Tra Italia e Germania, il teatro dell’integrazione. Intervista a Werner Waas

Al Teatro i di Milano sono in scena tre lavori di Lea Barletti e Werner Waas, due su testi di Bonn Park. Una conversazione con Werner Waas sul loro teatro tra Italia e Germania.

Foto ufficio stampa

Dal 5 al 12 marzo sono in scena al Teatro i di Milano tre lavori della compagnia Barletti/Waas: il Monologo della buona madre di Lea Barletti, Tristezza&Malinconia di Bonn Park e, dello stesso autore, Il ringhio della via lattea. Abbiamo colto quest’occasione per invitare Werner Waas a una conversazione telefonica, nel bel mezzo dell’allestimento in teatro. Gli abbiamo chiesto di raccontarci qualcosa dei lavori milanesi, la natura nomade di questo duo artistico e l’interessante esperienza del Centro Interculturale di Teatro (Interkulturelle Theater Zentrum – Itz) di Berlino, un progetto di integrazione sociale attraverso le arti.

Ieri il Monologo della buona madre ha visto al Teatro i una prima restituzione scenica, con un buon successo di pubblico. Oggi debutta Tristezza&Malinconia o il più solo solissimo George di tutti i tempi. Qualche battuta su questo testo del giovane drammaturgo tedesco Bonn Park. Lonesome George è il nome di una tartaruga delle Galapagos, l’ultima della sua specie, impossibilitata a riprodursi. Nel testo di Park, George prende parola e dialoga con una sorta di voce narrante, raccontando il proprio incredibile viaggio e aprendo squarci di ragionamento sulla solitudine e sulla possibilità di fare.

Questo autore ha una lingua capace di intercettare in maniera accessibile un pubblico molto diverso, fenomeno che forse non eravamo stati ancora in grado di toccare con testi più complessi. È un modo di scrivere che viene dal post-drammatico, ma che – non so per quale motivo – riesce a raggiungere una grazia, un’onestà e anche un coraggio di essere semplice e di credere in quello che dice. Questo ci ha sedotto. Una tartaruga che dialoga con la propria didascalia sembra curioso e sembrava perfetto per noi.

La Compagnia Barletti/Waas rappresenta un esempio di arte nomade, avete cambiato diverse città. Quali sono state le maggiori differenze tra Roma, Lecce e la Germania di Monaco e Berlino?

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Ogni luogo ha le proprie caratteristiche, legate a una collocazione specifica e si dipana e si arricchisce anche e soprattutto del contesto in cui si inserisce. Sia io che Lea Barletti siamo cresciuti artisticamente a Roma, negli anni Novanta, quando c’era un fermento evidente e si potevano davvero creare delle situazioni, prima con Quellicherestano (fondata nel 1993 con Paolo Musio, Fabrizio Parenti e Massimo Bellando Randone, ndr), poi con Area06. Come tanti altri, anche noi all’inizio del Duemila ci siamo trovati costretti ad abbandonare questa città, che sembrava sempre più asfittica, un’atmosfera di chiusura totale, in cui era impossibile lavorare. Abbiamo allora deciso per un cambiamento radicale, provando a spostarci a Monaco di Baviera, dove avevamo un progetto già in avvio, finanziato dal Comune di Monaco. Questo tentativo di mettere radici da un’altra parte, però, è durato solo nove mesi: dopo la conclusione del progetto non è mai cresciuto davvero un rapporto con l’ambiente locale, dove io personalmente avevo lavorato poco in passato. Avevamo ricevuto, in occasione della nascita di Manifatture Knos a Lecce, un invito a partecipare a quell’avventura, in un luogo a tutti gli effetti utopico, una realtà del tutto nuova e ancora da costruire. Ma aveva una prospettiva lunga dieci anni e contemplava la creazione e la cura di uno spazio. Abbiamo risposto positivamente, scendendo a Lecce in un momento in cui la Puglia – governata da Nichi Vendola – stava attraversando una fase di fioritura e cercava di guardare oltre il ristretto recinto teatrale. Con la compagnia che abbiamo fondato lì, Induma Teatro, tutto il lavoro di creazione e di formazione era legata a quel centro e, di conseguenza, ci avvicinava a grosse criticità, quelle legate alla gestione politica e dei lavori pubblici, che hanno indebolito negli anni i rapporti anche solidi che si erano costruiti.
Così abbiamo scelto di andarcene, in cerca di una città grande. Tra Roma, Parigi e Berlino abbiamo scelto l’ultima, dove io personalmente avevo dei contatti più forti.

Proprio a Berlino avete partecipato alla nascita del ITZ Berlin, un centro polifunzionale che lavora molto nell’ambito del sociale. Dopo le elezioni del 4 marzo, in Italia ci avviciniamo al rischio di avere un governo in cui una grossa percentuale è rappresentata da chi vorrebbe misure molto più strette a difesa dei confini nazionali, idee politiche e sociali che chiudono le porte all’integrazione. Come nasce e come funziona l’esperienza di Itz Berlin?

