Teatrosofia #95. Primo trattato di recitazione, Le Compassioni di Trasimaco

IN TEATROSOFIA, RUBRICA CURATA DA ENRICO PIERGIACOMI – collaboratore di ricerca post-doc e cultore di storia della filosofia antica presso l’Università degli Studi di Trento – CI AVVENTURIAMO ALLA SCOPERTA DEI COLLEGAMENTI TRA FILOSOFIA ANTICA E TEATRO. OGNI USCITA PRESENTA UN TEMA SPECIFICO, ATTRAVERSATO DA UN RAGIONAMENTO. Nell’antichità l’arte teatrale quanto era vicina alla retorica? A NOVANTA numeri di distanza, ritorniamo sulla recitazione secondo il sofista TRASIMACO e  nel #95 RIPERCORRIAMO le tracce del primo trattato di recitazione.

foto https://www.austinfilmmeet.com/acting/

Si discuteva, nell’antichità, se recitazione teatrale e retorica fossero arti identiche, differenziate solo per la sede e il tipo di pubblico a cui si rivolgono (quello del teatro o del foro), oppure se fossero due discipline differenti e rivali. Il sofista Trasimaco di Calcedonia fu uno dei più antichi personaggi a occuparsi della questione, anzi, sembra fu il primo a occuparsene in un trattato. Secondo il libro III della Retorica di Aristotele, infatti, egli dedicò nel trattato Compassioni una trattazione sulla declamazione teatrale e, forse, sulle sue somiglianze e differenze con la retorica (ne parlavamo già in Teatrosofia #5).

Non ci sono purtroppo pervenuti frammenti del trattato, né qualche testimonianza sul suo contenuto e sulla concezione di Trasimaco della recitazione. Subito dopo aver ricordato le Compassioni, però, Aristotele sintetizza un’argomentazione che paragona la declamazione teatrale e la declamazione retorica, sottolineando che le due forme di recitazione hanno un punto in comune e una differenza. Entrambe mirano allo stesso effetto: ottenere il premio della vittoria in un agone, sia esso forense o recitativo. Tuttavia, declamazione teatrale e declamazione retorica sarebbero distinte perché l’una è acquisita più per natura e meno per tecnica, mentre la retorica è appresa solo per tecnica. Ne deriva a sua volta una distinzione tra gli attori e i retori. Gli uni sarebbero persone che sanno recitare quasi solo in virtù di doti naturali, come dice peraltro anche Platone nello Ione (trattato già in Teatrosofia #9). Gli altri sono invece professionisti che imparano a fare quel che fanno mediante lo studio intensivo.

Ignoriamo se l’argomentazione di Aristotele segua alla menzione delle Compassioni di Trasimaco perché si tratta di una cripto-citazione dal sofista, oppure se sia solo un caso fortuito. Se è vera la seconda ipotesi, la distinzione tra declamazione teatrale e declamazione retorica sarebbe solo aristotelica. D’altro canto, a rinforzare l’ipotesi che l’argomentazione possa essere di Trasimaco è una testimonianza parallela di Quintiliano, il quale riporta che la recitazione o actio sia una parte della retorica che si apprenda per natura. Inoltre, sappiamo dal Fedro di Platone e dal commento allo stesso dialogo del Neoplatonico Ermia che il sofista cercasse, con la sua arte, di vincere le cause destando nei giudici e nel suo pubblico le passioni di ira o compassione. Più in generale, stando di nuovo a Quintiliano, egli studiò in modo particolareggiato la “mozione degli affetti” (ovvero la tecnica di attirare le simpatie o le antipatie dell’altro su un argomento).

La duplice prospettiva stabilisce indirettamente che esista una differenza tra la declamazione teatrale appresa per natura e la declamazione retorica acquisita per studio, ossia proprio quello che dice Aristotele. Anche se non c’è certezza assoluta, possiamo così supporre che l’argomentazione aristotelica sia una parafrasi delle Compassioni del sofista, e così che avessero attinto a questo trattato tanto Platone ed Ermia, che in fondo parlano del modo di destare la compassione, quanto Quintiliano.

Altre testimonianze su Trasimaco non aggiungono se non dei minimi dettagli a questo quadro. Un altro passo del libro III della Retorica di Aristotele riporta che il sofista si richiamò al mito tragico di Filottete, spesso rappresentato sulla scena, per paragonare l’aspetto fisico del rapsodo emaciato e coi capelli dritti, sconfitto dal suo rivale Pratis, a quello dell’eroe devastato dal morso del serpente. Plutarco ci informa invece che, nel testo Dominatori, Trasimaco forniva regole su come giudicare chi fosse migliore o peggiore nelle esibizioni dei teatri e del foro. Questi testi specificano meglio come il sofista si confrontasse con l’arte teatrale per insegnare come essere dei buoni retori.

Resta una questione del tutto aperta quali fini Trasimaco intendesse raggiungere attraverso questa distinzione tra declamazione teatrale e declamazione retorica. Forse, egli intendeva dimostrare che il retore è superiore all’attore perché raggiunge per ingegno quello che l’altro ottiene per natura. O al contrario, Trasimaco poteva anche cercare di nobilitare la retorica dicendo che, se raggiunge l’apice della tecnica, essa diventa bella e coinvolgente come il teatro. Non essendo possibile optare per una o per l’altra lettura, possiamo almeno concludere che il sofista manifesta verso gli attori e la loro attività un interesse non indifferente, o in quanto rivali, o in quanto modelli di riferimento.

