Teatrosofia #82. Teatro vs. matematica. Un altro Aristotele?

Teatrosofia esplora il modo in cui i filosofi antichi guardavano al teatro. Il numero 82 prova a ricostruire la poetica del meno noto Aristotele Cirenaico…

IN TEATROSOFIA, RUBRICA CURATA DA ENRICO PIERGIACOMI – collaboratore di ricerca post-doc e cultore di storia della filosofia antica presso l’Università degli Studi di Trento – CI AVVENTURIAMO ALLA SCOPERTA DEI COLLEGAMENTI TRA FILOSOFIA ANTICA E TEATRO. OGNI USCITA PRESENTA UN TEMA SPECIFICO, ATTRAVERSATO DA UN RAGIONAMENTO. Nel numero 82 proviamo a ricostruire .

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Nell’elencare alcuni oscuri omonimi del ben più famoso Aristotele di Stagira, Diogene Laerzio menziona anche un Aristotele Cirenaico, «che scrisse di poetica». Questa notazione erudita è assai interessante dalla prospettiva storica, perché costituisce l’unica testimonianza nota di uno scritto di un seguace della scuola di Aristippo sull’arte della poesia e, probabilmente, del teatro. Ma è una notizia altrettanto importante sul piano filosofico. Diogene Laerzio ci riferisce indirettamente, infatti, che i Cirenaici avevano elaborato un pensiero estetico.

Purtroppo, le altre fonti su Aristotele di Cirene non ci consentono di appurare che cosa argomentasse il filosofo in questo trattato di poetica. La sola altra testimonianza che ha molto lontanamente a che vedere con l’attività estetica del Cirenaico si trova nell’opera (citata da Clemente di Alessandria) Sulle peculiarità delle gare atletiche dello storico Istro. Questi era uno storico discepolo di Callimaco che, peraltro, si occupò altrove di teatro, nello specifico della morte di Sofocle e delle sue innovazioni in ambito scenico. Istro riferiva che Aristotele di Cirene promise all’etera Laide di portarla in patria, se l’avesse aiutata contro i suoi avversari, e – ricevuto l’aiuto – tornò a casa con un ritratto perfettamente somigliante alla donna, mantenendo così in modo ingegnoso la sua promessa. L’aneddoto in un qualche modo ci dice che questo filosofo si occupò di pittura, ma è anche molto impreciso. Chi furono gli avversari di Aristotele di Cirene? E perché questi disdegnò in modo tanto sprezzante l’amore di Laide? La risposta è che forse Clemente (o lo stesso Istro) confuse il personaggio di Cirene protagonista dell’aneddoto.

Fonti parallele ci mostrano, del resto, che la storia riguardava l’atleta Eubata di Cirene, il quale nel 408 a.C. vinse il torneo di stadio nella 93° Olimpiade e non con il nostro Aristotele. Se pensiamo a Eubata, la testimonianza altrimenti indecifrabile di Clemente acquista senso. Secondo le Storie varie di Eliano, infatti, gli «avversari» dell’atleta erano i concorrenti alle Olimpiadi e il motivo per cui egli si astenne dal ricambiare l’amore di Laide era che aveva già una moglie in patria. Questa ipotesi filologica trova peraltro conferma nello stesso Clemente, che inserisce la citazione del Sulle peculiarità delle gare atletiche di Istro in una sezione sulla castità sessuale degli atleti.

Non essendo allora possibile ricostruire il contenuto dell’opera di poetica di Aristotele di Cirene, bisogna tentare di immaginarlo tramite le fonti sulle dottrine dei Cirenaici in generale. Una di queste è stata già esaminata in un precedente appuntamento, ossia nell’analisi della testimonianza di Plutarco sulla descrizione del piacere estetico. Qui è sufficiente ricordare che i Cirenaici qualificavano il godimento dato dall’ascolto dell’attore che imita il verso degli animali come “mentale”. Gli spettatori godono nella mente davanti all’imitazione di un attore perché sanno che si tratta di una finzione, tant’è vero che, quando ascoltano l’animale in carne e ossa, essi sentono spesso fastidio e non piacere. Non si può escludere che osservazioni come queste fossero contenute nel trattato di poetica del nostro Aristotele di Cirene. La prova è che il trattato di Poetica del suo omonimo Aristotele di Stagira dedica molte note filosofiche al piacere estetico e alla sua relazione con l’imitazione.

