Teatrosofia #80. Recitazione o medicina? Ippocrate e gli attori

Teatrosofia esplora il modo in cui i filosofi antichi guardavano al teatro. Il numero 80 rintraccia alcuni interessanti riferimenti all’attore all’interno del corpus di opere attribuite a Ippocrate.

IN TEATROSOFIA, RUBRICA CURATA DA ENRICO PIERGIACOMI – collaboratore di ricerca post-doc e cultore di storia della filosofia antica presso l’Università degli Studi di Trento – CI AVVENTURIAMO ALLA SCOPERTA DEI COLLEGAMENTI TRA FILOSOFIA ANTICA E TEATRO. OGNI USCITA PRESENTA UN TEMA SPECIFICO, ATTRAVERSATO DA UN RAGIONAMENTO. Nel numero 80 una riflessione a partire dal corpus hippocraticum e dai riferimenti all’arte performativa in esso contenuta.

L’attività del filosofo-drammaturgo Ione di Chio dimostra (e ne parlavamo qui) che vi poteva essere una sintesi tra due ambiti in apparenza molto diversi, quali appunto la filosofia e il teatro. Ancora più sorprendente risulta essere tuttavia il contatto tra la recitazione e la medicina, che oggi saremmo propensi ritenere discipline tra loro estranee. Possiamo trovare, infatti, alcuni interessanti riferimenti agli attori dentro il Corpus Hippocraticum, ossia una raccolta di testi medici che nell’antichità erano attribuiti o direttamente a Ippocrate o a qualche suo discepolo prossimo.

Oggi sappiamo che questi trattati sono di mano e di epoca tra loro anche molto distanti. Non tutti i contenuti del Corpus Hippocraticum possono essere dunque riportati all’epoca di Ippocrate e dei suoi più immediati discepoli. Fatto presente ciò, questi testi di medicina manifestano due linee di ricerca coerenti e complementari: una deontologica e una eziologica/terapeutica. Vediamole di seguito entrambe.

Sulla linea di ricerca deontologica si procede speditamente, poiché abbiamo un unico, breve e chiarissimo testo. Si tratta dell’incipit delle Leggi ippocratiche, che impongono di imparare il mestiere solo se si è propensi per natura e di cominciare a praticarlo dopo essersi adeguatamente preparati. Se non si rispetta questo semplice imperativo morale, si usurperà il nome di “medico” e si danneggerà l’arte della medicina, gettandole discredito e infamia. Per introdurre un simile concetto, le Leggi ricorrono a un interessante richiamo all’attore. Come non è tale l’uomo che assume aspetto, maschera e veste tragica, ma fa il personaggio muto sulla scena, così non è medico chi va di città in città fregiandosi del proprio nome, ma non sa curare affatto i pazienti.

La funzione eziologica assolta dal richiamo agli attori o agli artisti performativi si trova invece in due testi che, presumibilmente, risalgono al V secolo a.C.: il trattato Sulle carni e i libri del Sul regime dietetico. Del primo saggio, ci interessa solo il lungo § 18, dedicato alla descrizione delle cause della fisiologia del discorso orale.

L’autore propone qui che l’atto di fonazione consista nella modulazione dell’aria attirata dentro il corpo. Questa richiede, a sua volta, che l’individuo disponga di due capacità: quella di trattenere il respiro dentro di sé e quella di articolarlo con i denti / il palato. In assenza di uno solo di questi requisiti, il discorso orale non ha luogo, ma si produce soltanto voce o una pura emissione d’aria. La prova che non c’è fonazione senza capacità di articolazione è l’individuo sordo sin dalla nascita. Questi riesce sì a trattenere il respiro, ma non ha appreso – probabilmente perché non poteva ascoltare i discorsi dei genitori e, dunque, imitarli – ad articolarlo, sicché produce solo una voce monotona. Il fatto che non vi può essere discorso orale senza trattenere il respiro è invece dimostrato da tre esempi: le persone che urlano, il cantante, gli individui mutilati alla gola. In tal sede, ci interessa solo il secondo caso, che l’autore del Sulle carni usa per evidenziare come si resca a cantare tanto più a lungo, quanto più respiro sia in grado di immettere nel corpo. Il cantante che ha concluso una lunga aria musicale non riesce successivamente ad articolare alcun discorso orale, benché abbia ancora pieno esercizio della sua capacità di articolare l’aria con i denti e con il palato. E la ragione è, appunto, che il suo corpo non contiene più respiro al suo interno.

