Angels tra due secoli. Intervista a Elio De Capitani

Torna in scena con un nuovo cast il capolavoro del Teatro dell’Elfo: Angels in America, di Tony Kushner. Abbiamo chiesto a Elio De Capitani qual è secondo lui la qualità così duratura di questo testo. E tante altre cose. Intervista.

Foto Laila Pozzo

”Voglio ringraziare perché parlare insieme di arte mi ha fatto dimenticare per un po’ tutta la burocrazia che c’è dietro la gestione di un teatro e di una compagnia”; così Elio De Capitani mi saluta, alla fine di una conversazione fluviale di un valore intellettuale altissimo, come pochi artisti teatrali sono in grado di affrontare. Sono da poco finite le repliche di Angels in America di Tony Kushner, tornato con un nuovo allestimento proprio al Teatro dell’Elfo che De Capitani dirige, insieme a Ferdinando Bruni; l’artista risponde soffermandosi su caratteri politici, storici, artistici, per evidenziare come stia evolvendo la società dell’epoca attuale. 

Cosa c’è in Angels in America che risuona così fortemente nel nostro tempo?

È un testo che parla di un’epoca storica, quella di Reagan, ma si collega al maccartismo attraverso Roy Cohn e i Rosenberg, allo stesso tempo si collega al tempo presente perché proprio Cohn è stato mentore di Donald Trump; tutto questo non si vede in scena ma si avverte, ci si rende conto tra il pubblico che l’origine di quella energia vitale e cinica della destra americana, è ormai un fenomeno dell’epoca attuale, quindi ha caratteristiche universali, come anche ravvisato da Harold Bloom che infatti lo ha inserito – unico nel suo genere – nel canone occidentale. E anche l’applauso finale di questa edizione lo testimonia, perché ci si trova di fronte a una particolare specie di catarsi, come se ognuno si riconoscesse in questa vicenda come assoluta, palpabilmente dentro la nostra epoca.

Foto Salvatore Pastore

Da cosa ha avuto origine la volontà di rimettere in scena questo testo a distanza di tanti anni?

La necessità è cresciuta pensando alle nuove generazioni che non avevano avuto possibilità di vedere questo testo, pur nel dubbio di autocitarsi, di non essere all’altezza; poi, tutti insieme noi dell’Elfo, ci siamo trovati a vedere un piccolo spettacolo: Road Movie, con Angelo Di Genio, la cui interpretazione è stata talmente toccante che senza parlarci tra noi abbiamo deciso di rifare Angels in America perché ne avevamo appena trovato il protagonista. E non potevamo aspettare: questo mondo cambia troppo velocemente, il suo tempo è ora e dovevamo pagare il prezzo di buttarci nel vuoto.

Eric J. Hobsbawm nel suo libro più noto, Il secolo breve (1994), parla di come gli uomini giovani di quel tempo vivessero «in una sorta di presente permanente, nel quale manca ogni rapporto organico con il passato storico». Cosa è cambiato nel passaggio da un secolo, il Novecento, a questo ancora poco definito tempo nuovo?

Foto Laila Pozzo

Vedi, quello è un libro che utilizzo nei miei corsi di teatro perché, nonostante si occupi apparentemente d’altro, lo ritengo fondamentale per un artista e credo che Hobsbawm abbia ragione nel definire “breve” il secolo che stava finendo; mi viene in mente Harry Kissinger, un dimenticato colpevole del secolo passato, che ha scritto negli anni Ottanta un manuale sulla diplomazia e c’è una curiosa, straordinaria dimenticanza: manca la parola “religione” e, secondo me, questa rimozione è esattamente quello scarto di prezzo che il tempo attuale paga verso il Novecento; in un certo senso quindi la differenza che passa tra Reagan e, per esempio, Thatcher, è proprio nel fatto che in quest’ultima, pur essendoci il concetto di famiglia, di assistenza, mancava quello che in Reagan è stato il comunitarismo americano, quell’idea che una verità esiste e bisogna affermarla, una verità che viene da Dio; lo stesso Trump, un uomo disincantato e pieno di sé, parla anche all’America profonda, ultrareligiosa, capace di finanziare campagne pubblicitarie sulla famiglia, sulla cura per gli omosessuali, sui feti, su tutto ciò che nel Novecento era minoritario e ora invece affolla i discorsi dei potenti: qui è di nuovo – e questo è un tema di Angels in America – il ritorno della religione come motore di civiltà, leggibile nel testo come un richiamo clamoroso al tempo attuale, con tutti i conflitti che stiamo vivendo tra Oriente e Occidente e con un cambiamento decisivo delle categorie a cui era abituato l’uomo del recente passato.