Enrico Piergiacomi

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Quindi, quando l’elocuzione giunge [in un’arte], ottiene un effetto analogo alla declamazione teatrale. Solo brevemente alcuni intrapresero a trattare di essa, ad esempio Trasimaco nelle sue Compassioni. La declamazione teatrale è dote naturale ed è meno prodotto di tecnica, invece l’elocuzione oratoria è prodotto di tecnica. Perciò come gli attori dotati di talento conseguono i premi, cosi accade agli oratori esercitati nella declamazione; infatti coloro che scrivono discorsi ottengono successo appunto più per l’elocuzione che per il pensiero (Aristotele, Retorica, libro III, passo 1404a12-19 = 85 B 5 DK)

Né dobbiamo certo dar retta a certuni, tra i quali Albuzio, i quali affermano che le parti della retorica sono soltanto le prime tre [invenzione, disposizione, elocuzione], perché, dicono, la memoria e la maniera di declamare sono doni naturali, che non riguardano quindi l’arte. Dell’una e dell’altra, daremo, a suo tempo, i relativi precetti, pur se anche Trasimaco ha pensato ugualmente riguardo alla maniera di declamare (Quintiliano, Istituzione oratoria, libro III, cap. 3, § 4 = trad. Faranda-Pecchiura)

Ma quanto ai discorsi strappalacrime sfoderati per la vecchiaia e la povertà, mi pare che l’abbia vinta per arte la potenza del Calcedonio, uomo d’altronde straordinario nel suscitare la collera nella gente e poi nell’ammansire chi aveva fatto adirare incantandolo, come soleva dire, e potentissimo nel lanciare e sciogliere calunnie in ogni modo (Platone,Fedro, passo267c7-d4 = 85 B 6 DK)

«Ma quanto ai discorsi strappalacrime»: Infatti il Calcedonio, ossia Trasimaco, insegnò questo: come si debba muovere a compassione il giudice e ottenere misericordia, con parole commoventi sulla vecchiaia, la povertà, i figli e cose simili (Ermia, Sul «Fedro» di Platone, p. 239.18-20 = 85 B 6 DK)

Si dice che i primi di costoro ad usare i luoghi comuni siano stati Protagora e Gorgia, e a ricorrere agli affetti Prodico, Ippia, lo stesso Protagora e Trasimaco (Quintiliano, Istituzione oratoria, libro III, cap. 1, § 12; trad. Faranda-Pecchiura)

Ma la buona similitudine contiene una metafora; per cui si può paragonare lo scudo alla coppa di Ares e una rovina allo straccio di una casa. CosìTrasimaco chiama Nicerato un Filottetemorso da Pratis avendolo visto coi capelli ritti e magro, dopo esser stato sconfitto da Pratis in una rapsodia (Arist. III 1413a5-9 = 85 A 5 DK; trad. Plebe, modificata)

Ancor più fuori luogo colui che, anziché fare il padrone di casa, si erige a giudice e arbitro di convitati che non gli hanno chiesto di farlo né di essere giudicati per stabilire chi è migliore o peggiore di chi. I convitati non sono venuti per gareggiare in una competizione, ma per banchettare. Il giudizio non è facile, in quanto alcuni si distinguono per età, altri per potere, altri per familiarità con il padrone di casa, altri ancora per parentela. Si deve invece avere a portata di mano, proprio come quando ci si esercita in un’indagine comparativa, i Topici di Aristotele e i Dominanti di Trasimaco: non si realizza alcunché di utile, ma si trasferisce la vanagloria dalla piazza e dai teatri ai simposi e si tenta di scacciare tutti i risentimenti con il piacere della compagnia, ma d’altra parte ci si atteggia in maniera boriosa (Plutarco, Questioni conviviali, libro I, passo 616C8-D9 = 85 B 7 DK; trad. Busetto)

[Le fonti su Trasimaco sono nel capitolo 85 di H. Diels, W. Kranz (Hrsg.), Die Fragmente der Vorsokratiker, Berlin, Teubner, 1956. Dove non diversamente indicato, le traduzioni sono tratte da Gabriele Giannantoni (a cura di), I Presocratici, Roma-Bari, Laterza, 1969. Gli altri testi citati sono Armando Plebe, Aristotele: Retorica, in Gabriele Giannantoni (a cura di), Aristotele: Opere. Volume secondo, Milano, Mondadori 2008; Rino Faranda, Piero Pecchiura (a cura di), Quintiliano: L’istituzione oratoria, Torino, UTET, 1979; e Anna Busetto, Plutarco: Questioni conviviali I, in Emanuele Lelli, Giuliano Pisani (a cura di), Plutarco: Tutti i moralia, Milano, Bompiani, 2017.

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Enrico Piergiacomi è collaboratore di ricerca presso l’Università degli Studi di Trento. Studioso di filosofia antica e di teatro, è specialista del pensiero teologico antico e delle sue ricadute morali, dei Presocratici, dei filosofi ellenistici. Attualmente, lavora all’edizione italiana degli scritti di Phillip Mitsis sull’Epicureismo, supervisiona il Laboratorio Teatrale dell’Università degli Studi di Trento e cura la rubrica Teatrosofia (https://www.teatroecritica.net/tag/teatrosofia/) con Teatro e Critica. Dal 2016, frequenta il Libero Gruppo di Studio d’Arti Sceniche, coordinato da Claudio Morganti. È co-autore con la prof.ssa Sandra Pietrini di Büchner, artista politico (Università degli Studi di Trento, Trento 2015) e autore di una Storia delle antiche teologie atomiste (Sapienza Università Editrice, Roma 2017; di prossima pubblicazione). Un suo profilo completo è consultabile sul portale: https://unitn.academia.edu/EnricoPiergiacomi

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