Federica Santoro e Luca Tilli. La parola contro

Federica Santoro e Luca Tilli hanno portato in scena all’Angelo Mai di Roma I Sommersi, primo dei due capitoli di un progetto su L’anitra selvatica di Henrik Ibsen. La recensione

Foto Alexander Corciulo

Quella di Federica Santoro e Luca Tilli è una restituzione empiricamente calibrata, in tutte le sue possibili sperimentazioni, della parola de L’anitra selvatica di Henrik Ibsen, la cui complessa gradualità trova testimonianza in una recente intervista apparsa su queste pagine. Il progetto consta di due parti, la prima dal titolo I Sommersi vista lo scorso weekend all’Angelo Mai, e una successiva che debutterà a Fabbrica Europa nel 2019, luogo che ha ospitato nella primavera di quest’anno la residenza del primo lavoro e il relativo esito. I due collaboratori di vecchia data e curatori del dittico veicolano, drammaturgicamente, l’attenzione dello spettatore a prestare orecchio – anteponendo il senso dell’udito alla vista – e ad ascoltare la voce di quella scena nera che avviluppa le figure di Santoro e Gabriele Portoghese e che è attraversata nevroticamente dalle traiettorie, musicate, di Luca Tilli.

Foto Alexander Corciulo

I tre concedono al pubblico la libertà di non capire quella parola, di rifiutarla o farla riverberare; sembrano chiedergli inoltre di affidarsi all’umile e virtuosa capacità di infiltrarsi nei testi, negli anfratti delle parole, nei loro chiaroscuri nascosti, in quel tempo trascorso tra la parola scritta e poi riletta a distanza di anni. «Il teatro sembra, più delle altre arti, il luogo in cui devi per forza esplicitare il senso di quello che stai facendo, perché ci sono le parole. E allora le parole devono spiegare. Invece il nostro intento è quello di non spiegare». Una furbizia di pochi, che sanno carpire e rubare la densità semantica di un testo senza la rudezza del furto ma con la scanzonata attitudine di chi ripone fiducia nei prestiti e poi sa cosa vuol dire dover restituire… Questo primo adattamento appare dunque come una camera oscura in cui la parola del testo ibseniano affiora dal buio per impressione: una fotografia privata del peso della sua didascalica traduzione e sollevata dai nessi sintattici. Tuttavia il testo scenico si adatta a quello letterario attraverso un patto di astrazione tramite cui il moralismo di Ibsen incontra l’ironia, la vis provocatoria, la satira politica e di costume di una storia che dal microcosmo ridicolo e piccolo borghese della fine dell’Ottocento arriva fino alla vacuità contemporanea. Si rintracciano i contorni di una società colpevole, asfittica e in fondo meschina e indolente, “incastrata” nei suoi debiti morali (vedi la subordinazione degli Ekdal alla famiglia Werle) e incapace di riscattarsi. Esemplificativo sarà il finale in cui la piccola Hedvig, nel tentativo di sacrificare la sua anitra, finirà per uccidere se stessa.

foto di Alexander Corciulo

I sommersi sono allora queste tre figure “bucate”, e forse vinte, dall’assolutezza della parola. I tre attori ricoprono il ruolo di «enti», che si aggirano precari, bisognosi di conferme, di stimoli per alzarsi dalla poltrona nella quale stanno inconsapevolmente sprofondando da ormai quindici polverosi e lunghi anni di rancore e compiacimento: Werle si troverà di fronte a Ekdal, Gina sposerà Hjalmar e Gregor si paleserà sulla porta. Come note su un pentagramma, le loro voci si susseguono, si alternano, salgono di tono per poi ridiscendere in picchiata. A dispetto dei corpi che sono ritratti, spesso abbandonati sulle sedie o spinti in corse senza meta, Santoro e Portoghese accordano le loro tonalità in timbri cangianti, passando da gravità sonore a urletti, sibili e risate, rincorrendosi nei loro controtempi e silenzi, fino a quando la polifonia grottesca, a tratti beckettiana, del testo incontra prima quella dell’esecuzione al violoncello di Luca Tilli – un segno dichiaratamente musicale nel suo significato – e poi quella figurativa del quadro sospeso nel centro della scena appartenente al ciclo I Sommersi del pittore Ettore Frani che ritrae un involto bianco e finemente plastico.

Il visibile degli oggetti in scena (Marina Schindler) si riduce così al quadro di Frani, a una poltrona, a un tavolo e a una sedia di cartone pronti a crollare nel finale, a un orso di peluche che fa il verso a uno imbalsamato, e poi a chiazze e gocce rosse di sangue che si stendono a terra come fossero tovagliette all’americana. Santoro, Tilli e Portoghese fanno saltare il paradigma rappresentativo, non danno mostra dei cinque atti del dramma ibseniano ma li dimostrano nella loro millimetrica combinazione di spazio, tempo e azione articolandoli su piani paralleli e/o coincidenti tra loro. Una stratificazione della parola che abbandona volutamente la coerenza di significato per restituire tutta la sua, drammaturgica, pienezza.

Lucia Medri

Angelo Mai, Roma – ottobre 2018

I  S O M M E R S I
liberamente ispirato a “L’anitra selvatica” di Henrik Ibsen
a cura di Federica Santoro e Luca Tilli
regia, allestimento e adattamento drammaturgico Federica Santoro
musiche Luca Tilli
disegno luci Dario Salvagnini
realizzazione elementi scenici Marina Schindler
con Federica Santoro, Gabriele Portoghese, Luca Tilli
collaboratori artistici Ettore Frani e Paola Feraiorni
Il quadro in scena, del ciclo “ I Sommersi”, è del pittore Ettore Frani
Si ringrazia l’Angelo Mai e il Kollatino Underground, il Performing SantaCaterina, Diana Arbib, Paola Feraiorni, Maria Galente, Alessandro Carpentieri ed Eleonora Cerri Pecorella;
Fabbrica Europa che nel maggio 2018 ha ospitato Federica Santoro e Luca Tilli per una residenza artistica dando la possibilità di portare a termine il primo spettacolo dell’opera dittica

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Laureata al DAMS presso l’Università degli Studi di Roma Tre con una tesi magistrale in Antropologia Sociale, sceglie di dedicarsi alla scrittura critica partecipando a workshop e seminari presso la Fondazione Romaeuropa. Dal 2013 è redattrice presso la testata online Teatro e Critica e approfondisce parallelamente la sua formazione editoriale in contesti quali agenzie letterarie e case editrici (Einaudi). Negli ultimi anni si specializza in web editing prendendo parte a master e stage dedicati al Social Media Management presso aziende operanti nel settore culturale (Fondazione Cinema per Roma). Nel 2018 riceve il Premio Garrone «al critico più sensibile nel leggere il teatro che muta».