Si muore tutti democristiani? Intervista a Massimiliano Loizzi

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Massimiliano Loizzi è autore attore di teatro, impegnato nel teatro civile e nel teatro canzone, con la compagnia Mercanti di storie. Partecipa come attore ai video de Il Terzo Segreto di Satira, collettivo di videomaker satirici con un ampio seguito sul web. Da questa esperienza è nato il film – di recente al cinema – Si muore tutti democristiani. Intervista.

www.massimilianoloizzi.com

Massimiliano Loizzi è volto dei video del collettivo Il Terzo Segreto di Satira. In particolare gli spetta il ruolo del renziano, ritratto come mellifluo doppiogiochista, con pochi scrupoli morali. Lo abbiamo conosciuto a Torino, dove – all’interno della rassegna Schegge – mostrò il Matto e ne parlammo qui.  Dopo il film, Si muore tutti democristiani, in sala a maggio, lo abbiamo raggiunto per un’intervista telefonica.

Come è nata l’idea del film Si muore tutti democristiani?
Io faccio parte del Terzo Segreto di Satira dal 2012. Il progetto nasce dagli autori-registi che coltivavano da qualche anno l’idea di fare un film, possibilità che si è concretizzata negli ultimi 2-3 anni, duranti i quali hanno scritto una storia. Si tratta di una vicenda più che mai attuale, che parla della crisi dell’essere umano di sinistra – indipendentemente che sia italiano o meno -, la crisi dei valori che stiamo attraversando in questo momento. (Io in realtà non mi reputo in senso stretto una persona di sinistra, in quanto sono tendente anarchico, ma faccio parte di quell’insieme di persone che desidera un mondo migliore, che pensa che un altro mondo sia possibile). È la storia di tre trentacinquenni che si trovano davanti a un compromesso: scegliere la strada più facile che porta ai soldi o optare per quella più difficile che però non cede sull’etica. Questa storia era stata scritta in origine come metafora della crisi del Partito Democratico, ma poi è cambiata, è stata riscritta ed è diventata ancora più universale. È la storia di questi tre amici, colleghi videomaker, (una sorta di autobiografia degli autori/registi che parlano di loro stessi attraverso noi tre attori) che si trovano di fronte a una scelta non banale.

Quanto c’è di generazionale in questa vicenda post-ideologica?
Anche altre persone ci hanno posto questa domanda e ognuno di noi risponde in modo diverso. Per me è assolutamente un film generazionale, sono convinto cioè che quanto più una storia sia personale e specifica, tanto più sia in grado di essere universale. Anche in teatro cerco sempre di raccontare le mie storie personali, perché credo che attraverso l’oggettività del personale, del proprio vissuto, saranno in tanti a trovare una corrispondenza con la propria esistenza. Si tratta di tre giovani uomini calati nel contesto attuale: ci sono le difficoltà di chi conduce la vita d’artista, ma anche il confronto con le fake news e l’urgenza della crisi del lavoro. Per questo mi sembra per più ragioni una storia generazionale. Leonardi – che è l’anziano del gruppo – tende sempre a rimarcare che si tratta di una storia universale perché in realtà parla della scelta etica individuale di fronte al compromesso. Il titolo avrebbe potuto avere un punto interrogativo, perché in effetti pone una domanda: si muore tutti democristiani? Laddove democristiani è una metafora, non s’intende il partito politico che ha segnato la storia – a mio modo di vedere in modo negativo – negli ultimi cinquanta anni di Repubblica. Nino Manfredi, in un film bellissimo, Il nome del papa re, diceva: «Figlio mio, i ribelli muoiono a vent’anni, anche quando non muoiono». Quindi essere democristiani è un po’ questo: diventare adulti, maturi, trasformarsi da figli in padri. Nel pensiero comune questo esige una presa di coscienza del compromesso, la consapevolezza di non poter cambiare il mondo, la necessità di doversi adeguare e tutte quelle frasi fatte che si usa dire. Pensi di aver lottato contro il sistema tutta una vita e poi invece una mattina ti accorgi che il sistema sei tu. È quindi sì un film generazionale, che però pone alcuni interrogativi trasversali: si può essere contestatori per sempre o tocca morire democristiani? È meglio fare cose pulite con soldi sporchi o fare cose sporche con soldi puliti?