Un’altra testimonianza è invece molto speculativa. Aristotele (di Stagira) riferisce nella sua Metafisica che Aristippo credeva che la matematica andasse disprezzata, perché considerata una disciplina difettosa. Mentre tutte le altre discipline – anche quelle “volgari”, come la falegnameria e la calzoleria – sono coltivate in vista del bene e del bello, quella non ha per oggetto questi due obiettivi e, dunque, non dovrebbe essere studiata. Si tratta di una dottrina di ispirazione socratica, dal momento che Socrate affermava che non bisognerebbe dedicarsi troppo a fondo a quelle discipline che non fanno stare meglio, o non danno un qualche utile.

Ora, la proposta che si vorrebbe fare è che, probabilmente, l’arte dell’attore e della poesia fosse inclusa entro le discipline che guardano al bene e al bello, e che si suppone potesse essere presentata in questi termini all’interno del trattato di poetica di Aristotele di Cirene. Se infatti ipotizziamo che il riferimento al “bello” e al “bene” non sia che un modo per riferirsi al piacere, giacché le testimonianze antiche lo presentano concordemente come il fine posto dai Cirenaici, allora gli attori fanno qualcosa di buono, perché la bellezza delle loro imitazioni procura godimento.

La cautela è qui naturalmente un obbligo. Aristotele (di Stagira) non menziona l’arte dell’attore tra le arti che guardano al bene e al bello. L’ipotesi che Aristotele (di Cirene) potesse averla descritta in questi termini nel suo trattato di poetica è indimostrabile. Infine, stando al commento di Siriano al passo citato della Metafisica di Aristotele (di Stagira), pare che Aristippo avesse detto che le matematiche sono manchevoli anche perché parlano di imitazioni delle cose, più che delle cose stesse.

Poiché il teatro è un’arte mimetica, forse essa poteva sotto questo rispetto essere respinta alla stessa stregua del ragionamento matematico. Alle prime due obiezioni, è possibile semplicemente replicare che le fonti non confermano ma nemmeno smentiscono quanto è stato ipotizzato. L’ipotesi – in quanto ipotesi – resta in piedi.

Quanto al problema posto dal commento di Siriano, si può presumere che Aristippo e seguaci non respingessero tutte le imitazioni di cose, ma solo quelle imitazioni di cose che, appunto, non portano al bene e al bello. Una scarpa è costruita su imitazione del piede umano affinché questo possa stare comodo ed essere protetto dai disturbi esterni, dunque per dare piacere all’arto e impedirgli di patire dolore. Perché non si può pensare qualcosa del genere anche per l’arte del teatro e della poesia? Come una buona scarpa, le imitazioni di un attore procurano piacere e proteggono dal dolore, che è ciò che, almeno per i Cirenaici, non fa un’astrazione o rappresentazione simbolica del reale in linguaggio matematico.

Il teatro non è preciso come la matematica ed è alla stregua della falegnameria o della calzoleria, ma proprio in questo sta la sua superiorità morale. Le sue creazioni artistiche non costituiscono una scienza, bensì una forma di artigianato che procura quella che per i Cirenaici rappresenta l’unica cosa degna di essere ricercata in questa vita mortale: l’affezione del piacere.

 

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Vi furono otto Aristotele… sesto [fu] il Cirenaico che scrisse di poetica (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, libro V, § 35 = Aristippo di Cirene, SSR IV E 1; trad. Gabriele Giannantoni)

 

Istro afferma, inoltre, che egli [Sofocle] scoprì i mezzi stivali bianchi indossati dagli attori e dai membri del coro. [Aggiunge] poi che scrisse i suoi drammi tenendo in considerazione i loro caratteri e che organizzò un tiaso per le Muse, raccogliendo delle persone di cultura (Anonimo, Vita di Sofocle, cap. 6 = Istro il Callimacheo, fr. 334 F 36; trad. mia)

 

Istro e Neante dicono che egli [Sofocle] morì nel modo seguente. Quando l’attore Callippide venne ad Opo per affari, intorno al periodo in cui si svolgevano i giorni festivi delle Choe, gli inviò dei grappoli d’uva. Appena Sofocle mise in bocca un chicco ancora acerbo, soffocò a causa della sua età avanzata e morì (Anonimo, Vita di Sofocle, cap. 14 = Istro il Callimacheo, fr. 334 F 37; trad. mia)

 

Si racconta anche di non pochi atleti che si astenevano dai piaceri d’amore, praticando la continenza per rinvigorire il corpo. Così Astilo di Crotone e Crisone d’Imera. Amebeo il citaredo, pur sposato di fresco, non toccò la moglie. Aristotele di Cirene trascurava, egli solo, la cortigiana Laide che pur lo amava. Le aveva giurato che l’avrebbe ricondotta in patria se lo avesse aiutato in qualche modo contro gli avversari. Ottenne ciò e adempì con una trovata spiritosa al giuramento. Dipinse un’immagine di lei che le rassomigliava il più possibile e la fece porre a Cirene. Così racconta istro nel libro Sulle peculiarità delle gare atletiche (Clemente di Alessandria, Stromati, libro III, cap. 6, §§ 50.4-51.1 = Aristotele di Cirene, SSR IV E 2; Istro il Callimacheo, fr. 334 F 55; trad. Giovanni Pini, modificata)

 

Laide, come vide Eubata di Cirene, si accese di passione per lui e gli propose di sposarla. Eubata, temendo ritorsioni da parte della donna, promise di esaudire la sua richiesta, ma non volle avere rapporti con lei, perché viveva in modo casto: avrebbe mantenuto la promessa dopo i giochi. Vinta la sua gara, per non violare apertamente l’accordo concluso con la donna, dipinse un ritratto di Laide e lo portò a Cirene, asserendo di condurre con sé Laide e di rispettare così i patti. In cambio, la sua legittima sposa gli fece erigere a Cirene una statua gigantesca come premio per la sua fedeltà (Eliano, Storie varie, libro X, cap. 2; trad. Claudio Bevegni)

 

L’imitare, infatti, è connaturato agli esseri umani fin dall’infanzia e ciò li distingue dagli altri animali: perché sono i più inclini all’imitazione e attraverso l’imitazione si procurano le prime conoscenze, e perché sono portati tutti a provare piacere delle imitazioni. Ne è segno ciò che accade davanti alle opere ‘d’imitazione’: infatti, di quelle cose che nella realtà vediamo con pena, proviamo invece piacere a contemplare le immagini più accurate, ad esempio, le forme degli animali meno apprezzati e dei morti. Causa anche di questo è che l’apprendere è la cosa più piacevole, non solo per i filosofi, ma anche per gli altri, benché ne partecipino in misura minore. Per questo, quindi, proviamo piacere a guardare le immagini: perché, contemplandole, accade che apprendiamo e sillogizziamo su cos’è ciascuna cosa, ad esempio che questo è quello (Aristotele, Poetica, passo 1445b5-19; trad. Daniele Guastini)

 

A proposito dell’imitazione narrativa e in versi, è chiaro che le trame devono essere composte in modo drammatico, proprio come nelle tragedie, intorno a un’unica azione intera e conclusa, avente inizio, mezzo e conclusione, così da produrre, come un organismo vivente uno e intero, il piacere proprio (Aristotele, Poetica, passo 1459a17-21; trad. Daniele Guastini)

 

Cosicché per questo alcuni tra i sofisti, come Aristippo, disprezzavano le matematiche. Mentre infatti in tutte le altre arti, anche volgari, come quella del falegname e del calzolaio, tutto si dice in ragione del meglio e del peggio, per quanto riguarda le matematiche, invece, non si fa parola alcuna del bene e del male (Aristotele, Metafisica, libro III, 996a32-b1 = Aristippo, SSR IV A 170; trad. Gabriele Giannantoni)

 

Poiché il bene e il bello sono diverse (l’uno infatti consiste sempre nell’azione, il bello invece anche nelle cose immobili), coloro che sostengono che le matematiche non si pronunciano intorno al bello o al buono, dicono il falso (Aristotele, Metafisica, libro XIII, 1078a31-34 = Aristippo, SSR IV A 171; trad. Gabriele Giannantoni)

 

Mostrava pure fino a qual punto l’uomo bene educato debba conoscere ciascuna scienza. La geometria, per esempio, diceva che bisognava studiarla quanto basti per potere, in caso di necessità, misurare esattamente un terreno per prenderlo o trasmetterlo o distribuirlo o mostrare il lavoro che vi si deve compiere. E questo è così facile ad apprendersi che chiunque applichi la mente alla misurazione conosce l’estensione del terreno e insieme ritiene il metodo per la misurazione stessa. Non ammetteva, però, che si spingesse lo studio della geometria fino a includervi certe figure troppo complicate. Per parte sua, diceva di non capire a che giovassero e tuttavia non ne era affatto digiuno: diceva pure che bastavano a occupare l’intera vita d’un uomo e a tenerlo lontano da molte altre scienze utili. (…) Esortava anche a studiare l’aritmetica. Ma, come per le altre materie, raccomandava di guardarsi da un esercizio vuoto ed egli stesso si teneva entro i limiti dell’utile e nei suoi studi personali e nelle conversazioni con gli amici (Senofonte, Memorabili, libro IV, cap. 7, §§ 1-3 e 8; trad. Gabriele Giannantoni)

