Pantaleo, della compagnia del Nest (Napoli Est Teatro), porta in scena NON PLUS ULTRAS, scritto con Gianni Spezzano. Visto alla sala piccola del Teatro Eliseo. Recensione

Foto www.compagniateatronest.it

A sinistra una piccola regia audio e luci, un cappuccio e un cappotto, neri. Dalla parte opposta una passerella, simbolicamente l’ingresso di un hotel e una giacca rossa dai bottoni dorati. Tra questi due estremi si muove Ciro (Adriano Pantaleo), narratore di se stesso, correndo nella foresta di campanelli che segnano lo scandirsi di una vita uniforme, ripetitiva, prevedibile: dal coro utras in auto-tune allo scorrere di mille identici fastidiosi turisti. In mezzo sta la tribuna. Una tribuna impolverata, sgualcita, con pochi sedili in plastica rossa. In mezzo stanno le scelte di Ciro, i personaggi che guideranno la sua conversione.

Ciro – in riferimento a Ciro Esposito, tifoso del Napoli assassinato a Roma nel 2014 – è steward in un hotel stellato. Faccia pulita, sorriso stampato, una partitura fisica impeccabile. Questi nascondono, come la giacca double face, l’insofferenza di un giovane che, al contrario dei propri coetanei, non ha mai voluto illudersi di aspettative irrealizzabili e di sogni impossibili. Tranne uno: l’amore di una ragazza, bella e intelligente. Ed eccola là, Susanna, la hostess sensuale e sfrontata che fuma e parla di calcio, la figlia del temuto capo ultras Biagio ‘O Mohicano. Ciro decide di rinnegare il proprio ruolo di tifoso occasionale per schierarsi in prima linea, per lei, per conquistare la benedizione del padre, per rendersi degno.

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Non Plus Ultras, di Adriano Pantaleo e Gianni Spezzano, coproduzione di Teatro Argot Studio, Teatro Eliseo e NEST Napoli Est Teatro, è stato presentato tra gli eventi del prologo di stagione del Teatro Eliseo, dedicato alle giovani compagnie. È un piovoso giovedì di fine ottobre, il Piccolo Eliseo è disabitato, perfino dalle maschere. Nonostante il poco pubblico in sala però, complice il tepore delle poltrone, l’atmosfera presto si scalda, la risposta è veloce, istintiva.

Ciro corre, da una parte all’altra della scena, sui gradini della tribuna, in un continuo cambio d’abiti, tra la sua vita normale e la vita vera, sempre più vera, sempre più affascinante. Nel corso di un brillante one-man-show, esplora man mano la scenografia praticabile (di Vincenzo Leone). La superficie della tribuna, in velatino, permette di sfruttarne anche gli ambienti interni, su più livelli. Ogni “stanza” è dedicata a uno dei personaggi, che Ciro interpreta di volta in volta indossando la parrucca e gli occhiali esposti su tre manichini, modulandone la voce e le posture.

La tribuna diventa, inoltre, schermo per le video proiezioni di Carmine Luino, che solo nel finale arrivano a mostrare esplicitamente la violenza del campo da calcio, ma che prima giocano sottilmente con riferimenti eterogenei e ironici, da elementi trash-pop alla colonna sonora rock, e fino al messaggio del Presidente della Repubblica Mattarella agli Italiani del 2018, in cui condanna le azioni ultras.

La questione ultras è analizzata nelle sue sfaccettature recondite; le dichiarazioni di Ciro non derivano da una comprensione ma da assiomi, da massime preconfezionate che fa proprie come versi di una preghiera. Taluni meccanismi ricordano facilmente il sistema mafioso, soprattutto per ciò che riguarda la costruzione di un nuovo nucleo sociale identitario, soprannominato per l’appunto “famiglia”, in cui viene traslata e rafforzata la normale gerarchia patriarcale dei ruoli. Un capo con i propri sottoposti, e diversi ordini di sottoposti. L’ingresso in curva si configura anche qui come un rito, scandito dalle diverse prove di passaggio. Sono prove di coraggio e di fedeltà, per quanto la famiglia ultras sia più morbida nei confronti dei propri membri: la partecipazione alla curva deve essere libera e consapevole, e il ritirarsi di un individuo non ne segna necessariamente il tradimento.

