Blind Summit Theatre. Infondere coscienza alla materia

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La celebre compagnia inglese di teatro di figura Blind Summit Theatre ha presentato al Funaro di Pistoia, in prima assoluta, Henry. Memorie teatrali d’oltretomba. Recensione.

foto Blind Summit Theatre

Due carrelli portaspesa, di quelli che siamo soliti immaginare accostati ad anziane signore, o abbandonati per brevi lassi di tempo agli ingressi dei supermercati. Un cappello scuro, modello borsalino, elegante ma demodé. Un orologio da tavolo, fogli di carta. La sagoma in compensato di un albero. E sacchetti della spazzatura, di spessa plastica nera. È su un tappeto incongruo di oggetti, accatastati sul parquet o appoggiati al fondale, che si posa lo sguardo del pubblico all’ingresso nella sala de Il Funaro: un cabinet de curiosités artificiale e postmoderno, la traccia di esistenze popolari e sognanti. Nulla se non questi pochi elementi sembrano necessari ai membri di Blind Summit Theatre per tradurre in arte scenica le vite, quotidiane e banali, di un padre e del figlio costretto a fronteggiarne la personalità titanica. Nulla: eccetto la magica, ancestrale capacità di donare una coscienza alla materia.

Presentato in prima assoluta presso lo spazio pistoiese – dove è stato in parte realizzato durante una residenza artistica nel corso del 2017 – Henry sembra costituire, almeno in prima istanza, l’inventario di un lascito testamentario: una collezione di immagini, aneddoti e ricordi capace forse di saldare i debiti col passato, ricucire gli strappi e restituire un corpo e una voce a Henry Chessel, celebre attore nonché padre del giovane Luke, «il più grande marionettista del mondo». Tuttavia la compagnia inglese di teatro di figura, tra le più apprezzate e note del panorama internazionale, accosta alla vicenda una stratificata riflessione sulla stessa arte dell’animazione, e sull’ambiguo destino vissuto da chi affida a materia inorganica il compito di disegnare sul palco la vita, la morte, ciò che accade in mezzo.

In una netta presa di distanza dalla tradizione europea e occidentale, che occulta alla vista del pubblico burattinai e marionettisti per consentire al pupazzo di emergere solitario sulla scena, Blind Summit Theatre fa propria la cultura secolare del bunraku, per la quale componente essenziale dello spettacolo è anche l’ostensione del celato, l’esposizione dei mastri burattinai e della loro abilità manipolatoria e attorale. I costumi di scena con i quali si mostrano Mark Down – regista di Henry e suo coprotagonista insieme al pupazzo omonimo – e il duo formato da Fiona Clift e Tom Espiner sono così visivamente debitori del modello giapponese, e della distinzione tra il ruolo principale dell’omuzakai e quelli secondari dell’hidarizukai e dell’ashizukai: abiti borghesi per Down, chiamato a dare una voce al pupazzo, abiti scuri con cappuccio e velo nero sul volto per Clift ed Espiner. 

foto Blind Summit Theatre

A introdurre lo spettacolo, conducendo gradualmente il pubblico attraverso l’esperienza della visione e fornendogli un elenco di avvertimenti preliminari, è il mastro burattinaio: il suo è un decalogo ironico e surreale, che invita a sussurrare commenti al vicino di poltrona, o che preannuncia il susseguirsi di momenti comici e di sequenze struggenti. Proprio questa ouverture, condotta con riconoscibile e caustico humour britannico, sembra però rivelare la quintessenza del teatro del collettivo inglese: quello di un’arte performativa in fieri, costruita insieme allo spettatore e che da questi pretende – più ancora che una primaria sospensione dell’incredulità – una peculiare collaborazione a completare la narrazione con l’immaginazione, ad allontanare lo sguardo dall’uomo per concentrarsi piuttosto sull’ammasso informe di plastica che troneggia al centro della scena, a proiettare su di esso emozioni e idee. L’implicita richiesta formulata al pubblico di affidarsi al dato recitativo più ancora che a quello visivo, e di vagheggiare così aeroplani e automobili là dove si trova soltanto una sedia, sembra rappresentare il limite principale di una creazione che, proponendosi come teatro di figura, è tuttavia squisitamente focalizzata sulla drammaturgia e sulla sua interpretazione.

