Calderon con gli “attori sensibili” nel Complesso Monumentale della Pilotta

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Nel Complesso Monumentale della Pilotta di Parma, Lenz Fondazione presenta Il Grande Teatro del Mondo: prima parte di un trittico sulle opere di Calderón de la Barca. Recensione

Foto Francesco Pititto

«Che è la vita? Una frenesia. Che è la vita? Un’illusione, un’ombra, una finzione. E il più grande dei beni è poca cosa, perché tutta la vita è sogno, e i sogni sono sogni». Queste sono le parole che Sigismondo pronuncia in chiusura del secondo atto del dramma La vida es sueño di Pedro Calderón de la Barca, dopo aver paragonato – sempre in sogno – l’esistenza di noi tutti a un «gran teatro del mondo». In questo palcoscenico, il personaggio aveva finora ordito piani di vendetta contro i suoi amici e familiari, ritenendo che vendicarsi fosse un fine degno di scelta. La scoperta che la vita è un sogno diventa allora per Sigismondo un processo spirituale che lo induce a deporre la sopraffazione e a rinunciare a un bene solo apparente. Se tutto quello che desideriamo è ombra, vendetta inclusa, a che scopo afferrarla e dominarla?

Ispirandosi a questa scena decisiva de La vida es sueño, Lenz Fondazione ha elaborato una creazione site-specific nel Complesso Monumentale della Pilotta dal titolo Il Grande Teatro del Mondo su testo di Francesco Pititto e regia di Maria Federica Maestri. Dell’originale di Calderón è sicuramente rimasta la grande metafora vita/scena, che viene anzi esplicitata con più forza. Se infatti ne La vida es sueño non si fa mai riferimento a un dio creatore della macchina scenica che regola l’esistenza umana, Lenz lo introduce all’interno della drammaturgia. Il Mondo stesso fa la sua apparizione nella messa in scena e viene mostrato nell’atto di sorvegliare gli attori che, sopra il suo corpo, recitano la parte assegnata dalla volontà divina. Viene poi mantenuto il dubbio stesso che Sigismondo formula spesso ne La vida es sueño, ossia se siamo svegli o siamo in realtà sognatori che credono di stare nella veglia. Il risultato è raggiunto in particolare con le «imagoturgie» di Pittito: un tessuto di immagini mute, tremolanti e minimali, dunque caratterizzate da un alone di irrealtà, paragonabile a quello che percepiamo durante l’esperienza onirica.

Foto Francesco Pititto

Diversamente da La vida es sueño, però, Il Grande Teatro del Mondo elimina la vicenda particolare di Sigismondo e della sua rinuncia alla vendetta, preferendo dare una coloritura universale alla metafora vita/scena. Gli attori che recitano sul palcoscenico del Mondo non sono in fondo “personaggi”, se con questa parola definiamo individui concreti con una loro storia e un determinato carattere. Essi sono allegorie di valori morali: il Ricco e il Povero, il Re e il Contadino, la Bellezza e la Discrezione, il Bambino mai Nato che non ha fatto in tempo a iniziare a recitare, la Legge di Grazia, che di contro giudica alla fine dello spettacolo chi ha capito il suo ruolo e lo ha interpretato al meglio, meritando così di cenare alla mensa del dio. E poiché queste figure sono volutamente tipizzate, la recitazione e i costumi degli attori che le interpretano risultano essere altrettanto tipizzati. Valga quale unico esempio la contrapposizione tra il Ricco e il Povero. L’uno viene interpretato da una donna tracotante, sontuosamente vestita, dall’andatura eretta e dal passo sicuro; l’altro da un uomo cencioso, dalla personalità dimessa e dalla voce stanca.

Tutto ciò è segno, ché quel che conta ne Il Grande Teatro del Mondo è l’individuazione della logica che regola la vita/scena, in cui noi spettatori (diversi per temperamenti, esperienze e desideri) potremmo ugualmente riconoscerci. Il che è come dire: seppure la nostra vita sia un sogno, essa manifesta in grande quel rigore, quel ritmo e quella compattezza che riscontriamo nei piccoli teatri eretti da mano umana.

Foto Francesco Pititto

Ogni componente dello spettacolo contribuisce a far emergere questa grandiosità e logica di fondo. Lo fanno i dialoghi, in particolare quelli tra il Povero e tutte le altre allegorie morali, che servono a mostrare come il primo (a cui viene sistematicamente negata l’elemosina) reciti al meglio la drammaturgia voluta da dio, per il quale è necessario che esista «quello che sente e patisce». Vi contribuiscono, più in generale, i movimenti degli attori (spesso amplificati o esagerati) e l’accompagnamento musicale/canoro dei musicisti barocchi, che esprimono un comune senso di grandezza che, a tratti, rischia di sconfinare nella pomposità. Infine, la logica e la grandiosità della metafora si manifestano nella scelta stessa di allestire Il Grande Teatro del Mondo in un complesso come quello della Pilotta di Parma. Le tre grandi aree in cui lo spettacolo è realizzato (lo scalone monumentale, la galleria neoclassica, la loggia del Teatro Farnese) ben corrispondono ai tre grandi momenti del dramma della vita: il tempo della nascita in cui un essere umano fa il suo ingresso nel Mondo, l’attimo in cui il dio-autore assegna a questi il suo destino, la recita stessa che dura fino alla morte e si conclude – per chi crede – con il giudizio divino definitivo.