La scienza contemporanea potrà certo sottolineare l’ingenuità di una simile spiegazione. Lo stesso effetto potrebbe essere raggiunto più velocemente tramite il senso comune: tutti osservano che non si dà discorso orale, senza la capacità di articolare e rilasciare il respiro. Nonostante ciò, il medico propone delle interessanti divisioni logiche, tra cui quella tra “voce” e “discorso”. L’una indica l’emissione di aria inarticolata, l’altra di aria articolata e plasmata. Il medico va poi apprezzato perché fonda la sua argomentazione su un metodo empirico e su un numero di esempi sufficienti a creare una piccola casistica. Il suo discorso poteva insomma essere più astratto, mentre è stato reso più concreto ricorrendo a precisi riferimenti.

Di levatura intellettuale ben più sviluppata è invece l’autore dei libri del Sul regime dietetico. Nutrito di cultura filosofica, questo medico si propone con il suo trattato di spiegare che la natura umana è un composto di fuoco e acqua, ossia degli elementi rispettivamente responsabili del movimento dell’anima e della nutrizione del corpo. Il suo intento non è tuttavia teorico, bensì pratico: identificare il tipo di vita e gli esercizi che permettono di acquisire o conservare la salute (I 1-2). In questo senso, i due soli richiami alla dimensione performativa che l’autore fa nei libri del Sul regime dietetico servono a raggiungere a questo fine eziologico e terapeutico.

Il più “semplice” e controllabile si trova nel § 61 del libro II. Qui l’autore entra nel dettaglio degli esercizi che servono ad acquisire o conservare la salute. Di questi, alcuni sono naturali, altri violenti. Gli uni e gli altri hanno in comune il fatto di muovere l’anima, più precisamente di attivare dentro di noi il fuoco che, eliminando l’acqua in eccesso, fa sì che l’organismo diventi più snello, efficiente e attivo. Gli esercizi “naturali” sono così chiamati perché attivano le quattro facoltà che vengono da noi esercitate spontaneamente e per natura: la vista, l’udito, la voce e il pensiero. “Violente” sono invece le esercitazioni che vengono praticate dall’organismo sotto costrizione, per esempio la corsa o la ginnastica. Ora, l’autore afferma esplicitamente che, tra gli esercizi naturali della voce che ci mantengono in salute, noi troviamo alcune pratiche performative, quali sono la lettura ad alta voce e il canto. E forse possiamo supporre che questo principio si applichi anche alle esercitazioni della vista. Nel libro IV, infatti, l’autore del trattato prescrive ai pazienti affetti da ansia la contemplazione degli spettacoli, in particolare di quelli comici. Dato che un apparato spettacolare stimola contemporaneamente vista, udito e intelletto, possiamo supporre che l’autore del Sul regime dietetico prescriva l’andare a teatro come una pratica terapeutica.

Se ciò è vero, ci troviamo di fronte alla prima attestazione nota nella letteratura medica della recitazione come una forma di guarigione, che sarà dettagliatamente descritta secoli dopo da Celio Aureliano (come osservavamo in questo precedente numero). Quel che l’autore del trattato ci sta dicendo è che il canto, la lettura ad alta voce e forse la visione degli spettacoli snelliscono, attivano, rendono efficiente l’anima. Tornando alla distinzione tra esercizi naturali e violenti, possiamo poi aggiungere che il teatro venga considerato un’esercitazione terapeutica conforme a natura, poiché ci permette di praticare tutte le facoltà sensitive e intellettive di cui siamo dotati.

Il secondo riferimento alla dimensione performativa del Sul regime dietetico si trova invece nel libro II. Tale passo è tuttavia assai più difficile da capire rispetto a quello appena analizzato e presuppone una conoscenza del filosofo Eraclito, chiamato già dagli antichi come il pensatore “oscuro” ed “enigmatico” per antonomasia. Socrate espresse bene questo punto a Euripide che gli aveva chiesto un parere sullo scritto eracliteo Sulla natura, rispondendogli che trovava eccellente quel che aveva capito, ma che quel che non aveva inteso era tanto profondo e buio da richiede l’intervento di un palombaro. Dovremo perciò rimandare l’analisi di questo secondo estratto del testo medico dopo esserci armati della necessaria attrezzatura subacquea, ovvero una descrizione quanto meno sommaria della dottrina di Eraclito.