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Con l’Interkulturelle Theater Zentrum (Itz) abbiamo cominciato da capo ancora una volta. Abbiamo trovato una situazione nella quale diventare subito attivi. Il Centro è nato nel 2012 dalla collaborazione di diverse associazioni e attualmente include altri dodici realtà artistiche oltre alla nostra. Il tutto funziona come una sorta di network, tutte le associazioni conducono anche altre attività, ma usano quello come luogo comune. L’Itz nasce come progetto di teatro sociale grazie a un finanziamento triennale dell’Ufficio Federale per Migrazione e Profughi dedicato a un laboratorio per rifugiati e profughi, per i neo-berlinesi fino ai 25 anni che – tramite il teatro – potevano così entrare in contatto con la cultura in un progetto di integrazione. Grazie a questo finanziamento abbiamo potuto aprire un luogo e creare una serie di collaborazioni e una rete locale con altre associazioni impegnate in questa stessa missione. Siamo però tutti quanti artisti che provengono da diversi ambiti, il nostro tentativo è quello di non limitarci a condurre un lavoro sociale, coinvolgendo le persone dalla strada tentando di inserirle nella società, anche perché non è in questo che siamo formati. Piuttosto abbiamo trasformato il tutto in una possibilità per tirare fuori il teatro dal proprio tetto, da quella bolla di autoreferenzialità che spesso non gli permette di rivolgersi ad altri che non siano già inseriti nel discorso culturale che si cerca di portare avanti. La missione è quella di creare punti di contatto e punti di reciproca permeabilità tra mondi che altrimenti non si parlerebbero perché non si conoscono. Gli immigrati con cui abbiamo a che fare non entrerebbero mai in un teatro ufficiale, non è un canale aperto. Aprire questo canale è esattamente il nostro compito, non tanto in termini di contenuti ma proprio di sistema di lavoro. Abbiamo scelto uno spazio non chiuso, ma circondato di pareti di vetro aperte sulla strada: la piazza e il teatro sono un tutt’uno, abbiamo scelto di uscire all’aperto nelle strade, andare in altri luoghi del quartiere e soprattutto non limitarci a comporre dei gruppi di soli immigrati e rifugiati, ma unirli a un’utenza cittadina (anziani, bambini e attori professionisti) in laboratori integrati ed evitare così una nuova ghettizzazione. La formula non è solo quella di una programmazione dedicata a quel pubblico, ma quella del laboratorio pratico, che nemmeno sempre contempla una restituzione pubblica ma si risolve nel processo di lavoro; a volte offriamo lo spazio a laboratori del tutto autogestiti. Oggi il finanziamento è terminato, ma stiamo riuscendo a trovare sostegno tramite progetti specifici sul territorio, in contatto con fondazioni e istituzioni federali. In questo un ruolo decisivo lo sta giocando Fabulamundi Playwriting Europe (l’Itz è uno dei partner del progetto triennale Beyond Borders?, ndr).
Oltre al teatro, utilizziamo anche il cinema, la danza e le arti visive, anche perché la barriera principale sono la lingua e il testo. Ci sono svariati modi: traduzione del testo, traduzioni in scena, lavori multilingue, sopratitoli, ma soprattutto i linguaggi. La lingua viene dopo, ma ci teniamo che ci sia.

In testi come Autodiffamazione o Kaspar di Peter Handke, così come nelle drammaturgie di Bonn Park, su cui state lavorando in questo periodo, la lingua, l’espressione verbale e la comunicabilità di mondi interni ed esterni sembra essere una tematica centrale della vostra ricerca.

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Assolutamente è una questione centrale per il nostro modo di fare teatro, fin dagli inizi. Anche il fatto di spostarsi in uno spazio linguistico che originariamente non ti appartiene (io dalla Germania all’Italia e Lea dall’Italia alla Germania) porta una sorta di spaesamento: la lingua ti viene in qualche modo rubata, non è più utilizzabile nella sua ricchezza. Che cosa produce questo e come si reagisce? Come si trova quella ricchezza perduta in un altro modo? Credo che questo, per altro, sia un tema per nulla lontano dalla questione dei rifugiati, solo che viene guardato da un punto di vista che non riesci a mettere del tutto a fuoco. Si parla tanto di “flussi”, ma troppo poco ci si sofferma sulle difficoltà di trovarsi in un luogo di cui è difficile decifrare la lingua e dunque la cultura. Nonostante in Germania, come in Italia, esista l’obbligo per gli immigrati e i profughi di imparare la lingua e la cultura, si finisce per considerarli sempre una categoria a sé, mentre sono persone e dovrebbero essere trattate come tali. È l’unico modo per guardare l’umanità e superare delle difficoltà, trovando l’empatia e il rapporto personale con l’altro, che è ciò che ti porta a misurare quanto qualcosa dipenda da te come essere umano, nel tuo rapporto con il mondo che abiti.

Sergio Lo Gatto

Al Teatro i di Milano

5 marzo 2018
IL MONOLOGO DELLA BUONA MADRE
di Lea Barletti
lettura scenica di Barletti /Waas nell’ambito di Fabulamundi – Playwriting Europe

7-12 marzo 2018
TRISTEZZA E MALINCONIA o il più solo solissimo George di tutti tutti i tempi
di Bonn Park
un progetto di e con Lea Barletti e Werner Waas
e con Simona Senzacqua
traduzione a cura di Lea Barletti e Werner Waas con il sostegno del Goethe-Institut
coproduzione Compagnia Barletti/Waas nell’ambito di Fabulamundi – Playwriting Europe con AREA 06 e ItzBerlin e.V. i S.r.l.
con il patrocinio del Goethe Insitut Mailand

14 marzo 2018
IL RINGHIO DELLA VIA LATTEA
di Bonn Park
traduzione e lettura scenica a cura di Lea Barletti e Werner Waas con il sostegno del Goethe-Institut
interventi sonori e musicali di Marco Della Rocca
nell’ambito di Fabulamundi – Playwriting Europe

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Sergio Lo Gatto è giornalista, critico teatrale, ricercatore e traduttore. Alla Sapienza. Università di Roma svolge un dottorato di ricerca tra teorie della critica e filosofie del digitale. