The Prisoner di Peter Brook. Dramma in attesa del dramma

Arriva a Romaeuropa Festival il nuovo spettacolo diretto da Peter Brook e Marie-Hélène Estienne. Una parabola sulla colpa, sulla responsabilità, sul dolore. Recensione.

Foto © Simon Annand

In un paese straniero non ben definito, dalla terra arida e asciutta dove gli alberi sono bruciati dal sole, il giovane e irrequieto Mavuso (Hiran Abeysekera) uccide suo padre dopo averlo sorpreso a letto insieme a sua sorella (Kalieaswari Srinivasan). Non è però l’indignazione il solo motore del suo gesto, piuttosto un’altra pulsione incestuosa: egli stesso desidera la sorella, se ne dichiara innamorato. Lo zio Ezechiele (Hervé Goffings), profetico quanto quello biblico ma meno avveduto, consegna al nipote una punizione esemplare: Mavuso dovrà rimanere sulla collina di fronte alla prigione, da solo a guardare le mura per un tempo indefinito, aspettando una presunta redenzione, mentre a farlo prigioniero, più che le sbarre, sono i suoi fantasmi.

Foto © Simon Annand

Il racconto di The Prisoner, ultimo lavoro di Peter Brook e Marie-Hélène Estienne somiglia a una parabola, e da solo sembrerebbe possedere quella sostanza d’archetipo che rende le storie lontane da un tempo ma dentro ogni tempo.
Gli autori antepongono la meditazione al dramma, partendo da una scenografia (di David Violi), che più che sospesa o “beckettiana” – come alcuni l’hanno definita – appare invece statica, accompagnata da un disegno luci (di Philippe Vialatte) preciso ma fin troppo descrittivo. Tutto questo rende quest’ultimo lavoro di Brook più rarefatto di altri, disegnato da una delicata e impercettibile mano che sceglie di scivolare senza graffiare. Il regista inglese non asseconda quella animalità che si impone negli interstizi della storia e che potrebbe emergere più feroce per esempio da un altro punto di vista: quello della ragazza sorella e figlia, corpo da desiderare e possedere, terreno di violenza e sacrificio, descritto invece troppo sbrigativamente. Una donna “tentatrice” che si presenta di tanto in tanto a Manvuso per chiedergli di essere padre di quel figlio che dovrebbe essergli allo stesso tempo fratello. Una donna che si impone un autoesilio all’estero, e il cui presunto riscatto arriva con una laurea in medicina da rivendere come merce rara nel suo paese.

Foto © Simon Annand

C’è poi il protagonismo di Manvuso, il suo percorso tutto intimo e personale per la salvezza, masticando colpe che altro non sono che detriti di piena responsabilità. Allora la vicenda si sposta dal piano della redenzione a quello della consapevolezza, in quello che più che leggendario sembra un viaggio antropologico.
Brook decide di astrarre la storia lasciando da parte le scorie che avrebbero reso atavico il dramma. Il tarlo che si impone è quello di una storia vissuta in prima persona dal regista molti decenni fa durante un viaggio in Afghanistan (e ben descritta ne I fili del tempo), quando Brook incontrò un giovane seduto davanti una prigione per ragioni su cui non ebbe coraggio di indagare a fondo. Nello spettacolo il regista risponde invece alla domanda dell’antefatto, ma lascia sospeso il viaggio negli abissi delle animalità dell’uomo.

Foto © Simon Annand

In questa zona d’immobilismo forzato, tra spegnersi e riaccendersi di luci, il tempo passa mentre Manvuso sembra più incline ai cambiamenti d’umore che al ragionamento. Un universo privo di suoni dove fa rumore solo la luce che si accende e si spegne segnando il passaggio del tempo; l’andirivieni di persone su e giù per la collina somiglia a un cerimoniale che ha perso ogni tratto sacrale e aderisce piuttosto a una realtà confusa.
Figure rarefatte che sembrano fatte di niente; il solo Manvuso non riesce a far dramma, non può far esplodere la storia, ma la custodisce piuttosto. Nasconde quella della sorella, ad esempio, e intanto chi guarda rimane in attesa fino alla fine, ad aspettare che dietro un dramma se ne riesca a vedere almeno un altro.

Doriana Legge 

Teatro Vittoria – Roma – Romaeuropa Festival, ottobre 2018

THE PRISONER
Testo, Regia Peter Brook, Marie-Hélène Estienne
Luci Philippe Vialatte
Scene David Violi
Con Hiran Abeysekera, Hervé Goffings, Omar Silva, Kalieaswari Srinivasan, Hayley Carmichael
Assistente ai costumi
Alice François
Con l’aiuto di Tarell Alvin McCraney, Alexander Zeldin
Produzione C.I.C.T. – Théâtre des Bouffes du Nord
Coproduzione National Theatre London, The Grotowski Institute, Ruhrfestspiele Recklinghausen, Yale Repertory Theatre, Theatre For A New Audience – New York
Traduzione e adattamento sovratitoli in italiano Luca Delgado
Foto © Simon Annand

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Doriana Legge è docente di Storia del Teatro e Problemi di storiografia dello spettacolo presso l’Università degli studi dell’Aquila. Nel 2014 ha conseguito il dottorato di ricerca in Generi letterari presso il Dipartimento di Scienze Umane dell’Università degli studi dell’Aquila. Dal 2013 fa parte del comitato di redazione della rivista di studi “Teatro e Storia” edita da Bulzoni. Collabora a voci enciclopediche per il Dizionario Biografico degli Italiani della Treccani. Scrive per la rubrica teatrale dell’“Indice dei libri del mese”. È anche musicista e compositrice per cinema e teatro, autrice di sonorizzazioni che portano a indagare le immagini pensando relative drammaturgie sonore. Da gennaio 2017 collabora con Teatro e Critica. Per consultare i suoi lavori e pubblicazioni più recenti: https://univaq.academia.edu/DorianaLegge