Non mancano, tuttavia, accenni discretamente ironici al fatto che il contenuto teologico non vada preso troppo sul serio. Non ci pare un caso, ad esempio, che il dio sia rappresentato da un bambino, alludendo così al fatto che il suo disegno possa essere forse più frutto di capriccio o di dissennatezza che di saggezza. O ancora, che il Mondo sia interpretato da uno degli “attori sensibili” della compagnia, indicando come possa esserci qualcosa di intrinsecamente bizzarro o malato nel palcoscenico che noi viventi attraversiamo. Se questo è vero, significa che la dimensione teologica avrebbe valore estetico e non ideologico, o peggio, proselitistico. Non c’è bisogno di credere davvero in una divinità provvidente per pensare che l’esistenza sia un palcoscenico. È sufficiente prenderla come pretesto per esplorare la metafora poetica della vita come una scena e appurarne le possibili conseguenze.

FotoFrancesco Pititto

Si potrebbe certo dibattere se Lenz abbia fatto o meno un’operazione legittima col trasformare tanto radicalmente il testo di Calderón, o se il derivato sia migliore o peggiore rispetto all’originale. Stilare una classifica è irrilevante. Ci troviamo semmai di fronte a due diverse visioni del mondo, derivate dalla premessa comune che la vita sia un sogno. Da questa possono discendere, del resto, più stili di vita, o più modi di “sognare” la propria finitezza. Calderón de la Barca fa della dimensione onirica un percorso di purificazione morale. Pititto e Maestri vi fanno ricorso per proporre un pensiero analogo a quello che Polonio formula osservando la “pazzia” di Amleto: c’è del metodo in quella follia che è la nostra esistenza. Chi scrive potrebbe dedurre che, proprio perché la vita è un sogno effimero, forse vale la pena coglierne i beni illusori prima che spariscano e che anche le ombre perdano la loro consistenza: un rovesciamento, insomma, della morale pacifica ma sconsolata di Sigismondo. Gli altri lettori/sognatori traggano le proprie valutazioni.

Enrico Piergiacomi

visto al Complesso Monumentale della Pilotta, Parma

giugno 2018

IL GRANDE TEATRO DEL MONDO
Videoinstallazione + performance
da Calderón de la Barca
Testo e imagoturgia | Francesco Pititto
Installazione, costumi e regia | Maria Federica Maestri
Interpreti | Barbara Voghera, Paolo Maccini, Franck Berzieri, Carlotta Spaggiari, Valeria Meggi, Matteo Castellazzi, Sandra Soncini, Lara Bonvini, Valentina Barbarini, Lorenzo Davini, Monica Bianchi e Eugenio Degiacomi (basso)
Musicisti | Sara Dieci, Alessandro Trapasso, Luciano D’Orazio, Alessio Zanfardino, Francesco Monica e Francesco Melani, clavicembalisti diretti dal Maestro Francesco Baroni
Composizione e rielaborazione musicale elettronica | Claudio Rocchetti
Cura | Elena Sorbi
Organizzazione | Ilaria Stocchi
Ufficio stampa e comunicazione | Michele Pascarella
Cura tecnica | Alice Scartapacchio
Media video | Stefano Cacciani

 

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Enrico Piergiacomi è collaboratore di ricerca presso l’Università degli Studi di Trento. Studioso di filosofia antica e di teatro, è specialista del pensiero teologico antico e delle sue ricadute morali, dei Presocratici, dei filosofi ellenistici. Attualmente, lavora all’edizione italiana degli scritti di Phillip Mitsis sull’Epicureismo, supervisiona il Laboratorio Teatrale dell’Università degli Studi di Trento e cura la rubrica Teatrosofia (https://www.teatroecritica.net/tag/teatrosofia/) con Teatro e Critica. Dal 2016, frequenta il Libero Gruppo di Studio d’Arti Sceniche, coordinato da Claudio Morganti. È co-autore con la prof.ssa Sandra Pietrini di Büchner, artista politico (Università degli Studi di Trento, Trento 2015) e autore di una Storia delle antiche teologie atomiste (Sapienza Università Editrice, Roma 2017; di prossima pubblicazione). Un suo profilo completo è consultabile sul portale: https://unitn.academia.edu/EnricoPiergiacomi