Madre Courage. La vita strappata alla morte

Una epopea la Madre Courage e i suoi figli di Bertolt Brecht, sulla scena del Napoli Teatro Festival 2019 per la regia di Paolo Coletta. Con Maria Paiato. Recensione

Foto Sabrina Cirillo

Tra le figure apparse nel teatro del Novecento, la Madre Courage di Bertolt Brecht rappresenta un caso particolare, per il fatto di essere in apparente anticipo sulle vicende che in appena pochi anni produrranno oltre settanta milioni di morti: la guerra di Brecht, descritta nel 1938 e quindi a un anno dalla prima invasione che decreterà lo scoppio del secondo Conflitto Mondiale, è una guerra invisibile, non ha scontri in campo aperto, non ha strategie militari, la si conosce soltanto attraverso i tentativi di sopravvivenza che il personaggio da titolo cerca di sperimentare, a ogni cambio di bandiera. Anna Fierling, madre di tre figli e commerciante di vettovaglie per gli eserciti (qualunque essi siano), si erge nell’opera come emblema, al punto che il suo vero nome viene assorbito dal titolo di “courage”; il suo carattere, la sua forza d’animo scacciano via per quanto possibile ogni coinvolgimento nella guerra che, per contrasto, le fornisce l’unica sussistenza. Una macchina di morte le concede la vita. O qualcosa che le somiglia. È in questo quadro che Paolo Coletta proietta Maria Paiato, Madre Courage e i suoi figli al seguito, come un piccolo esercito familiare, sul palco del Teatro Nuovo di Napoli per il Napoli Teatro Festival 2019.

Brecht, come sempre con una forte componente musicale agita sulla scena dagli stessi attori, compone l’unica opera possibile sulla guerra, lui ebreo tedesco in esilio dalla Germania nazista e vissuto tra le due grandi guerre del Novecento: se ne va indietro fino ad ambientare la sua storia in uno scontro seicentesco tra cattolici e protestanti, va cioè a rendere allegorica la paura del presente che si sta trasformando sotto i suoi occhi, anticipando così una profetica guerra delle differenze che diventerà la più sanguinosa e disumana di sempre. Affida il suo viaggio nel tempo a questa figura mai perfettamente chiara, Courage, indefinita tra il bene e il male: da un lato madre che cerca di difendere i propri figli a ogni costo dalla guerra che vuole portarli via, dall’altro commerciante sensibile soltanto alla moneta che la farà vivere, perché tra cattolici e protestanti, dice, preferisce i “pagani”, quelli che pagano.

Lo spazio scenico vive in un doppio piano: quello reale dell’azione e quello deformato dallo specchio di fondale, scosceso in obliquo come a schiacciare la scena; la vicenda pertanto si articola sia attraverso la normale dinamica di gesti e parole del testo, tra i personaggi, sia in gesti stilizzati e senza parole che appaiono sullo specchio rialzato; la muta condiscendenza dei gesti riflessi verso i gesti reali compone un quadro duplicato, ma forse per questo completo, come a voler dire che i gesti di una guerra sono una replica continua in qualunque epoca della stessa dinamica di sopraffazione; cambiano nomi e luoghi, resta identico il meccanismo di esercizio del potere e così l’indifferenza della morte verso la vita. Al centro dello specchio c’è però come un pozzo verso l’alto, un buco da cui forse arriva quella voce fuori campo, con la quale verso la fine Courage accenna a un dialogo, forse la voce di un Dio immutabile e discreto, che vede fare agli uomini la guerra che «solo mette ordine».

Foto Sabrina Cirillo

Madre Courage – ne è interprete una Maria Paiato centralizzata e densa – non sa che farsene della pace, è abituata al solo tempo della guerra che all’economia si lega con un nodo stretto, dovrà accettare di abbandonare i suoi figli, in un modo o nell’altro, perché dalla guerra non si fugge, perché «le vittorie e le sconfitte dei grandi non sono le stesse della povera gente».

Paolo Coletta dispone sulla scena i soli elementi di cui ha bisogno e lascia agli attori un ruolo decisivo nella creazione complessiva. Ma quale madre oggi somiglia alla Courage? Il regista sceglie di evidenziare la vicenda senza far ricorrere eccessivi riferimenti contemporanei, lasciando allo spettatore di seguire la propria indagine, sottilmente simbolica, che da una guerra esprima tutte le guerre. E se da un lato è questo il miglior talento dello spettacolo, perché lascia una libertà di lettura e non priva lo spettatore di alcun elemento sensibile – che sia dato dalla recitazione, dal testo, dalla musica, dall’immagine –, dall’altro ne incarna anche un limite perché non permette alla messa in scena di definire concretamente la propria precisa identità, svelando come una lieve forzatura questa somiglianza col presente in cui l’umanità ha scoperto ben altre forme, per farsi l’una o l’altra guerra.

Simone Nebbia

DI BERTOLT BRECHT
TRADUZIONE DI ROBERTO MENIN
CON MARIA PAIATO, MAURO MARINO, GIOVANNI LUDENO, ANDREA PAOLOTTI, ROBERTO PAPPALARDO, ANNA RITA VITOLO, TITO VITTORI, MARIO AUTORE, LUDOVICA D’AURIA, FRANCESCO DEL GAUDIO
DRAMMATURGIA MUSICALE E REGIA PAOLO COLETTA
MUSICA PAUL DESSAU
SCENE LUIGI FERRIGNO
COSTUMI TERESA ACONE
LIGHT DESIGNER MICHELANGELO VITULLO
ORGANIZZAZIONE E DISTRIBUZIONE MASSIMO TAMALIO
UFFICIO STAMPA MARGHERITA FUSI
PRODUZIONE SOCIETÀ PER ATTORI E TEATRO METASTASIO DI PRATO
IN COLLABORAZIONE CON FONDAZIONE CAMPANIA DEI FESTIVAL – NAPOLI TEATRO FESTIVAL ITALIA

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