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Ciro, istruito dal cugino, si trova presto completamente travolto da quella che doveva essere un’esperienza breve, giusto il tempo di conquistare la fiducia del Mohicano. L’adrenalina dell’assalto, l’ebrezza della fuga, lo conquistano tanto quanto i valori di rivalsa e di lotta sociale. Lo sguardo ingenuo, semplice e la sua vocazione “anomala” per la tribuna sottolineano l’assurdità di tale scelta. L’unica voce fuori dal coro è, ora, quella della stessa Susanna, ormai dimenticata, ormai costretta a una vita di attese e di timori, a una vita di domeniche solitarie e irrequiete di fronte allo schermo della televisione. Susanna è la voce di tutti quelli che non c’entrano, di quelli che soffrono i colpi di una battaglia che non gli appartiene ma che continuamente li ferisce. È la voce di tutti i tifosi, i poliziotti, le madri, le famiglie sacrificati sull’altare del calcio da un’ideologia folle e violenta.

In questa dimensione pulita di perbenismi e luoghi comuni l’ideologia ultras (in gergo “la mentalità”) prende forma in un tema che esula la dimensione ristretta dello stadio e che si fa sintomo di una società che, sentendosi dimenticata, elabora una propria concezione di giustizia. La reazione ultras supera di molto i limiti della questione calcistica per toccare il disagio di una comunità estesa; Ciro lo spiega e, dal suo sguardo di giovane disilluso e con niente da perdere, tutto questo appare giustificato, perfino logico. Il nemico è la società tutta, la società dei potenti, delle speranze tradite e dei valori perduti. La lotta parte, è vero, dalla critica di quel calcio moderno che è facciata del denaro sporco e degli interessi più biechi, della mercificazione e della perdita di valori dello sport, ma presto la valica per generalizzarsi e rivolgersi a tutta una compagine statale che dei propri cittadini sembra essersi dimenticata. Quella della tribuna è la comunità che tenta disperatamente un’autodeterminazione e che finisce per ripiegare sull’autodistruzione come dimostrazione ultima di indipendenza.

Nasce forse come lotta politica – il legame con i gruppi politici estremi è noto, bisognerebbe poi indagare la qualità del discorso politico in essi insito – ma perde ogni volontà di cambiamento e di progresso, per avere come ultimo fine la violenza. La violenza e basta. “Che male c’è se vogliamo farci del male?”. Del resto la mentalità, laddove pura, gode di un proprio codice di valori e comportamentale. Vietato l’uso di lame e di armi da fuoco, vietato coinvolgere individui non appartenenti alla curva avversaria.

Infine, soprattutto in quelle regioni dove politiche economiche e sociali non garantiscono uno stile di vita accettabile ma spesso obbligano al distacco dalla propria terra, lo stadio diviene il campo di battaglia per la difesa di un’identità territoriale e di un sentimento di appartenenza – nazionalista, regionalista, o peggio, provincialista – minacciato.

Ormai travolto in un vizio incontrollabile, Ciro perde completamente il senso dei limiti della propria scelta. E non potrà rendersene conto nemmeno quando ‘O Mohicano – capelli lunghi e berretto – gli chiederà di rinunciare a Susanna per la squadra e per la famiglia, come ultimo sacrificio: così, con la sua croce, finisce Ciro. Sull’altare dei nuovi martiri.

Angela Forti

Piccolo Teatro Eliseo, Ottobre 2019, Roma

NON PLUS ULTRAS
uno spettacolo di Adriano Pantaleo e Gianni Spezzano
con Adriano Pantaleo
drammaturgia e regia Gianni Spezzano
scene Vincenzo Leone
costumi Giovanna Napolitano
luci Giuseppe Di Lorenzo
assistente alla regia Raffaella Nocerino
contributi multimediali e foto di scena Carmine Luino
collaborazione alla drammaturgia Adriano Pantaleo
organizzazione Carla Borrelli
produzione Argot produzioni / Teatro Eliseo / Nest / un ringraziamento a La Corte Ospitale

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