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Hai parlato di recupero dei valori? C’è quindi una morale di fondo?
È una commedia – perché comunque fa ridere – ma allo stesso tempo riprende il filo interrotto della commedia popolare d’altri tempi. Non racconta ancora una volta gli interni piccolo borghesi, gente che si bacia e si tradisce, ma è un film amaro che parla delle difficoltà non solo di essere al mondo, ma proprio di essere italiani in questo momento storico.

Sei innanzitutto attore di teatro. Come si concilia il lavoro con il cinema con la tua vocazione teatrale?
Quest’anno mi è andata bene, ho fatto il film di Francesca Archibugi Gli sdraiati e un film indipendente di Matteo Vicino, Lovers, che purtroppo – pur essendo pluripremiato in tutto il mondo – non trova distribuzione perché non ci sono volti noti. I soliti meccanismi. Magari non tutti italiani, perché mi sembra di capire che siano semplicemente relativi al mondo del cinema commerciale. Seppur prodotti dalla Rai anche noi abbiamo avuto difficoltà a trovare il momento d’uscita giusto perché alla fine, per quanto con il Terzo Segreto di Satira siamo un fenomeno da 15 milioni di visualizzazioni, in alcuni settori non siamo volti noti. Da anni ho scelto di non lavorare più per altri in teatro – a parte un episodio quest’anno per Filax Anghelos un monologo scritto da Renato Sarti – io mi occupo di progetti che scelgo e condivido. Nel Terzo Segreto di Satira non sono autore, ma abbiamo sposato insieme questo progetto. E poi in forme diverse di teatro. Quella più popolare della stand-up comedy; quella della serie Il Matto che può dividere perché crea delle opinioni discordanti, per i temi che tratto e il modo in cui scelgo di trattarli e poi il teatro canzone, che è la mia forma congeniale perché dovevo fare la rock-star, ma mi sono fatto male al ginocchio.

Da un punto di vista strettamente recitativo che cosa comporta questo slittamento di formato?
In effetti si tratta della mia cifra: quantunque gli spettacoli si differenzino tra di loro per forme di espressione, mi piace avere una cifra che mi rende riconoscibile, anche in lavori tanto distanti l’uno dall’altro. In termini tecnici questo si traduce nel completo abbattimento della quarta parete, nel modo cruento di approcciarsi al pubblico, ossia un confronto diretto che ho imparato dai miei maestri. Ho lavorato con Paolo Rossi quando ero molto giovane e quindi vengo da quella scuola lì e mi piace poter continuare su quella falsariga. Lui è il più grande stand-up comedian italiano, ma al contempo ha sempre fatto teatro di satira, civile. Mi piace il lusso di poter continuare su quella strada.

