Danza è «una possibilità rivoluzionaria». Intervista a Momi Falchi

In apertura giovedì 11 ottobre, con Le tour du monde des danses urbaines en 10 villes di Ana Pi, Cecilia Bengolea, François Chaignaud, la XXIV edizione del festival di danza contemporanea e arti performative Autunno Danza, al Teatro Massimo di Cagliari, diretto da Momi Falchi e Tore Muroni.
Falchi, al telefono, ci ha illustrato il pensiero che presiede una direzione artistica, la distanza storica dei processi, il rapporto della danza con il territorio cagliaritano. Contenuto in media partnership con Autunno Danza.

 

Foto Laura Farneti

Quali sono stati i criteri di composizione per il programma festivaliero di quest’anno?

Il criterio è sempre quello della ricerca, per una danza contemporanea che porti delle novità in ogni caso. Non mi interessa un festival a tema, mi interessa individuare quelle che mi appaiono con evidenza delle proposte originali, portatrici di un senso e di un valore intrinseco. Poi accade, al contrario, che dopo aver stilato un programma si trovino a posteriori delle cose in comune, delle urgenze comunicative diffuse e riconoscibili. C’è una tensione unitaria che prescinde dal diverso stile, ma che fa riferimento a una indagine della corporeità, non certo all’estetica.
Quest’anno mi colpisce sia emerso il tema della vulnerabilità, della fragilità dell’essere in questo mondo contemporaneo.

Qual è la ricezione della città in un luogo come Cagliari? In che modo la città partecipa?

Cagliari ha una lunga tradizione di danza contemporanea, fin dagli anni Ottanta, con una partecipazione fortissima della nuova danza italiana – Cosimi, Sieni, molti altri – ma anche di coreografi già allora di rilievo internazionale. C’era un concorso che ha prodotto talenti, capaci poi di lavorare in tutta Europa. Per un certo periodo ha smesso di essere un epicentro, ma pian piano si è andata ricostruendo questa solidità. Autunno Danza è un appuntamento fortemente sentito, c’è un sensibile aumento di pubblico grazie alla possibilità di costruire reti con ambienti diversi come la musica, l’arte e le attività sociali. Sono pratiche di condivisione programmatiche progettuali per superare l’isolamento e la definizione di pubblici differenti, anche al di là dei luoghi teatrali. Questo ci ha permesso di ampliare molto il nostro pubblico, mescolato a quello di altri ambiti. Anche con il festival Tuttestorie, per esempio, abbiamo allargato a un pubblico di bambini con il laboratorio che Jacopo Jenna sta facendo quest’anno.

A fronte di una storia così lunga – siamo al 24° anno – ci sono state trasformazioni sostanziali lungo queste ultime edizioni?

La trasformazione maggiore, negli ultimi sei o sette anni, è stata proprio questa volontà di entrare in contatto con fenomeni artistici diversi, che fosse la musica sperimentale o altre forme teatrali, cercando di approfondire, attraverso queste intersezioni, il linguaggio sul piano del visivo o della performance. Abbiamo anche cercato, in un paio di edizioni, di estendere la ricerca in luoghi non teatrali, per poi tornare al palcoscenico, come in questa edizione che sarà interamente al Teatro Massimo, ma senza volerci confinare solo al palco, sfruttando cioè ogni spazio che il teatro ci possa offrire per avere un contatto diversificato con il pubblico.

Un tema centrale e diffuso passa per il vostro festival: come può la danza farsi tramite della relazione tra corpo e mondo?

È una questione su cui mi sono molto interrogata, prendendo anche suggerimento da un libro come L’alleanza dei corpi di Judith Butler: l’essere nello spazio di un corpo, presentarsi per occuparlo in rapporto con gli altri, permette di uscire dalla stereotipizzazione e ha una forte valenza politica. Credo sia una vera e propria possibilità rivoluzionaria che entra in relazione con ciò che sta succedendo in questo momento storico in Italia, dove la presenza dei corpi negli spazi muove da una necessità politica e performativa: bisogna esserci, occupare di nuovo spazi mentali e fisici, rivendicare una presenza individuale e collettiva. La danza è padrona della consapevolezza corporea, è la sua liberazione.

Redazione

info e programmazione Autunno Danza di Cagliari

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