Qual è secondo te la caratteristica del potere in questa nostra epoca?

C’è un seme della hybris attuale che mi piace far risalire a un personaggio come Tarquinio il Superbo, ultimo della Roma dei re, vecchissimo, tracotante, sconfitto, che porta dentro la superbia del liberismo estremizzato oltre il culto della personalità; questo è un aspetto che torna spesso nella storia, una vocazione a diventare schiavi di un monarca, in qualunque forma di Stato, con leader sempre più paranoici, senza vergogna, che cavalcano paure.

Foto Salvatore Pastore

Ci sono autori che hanno influenzato il percorso della compagnia in tutti questi anni?

Kushner rappresenta l’Elfo anche per l’incontro tra il frivolo e l’impegno politico – è proprio lui a usare il termine “frivolo” – perché in teatro la leggerezza accanto alla profondità è un tratto estremamente importante, che per l’Elfo si conserva fin dall’inizio nella nostra sede del Leoncavallo, quando la critica ci additava un po’ proprio per questo carattere festoso del nostro fare teatro. A influenzarci sono stati gli autori in grado di avere questa fisionomia: di certo Fassbinder, Botho Strauss, poi gli spettacoli che andavamo a vedere alla Schaubühne di Berlino, sia nella versione Stein, sia nella versione più scura, irrazionale, di Grüber; la grande illuminazione di Pina Bausch (a cui abbiamo dedicato una sala del nostro teatro) che, oltre alla grande sensibilità, ci ha insegnato la necessità di avere un repertorio che ci accompagnasse negli anni, capace di passare alle nuove generazioni. Dopo Berlino ci fu Londra, il nuovo teatro inglese che, al contrario di come è stato spesso percepito, era capace di parlare della violenza in modo doloroso – mi ricordo come Sarah Kane detestasse la violenza – e noi ne siamo stati profondamente influenzati. Poi è arrivata la sintesi, proprio Angels in America in cui si fondevano tutte le caratteristiche dell’Elfo e che ha portato alla maturità degli interpreti della compagnia.

Elio De Capitani e Cristina Crippa. Foto Laila Pozzo

Un artista teatrale vive di palco, ma la propria passione ha origini diverse, spesso appena fuori dalla scena. C’è uno spettacolo che reputi memorabile nel tuo percorso di spettatore, che ti abbia fatto scoprire di voler fare teatro?

No, io faccio teatro per motivi squisitamente sessuali, non è l’arte che mi ha colpito. Facevo politica ed ero un bravo organizzatore, al liceo prima, poi all’università dove però il confronto con il movimento di massa si era fatto più caotico; in quella occasione fui chiamato a mobilitare un po’ di pubblico per il debutto di una giovane compagnia teatrale che non chiamava gente, anche se lo spettacolo precedente aveva avuto successo; era uno spettacolo dell’Elfo e apparve questa donna meravigliosa, con i capelli alla Angela Davis, la voce calda, scese in platea e venne da me a dire: “Signore, vuole comprare un oroscopo?”; era Cristina Crippa che adesso, dopo 46 anni, è ancora mia moglie: per avere lei, ho dovuto fare teatro, un danno collaterale di un innamoramento folle.

Simone Nebbia

ANGELS IN AMERICA – SI AVVICINA IL MILLENNIO – PERESTROIKA
di Tony Kushner
uno spettacolo di Ferdinando Bruni e Elio De Capitani
scene di Carlo Sala
costumi di Ferdinando Bruni
video Francesco Frongia
luci Nando Frigerio
suono Giuseppe Marzoli
con Angelo Di Genio, Elio De Capitani, Cristina Crippa, Ida Marinelli, Umberto Petranca, Sara Borsarelli, Alessandro Lussiana, Giusto Cucchiarini, Giulia Viana
una produzione Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia e Teatro dell’Elfo

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