Davide Enia. Lampedusa, interno mondo

In prima nazionale al Teatro India di Roma il ritorno di Davide Enia con L’abisso, spettacolo che racconta da vicino gli orrori degli sbarchi all’isola di Lampedusa. 

Davide Enia
Ph. Futura Tittaferrante

Silenzio. Scuro. Silenzio ancora. Poi urla, il mare dentro. E non c’è più storia ad ammansire gli eventi. C’è la lotta di vita e morte. La realtà che contraddice il racconto. La letteratura perde, non c’è più barca che dondoli nel mare per occhi di sognatori, non c’è tempesta domata da capitani coraggiosi, non c’è balena per vendicarsi dell’oceano. Ora è la verità che si manifesta, dura come il metallo, nera come la notte, silente come l’abisso. L’abisso, è questo il titolo con cui Davide Enia sceglie di tornare sul palcoscenico dopo undici anni, per dire un dolore che senza teatro non si può dire, senza il fingimento di aggirare la verità, che in contrario la verità afferma. Al Teatro India di Roma, la morte sottomarina di un’isola che sprofonda di morti, Lampedusa, gli Appunti per un naufragio (romanzo pubblicato per Sellerio dallo stesso scrittore e attore palermitano) della nostra perduta civiltà.

Lampedusa. C’è stato un momento della storia in cui questo nome ha smesso di evocare una meravigliosa isola del Mediterraneo ed è diventato sinonimo di morte, di viaggi luttuosi, di pena per il destino dell’umanità. Non serve spiegarne il motivo. Ne sono pieni i mezzi di informazione, i discorsi da bar, i social network, tutto, fuorché forse le nostre coscienze dirette. Perché di Lampedusa e dell’orrore che si porta in grembo si parla da lontano, dalle “tiepide case” che il mare non bagna. E allora il compito dell’arte, meglio ancora del teatro che le mani non ha mai smesso di metterle nel fango, è quello di stare dentro le cose, abitarle per conoscerle e saperle ridire, annientare il pregiudizio e diventare veicolo di verità. Davide Enia è partito per il suo viaggio verso Lampedusa perché la vita gli urlava dentro, il dolore di tanti s’era fatto uno, s’era messo di traverso dove, se non rimosso dando di nuovo “dignità e senso alle parole”, non andrà via.

Davide Enia
Ph. Futura Tittaferrante

Enia, quasi invece fosse un novello Enea, sceglie di partire portando con sé un padre anziano che non parla mai. Ma – scoprirà durante il viaggio – sa dire molto. Un padre e un figlio per riannodare il legame sciolto con l’evoluzione, a partire dal contatto primario, quello che appartiene all’origine, di un uomo e dell’uomo. Lampedusa si apre ai suoi occhi con il suono di pietà e dolore sommerso tra le corde di Giulio Barocchieri, affonda dentro l’emozione con la compassione dell’indicibile, sedimenta nella profondità dell’animo l’esperienza umana del disumano. Tra le viscere delle sue parole, ricche del dialogo tra italiano e dialetto siciliano, ci sono quelle di una Guardia Costiera, dei sommozzatori, degli operatori sociali che gli hanno aperto le cavità traviate della loro amara professione di setacciatori di vita o, spesso, raccoglitori di morte.

Tra i temi emersi da queste acque malferme è quello della relazione tra emergenza ed esigenza di quotidiano, di una vita normalizzata, per gli abitanti dell’isola; ma di contro è anche la spettacolarizzazione del fatto, la colpa dell’informazione omologata, la beata guerra dialettica di fazioni politiche prive di sensibilità e assuefatte al predominio dell’opinione. Enia se ne carica ogni battito, innesca cuori che non sono il suo e li fa battere unisoni al ritmo dello sciabordio di mare largo. C’è nei suoi uomini di Lampedusa che si lanciano bambini in mezzo a onde alte nove metri, che accolgono una marea fatta di altri uomini mai visti prima, che pescano corpi inerti in mezzo ai pesci, che cercano di nutrire scheletri di ragazzine, quella pietà che riemerge alla memoria dai vecchi studi, l’espressione del monatto che, ne I promessi sposi manzoniani, si smarca dalla consuetudine della morte per epidemia quando dovrà accogliere, sul carro degli appestati, il corpo della piccola Cecilia. Solo attraverso un investimento in quella clemenza priva di giudizio e di apparentamento tribale, è la disponibilità dell’uomo a rinnovare se stesso, oltre le curve del tempo che sapremo custodire da questa asfissiante dispersione che ammala il divenire.

Simone Nebbia

Fino al 28 ottobre 2018 – Teatro India, Roma

L’ABISSO
tratto da Appunti per un naufragio (Sellerio editore)
uno spettacolo di e con Davide Enia
musiche composte ed eseguite da Giulio Barocchieri
Produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Teatro Biondo di Palermo,
Accademia Perduta – Romagna Teatri

Gli articoli di Teatro e Critica, che sono frutto di un lavoro quotidiano di ricerca, scrittura e discussione approfondita, sono gratuiti da 8 anni.
Se ti piace ciò che leggi e lo trovi utile, che ne dici di sostenerci con un piccolo contributo?
SHARE
Previous articleTeatrosofia #84. I “rimedi” di Eraclito. Empietà della catarsi?
Next articleAnimateria: un corso gratuito per il teatro di figura
Critico teatrale, ha una formazione interamente letteraria. Animatore del quotidiano di informazione teatrale onlinewww.teatroecritica.net, collabora con Radio Onda Rossa e ha fatto parte parte della redazione de I "Quaderni del Teatro di Roma", periodico mensile diretto da Attilio Scarpellini. Nel 2013 è co-autore del volume "Il declino del teatro di regia" (Editoria & Spettacolo, di Franco Cordelli, a cura di Andrea Cortellessa) e collaboratore della rivista "Orlando" (Giulio Perrone Editore) diretta da Paolo Di Paolo. Ha collaborato con il programma di "Rai Scuola Terza Pagina". Uscito a dicembre 2013 per l'editore Titivillus il volume "Teatro Studio Krypton. Trent'anni di solitudine". Suoi testi sono apparsi su numerosi periodici e raccolte saggistiche. È, quando può, un cantautore.