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Qual è la tua formazione?
Ho fatto molte esperienze diverse, penso che sia giusto. L’esperienza formativa più importante resta comunque il teatro di strada, che ho praticato quando ero giovanissimo. Sono andato via dalla Puglia e ho viaggiato per tre anni fuori dall’Italia. Racconto una storia ogni volta diversa sulle ragioni per cui sono stato espulso dalla Paolo Grassi a Milano. C’era stato un diverbio fisico con un insegnante e poi ero davvero giovane, bevevo molto, la notte facevo il barista per mantenermi, quindi tornavo molto tardi e saltavo sempre le lezioni di danza e comunque l’Accademia ha endemicamente un non so che di vetusto al suo interno e io mi scontravo con questa vecchiaia. Essendo però io di sangue caldo, questo scontro è avvenuto fisicamente. Appena sono stato cacciato ho avuto però la fortuna di incrociare subito Paolo Rossi, che mi ha accolto in uno spettacolo che debuttava di lì a poco; doveva essere un monologo, ma mi ci ha infilato come spalla. Perciò io avevo ventiquattro anni e ho viaggiato tutta l’Italia così, buttato in scena con cinque giorni di prove. L’Accademia mi ha fatto capire cosa non avrei voluto fare, insomma. Con Paolo ho imparato tanto: sia a stare sul palco, ma anche a vivere il teatro, i mestieri, le figure che lo compongono. Ho lavorato anche con Gabriele Lavia, che non ho amato granché. Ho fatto La bisbetica domata con Tullio Solenghi, persona a cui invece penso con molto affetto e stima, sia dal punto di vista umano che artistico. Siamo rimasti in contatto, lui mi manda sempre delle barzellette idiote su WhatsApp ed è davvero uno dei comici più notevoli di tutta la storia della comicità in Italia. I camerini in ordine di importanza, di paga, il direttore di scena, i macchinisti…ognuno in ordine gerarchico. Mi ha fatto piacere conoscere quel mondo, ma per come sono fatto non mi appartiene. C’è stato inoltre un progetto con Antonio Latella che aveva cercato, con il Napoli Teatro Festival e il Nuovo Teatro Nuovo, di fondare una compagnia stabile di modello tedesco. Già di per sé l’idea fa ridere. Applicare un modello tedesco a Napoli. Infatti è fallito. Come formazione per me però è stato molto importante: 8 ore di prove al giorno, poi lo spettacolo. In sette-otto mesi, noi, sei attori, abbiamo prodotto 18 spettacoli. Una mole di lavoro impressionante. Alcune cose lontanissime anni luce da me, altre che sento più vicine, ma comunque teatro di ricerca. Ormai si tratta di dieci anni fa, ma è un teatro che si pone delle domande. Poi con Latella mi sono trovato davvero bene, lui lavora in un modo molto bello con gli attori. Ho tuttavia capito da questa esperienza che, indipendentemente da chi mi trovassi davanti, io avevo bisogno di raccontare le mie storie. Mi trovavo a andare in scena e a pensare a quello che avrei voluto raccontare, quindi ho capito che non sono un attore che parla le parole degli altri. Non vorrei sembrarti presuntuoso, ma mi fa star male. Preferisco fare altro piuttosto che andare lì a recitare a memoria cose che non sono mie e che non riesco a condividere. Si tratta di una necessità, di un bisogno a cui ho dovuto prestare ascolto. A me piace stare lì senza rete di fronte al pubblico. Fin da ragazzo sono stato mosso da passioni politiche che mi hanno trascinato in molte direzioni, perciò mi trovo a pensare al teatro sì come a una forma di convivialità ma anche di coesione e di partecipazione. Il teatro di strada è stata una prima forma. Poi ho partecipato ai vari Social Forum, ho preso botte a Genova e quella è stata l’altra formazione importante, da un punto di vista politico e di narrazione.

Giulia Muroni

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Dottoressa magistrale in Filosofia con una tesi sul rapporto tra Walter Benjamin e Bertolt Brecht, collabora con Teatro e Critica da gennaio 2017. Dal 2015 frequenta il Seminario di Filosofia delle Arti Dinamiche, presieduto da Carlo Sini e Antonio Attisani. Ha coperto un ruolo di docenza in scrittura nelle scuole superiori, nell’ambito del progetto della Regione Autonoma della Sardegna, Tutti a Iscol@ nelle annualità 2016/2017 e 2015/2016. Ha svolto attività di consulenza drammaturgica in progetti promossi da Piemonte Live dal Vivo. Negli anni 2011-2013 ha partecipato a Siena al seminario di studi di genere “Presenti Differenti”, fondato da Maria Luisa Boccia e Michela Pereira. Dal giugno 2013 al dicembre 2016 ha collaborato con la webzine Pane Acqua Culture. Una recensione del 2014 è stata pubblicata nell’ambito del progetto RIC.CI (Reconstruction Italian Contemporary Choreography anni Ottanta-Novanta) ideato da Marinella Guatterini, realizzato con la Fondazione Paolo Grassi. Ha seguito una formazione di danza classica e danza contemporanea e ha partecipato ad alcune produzioni presentate a festival e rassegne nazionali.