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La medicina di tutte le arti è la più preclara: ma per l’ignoranza di coloro che la praticano e di chi avventatamente li giudica, di gran lunga ormai da tutte le arti è stata lasciata indietro. Gli errori di costoro soprattutto mi sembrano aver questa causa: per la medicina sola nelle città non viene stabilita pena alcuna, eccetto il disonore: e questo non ferisce certo chi ne è investito. Essi sono infatti assai simili ai personaggi muti che compaiono nelle tragedie: giacché al pari di quelli hanno aspetto e veste e maschera d’attore, ma attori non sono; e similmente i medici, di nome molti, ma di fatto ben pochi ([Ippocrate], Leggi, cap. 1; trad. di M. Vegetti)

 

Il discorso è rilasciato mediante l’aria che l’individuo attira dentro tutto il suo corpo, ma soprattutto dentro le sue parti cave. Quando quest’aria è rilasciata all’esterno attraverso gli spazi vuoti e il cervello la fa rimbombare a mo’ di eco, allora si produce il suono. La lingua articola [il suono] a contatto con l’aria. Trattenendo l’aria nella gola e toccando il palato / i denti, essa rende il discorso più chiaro. Se la lingua non articola ogni volta [il suono rilasciato] tramite il contatto, la persona non parla chiaramente, ma emette un verso monotono. Prova ne è il comportamento di chi è sordo dalla nascita, che non sa articolare un discorso, bensì appunto emette un verso monotono. Non è poi possibile parlare, se ci provi dopo aver emesso fiato. Ciò è evidente. Quando gli esseri umani vogliono parlare ad alta voce, essi prendono un grande respiro, quindi lo rilasciano con foga e urlano fintanto che il respiro perdura. Dopodiché, la loro voce si affievolisce. Inoltre, ogni volta che si propongono di eseguire una lunga aria musicale, i cantanti prima raccolgono dentro di sé quanto più respiro possibile, poi recitano e cantano a voce alta fintanto che hanno fiato. Appena questo finisce, si fermano. Tutti questi esempi mostrano che è il fiato il mezzo dell’espressione vocale. Ho visto persone che si sono tagliate la gola fino al punto da maciullarla completamente. Costoro potrebbero vivere, ma di certo non possono parlare, a meno che qualcuno non chiuda loro la faringe: in tal caso, anche loro riescono a parlare. Da questo risulta allora anche chiaro che queste persone non possono attirare l’aria negli spazi cavi, perché la loro gola è stata tagliata. Accade, di contro, che il loro respiro passi attraverso il taglio alla gola. Questo forse basti per la voce e per il linguaggio articolato ([Ippocrate], Sulle carni, § 18)

 

Passo ora a discutere i poteri degli esercizi, che sono in sé dolorosi. Alcuni di questi sono naturali, altri violenti. Tra quelli conformi a natura, troviamo gli esercizi della vista, dell’udito, della voce e del pensiero. Il potere della vista è quello che segue: l’anima soffre quando si concentra su quanto vede, in quanto mossa e riscaldata. Con tale riscaldamento, [l’organismo] è disseccato, perché l’umido è buttato fuori. Tramite l’udito, ossia quando un rumore colpisce l’anima, accade che l’anima venga scossa e soffra. Soffrendo, essa si riscalda e si secca. Nel momento in cui l’essere umano è poi afflitto dai pensieri, allora l’anima viene mossa da questi, si riscalda e si secca; e la sofferenza consuma l’umido, svuota le carni e fa dimagrire l’individuo. Gli esercizi dolorosi propri della voce – siano essi il discorso o la lettura o il canto – muovono tutti l’anima. Essendo questa mossa, si riscalda e si secca e consuma l’umido ([Ippocrate], Sulla dieta, libro II, § 61)

 