Down illustra così la cornice all’interno della quale Henry potrà raccontare le sue memorie teatrali d’oltretomba: quella di una masterclass dedicata all’arte dei burattini. Clift ed Espiner, i due allievi, ne apprendono da Down i segreti, cercano – con esiti ora lirici, ora comici – di trasformare un carrello in un’astronave, un foglio di carta in un uccello. Insieme ai giovani studenti, anche la platea de Il Funaro si addentra nei misteri della puppetry: ma ciò che sembra emergere è una dichiarata ambiguità tra il piano dell’ascolto e quella della visione. È solo perché Down descrive un contesto che oggetti anonimi e ordinari assumono per l’uditorio una realtà accessoria: una «verità che esiste perché raccontata», come sostenuto dallo stesso docente. La storia di Henry, della sua morte e della sua esaltante vita, pretende autenticità nel momento stesso in cui il manipolatore si avvicina al sacchetto di plastica nera, modellato con fattezze umane, e dona al vecchio mattatore una gestualità nervosa e una voce annerita dal fumo. 

foto Blind Summit Theatre

Alternandosi tra due ruoli e coadiuvato da Clift ed Espiner, Down traccia il doloroso rapporto tra un vecchio morente – ossessionato dai ricordi di una brillante ma ormai spenta carriera trascorsa sotto le luci del West End – e un figlio costretto a interpretare anche al capezzale paterno lo scomodo ruolo del pubblico di un istrione narcisista. Le memorie dei fasti e degli amori di un tempo si sovrappongono agli accessi di tosse del presente e allo stream of consciousness di Luke, che registra l’angoscia e il senso di impotenza determinati da un rapporto costretto a terminare prima di potersi definire risolto. È quanto forse accaduto allo stesso Down: la biografia romanzata si confonde con quella vissuta e Henry si sovrappone al padre dell’artista, deceduto improvvisamente in ospedale. Fu lì, in un’asettica sala d’aspetto, stringendo in mano il sacchetto di plastica contenente gli effetti personali del genitore, che Down ebbe la prima visione di Henry: ed è forse da quello straziante momento che il burattinaio prova a scendere a patti con se stesso e la propria arte, cercando di risolvere – per sé stesso, per gli spettatori, per chi scrive – i misteri del tempo irrimediabilmente perduto e del tempo che il teatro, invece, cristallizza sulla scena.

Alessandro Iachino

Il Funaro, Pistoia – maggio 2018

HENRY. MEMORIE TEATRALI D’OLTRETOMBA
di Mark Down
da un’idea originale di Mark Down e Nick Barnes
collaborazione drammaturgica Tom Espiner, Michael Vale, Hattie Naylor, Giulia Innocenti
e con l’aiuto di Carolyn Choa, Philip Haas, Ed Docx
con Mark Down, Fiona Clift, Tom Espiner
regia Mark Down
assistente alla regia Alex Crampton, Julian Spooner
scene Ruth Patron
ideazione marionetta Mark Down e Nick Barnes
luci Hansjorg Schmidt
sottotitoli Letizia Sacchi  
manager Ellie Simpson
produzione Blind Summit
con il sostegno di Il Funaro | Pistoia

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Alessandro Iachino dopo la maturità scientifica si laurea in Filosofia presso l’Università degli Studi di Firenze. Dal 2007 lavora stabilmente per fondazioni lirico-sinfoniche e centri di produzione teatrale, occupandosi di promozione e comunicazione. Nel novembre 2014 partecipa al workshop di visione e scrittura critica TeatroeCriticaLAB tenuto da Simone Nebbia e Andrea Pocosgnich nell’ambito della IX edizione di ZOOM Festival, al termine del quale inizia la sua collaborazione con Teatro e Critica. Ha partecipato inoltre al laboratorio Social Media Strategies for Drama Review, diretto da Andrea Porcheddu e Anna Pérez Pagès per Biennale College ‑ Teatro 2015, e ha collaborato con Roberta Ferraresi alla conduzione del workshop di critica della Biennale College ‑ Teatro 2017. È stato membro della commissione di esperti del progetto (In)Generazione promosso da Fondazione Fabbrica Europa, ed è tutor del progetto Casateatro a cura di Murmuris e Unicoop Firenze.