 

Alla fine mi recai dagli artigiani. Da parte mia ero consapevole di non sapere nulla, per dirla schietta, ma quelli ero certo che li avrei trovati a conoscenza di molte e belle cose. E in questo non m’ingannai: sapevano cose che io non sapevo e in questo erano più sapienti di me (Socrate in Platone, Apologia di Socrate, passo 22c9-d4; trad. Giuseppe Cambiano)

 

Insomma, o Socrate, devi tenerti lontano proprio da questi, dai calzolai, dagli artigiani, dai fabbri, i quali sono stanchi, per quanto io credo, di essere continuamente menzionati da te (Senofonte, Memorabili, libro I, cap. 2, § 37; trad. Gabriele Giannantoni)

 

[I Cirenaici] pongono due stati passionali, il dolore e il piacere: un movimento lieve l’uno e un movimento aspro l’altro. (…) Mentre il piacere è bene accolto da tutti i viventi, il dolore invece è respinto. E questo piacere è il piacere del corpo ed è anche il fine ultimo, come testimonia anche Panezio nell’opera Sulle scuole. (…) Prova che il piacere sia il fine è il fatto che ci diventa familiare fin da fanciulli senza alcuna nostra scelta, ma per se stesso, e quando ci capita non cerchiamo niente altro e nulla così sfuggiamo come il suo contrario, il dolore (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, libro II, §§ 86-88; trad. Gabriele Giannantoni, modificata)

 

Ridicolo è poi Aristippo, il quale pensava che la culinaria preparasse un dato cibo in vista di qualche fine, mentre poi pensava che le matematiche, che sempre pervengono a conclusioni vere e da premesse scientifiche, non fossero prodotti della mente, ritenendo di aver provato che le cose intorno a cui disputano sono imitazioni (Siriano, Commento alla «Metafisica» di Aristotele, p. 14.31-34 = Aristippo, SSR IV A 170; trad. Gabriele Giannantoni)

 

[Le fonti su Aristippo e sui Cirenaici (cui si fa riferimento con l’acronimo SSR) si trovano in Gabriele Giannantoni, Socratis et Socraticorum Reliquiae, 4 voll., Bibliopolis, Napoli. Una selezione delle stesse è tradotta in italiano da Gabriele Giannantoni, I Cirenaici, Firenze, Sansoni, 1958. Le fonti di Istro sono ora raccolte in Monica Berti, Steven Jackson (eds.), Istros (334), in Brill’s New Jacoby. I passi dell’anonima Vita di Sofocle sono tradotti da me, mentre le altre traduzioni sono le seguenti:

  1. Claudio Bevegni, Nigel Wilson (a cura di), Eliano: Storie varie, Milano, Adelphi, 1996;
  2. Daniele Guastini (a cura di), Aristotele: Poetica, Roma, Carocci, 2010;
  3. Gabriele Giannantoni (a cura di), Socrate: Tutte le testimonianze da Aristofane e Senofonte ai Padri Cristiani, Roma-Bari, Laterza, 1971;
  4. Giovanni Pini (a cura di), Clemente di Alessandria: Gli Stromati, Milano, Edizioni Paoline, 2006
  5. Giuseppe Cambiano (a cura di), Platone: Dialoghi filosofici. Volume I, Torino, UTET, 1970.

 

Enrico Piergiacomi

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Enrico Piergiacomi è collaboratore di ricerca presso l’Università degli Studi di Trento. Studioso di filosofia antica e di teatro, è specialista del pensiero teologico antico e delle sue ricadute morali, dei Presocratici, dei filosofi ellenistici. Attualmente, lavora all’edizione italiana degli scritti di Phillip Mitsis sull’Epicureismo, supervisiona il Laboratorio Teatrale dell’Università degli Studi di Trento e cura la rubrica Teatrosofia (https://www.teatroecritica.net/tag/teatrosofia/) con Teatro e Critica. Dal 2016, frequenta il Libero Gruppo di Studio d’Arti Sceniche, coordinato da Claudio Morganti. È co-autore con la prof.ssa Sandra Pietrini di Büchner, artista politico (Università degli Studi di Trento, Trento 2015) e autore di una Storia delle antiche teologie atomiste (Sapienza Università Editrice, Roma 2017; di prossima pubblicazione). Un suo profilo completo è consultabile sul portale: https://unitn.academia.edu/EnricoPiergiacomi