Ma anche coloro che sanno le cose già dette, non ancora conoscono a sufficienza il trattamento terapeutico dell’uomo, perché non può l’uomo stare in salute mangiando, se non si sottoponga contemporaneamente a fatiche. Gli alimenti e gli esercizi, infatti, hanno opposte virtù potenziali e concorrono gli uni con gli altri alla conservazione della salute. Gli esercizi tendono, per loro natura, a spendere le forze esistenti, gli alimenti e le bibite a rimpiazzare gli elementi esauriti. Occorre, dunque, a quanto pare, conoscere esattamente la forza degli esercizi naturali e provocati, quali di questi determinino aumento o diminuzione delle carni, tenendo presente anche la proporzione tra fatiche e quantità di cibi, fra natura dell’uomo ed età, stagioni dell’anno, cambiamenti dei venti, posizioni dei luoghi ove gli uomini vivono, nonché la costituzione dell’anno ([Ippocrate], Sulla dieta, libro I, § 2)

 

Tutti gli altri animali, come lo stesso uomo, sono composti di due sostanze differenti per proprietà, convergenti però per l’uso: cioè il fuoco e l’acqua. Questi due elementi sono sufficienti a tutti gli altri e a se stessi, ma l’uno senza l’altro né a se stesso, né a nessun altro, né a nessun’altra cosa. Ognuno di questi elementi ha le sue qualità. Il fuoco mette eternamente in movimento ogni cosa: l’acqua nutre eternamente ogni cosa. Ciascuno di essi, di volta in volta, domina ed è dominato, per quanto è possibile, e per il massimo e per il minimo ([Ippocrate], Sulla dieta, libro I, § 3)

 

Anima, conoscenza, pensiero, evoluzione, movimento, involuzione, trasformazione, sonno, veglia sono la parte più calda del fuoco, e quella più forte, inaccessibile alla vista e al tatto. Rappresentano quel fuoco che tutto governa senza fermarsi mai ([Ippocrate], Sulla dieta, libro I, § 10)

 

Se [si sogna di vedere] i corpi celesti che vanno raminghi alcuni in una direzione e altri in un’altra, è segno di un disturbo dell’anima che proviene dall’ansietà. In questo caso, la cura consiste nel riposo. L’anima dovrebbe guardare gli spettacoli, se possibile gli spettacoli comici, altrimenti quelle cose che portano maggiore piacere allo sguardo. Lo faccia per due o tre giorni e il rimedio avrà efficacia ([Ippocrate], Sul regime dietetic, libro IV, § 89)

 

Dicono che Euripide, dandogli il libro di Eraclito, chiedesse a Socrate: «Che te ne sembra?» e Socrate: «Ciò che ho capito è eccellente, e penso che lo sia anche ciò che non ho capito; ma forse bisognerebbe essere un palombaro di Delo» (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, libro II, § 22 = Eraclito, 22 A 4 DK)

 

[Le Leggi sono tradotte da Mario Vegetti (a cura di), Opere di Ippocrate, Torino, UTET, 1965, il libro I del Sul regime dietetico da Concezio Alicandri Ciufelli, Ippocrate: Sul regime dietetico. Libro I, Sulmona, Tipografia Labor, 1961, l’aneddoto su Socrate ed Eraclito in Gabriele Giannantoni (a cura di), I Presocratici: testimonianze e frammenti, Roma-Bari, Laterza, 1969. Gli altri passi ippocratici sono tradotti da me]
 Enrico Piergiacomi
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Enrico Piergiacomi è collaboratore di ricerca presso l’Università degli Studi di Trento. Studioso di filosofia antica e di teatro, è specialista del pensiero teologico antico e delle sue ricadute morali, dei Presocratici, dei filosofi ellenistici. Attualmente, lavora all’edizione italiana degli scritti di Phillip Mitsis sull’Epicureismo, supervisiona il Laboratorio Teatrale dell’Università degli Studi di Trento e cura la rubrica Teatrosofia (https://www.teatroecritica.net/tag/teatrosofia/) con Teatro e Critica. Dal 2016, frequenta il Libero Gruppo di Studio d’Arti Sceniche, coordinato da Claudio Morganti. È co-autore con la prof.ssa Sandra Pietrini di Büchner, artista politico (Università degli Studi di Trento, Trento 2015) e autore di una Storia delle antiche teologie atomiste (Sapienza Università Editrice, Roma 2017; di prossima pubblicazione). Un suo profilo completo è consultabile sul portale: https://unitn.academia.edu/EnricoPiergiacomi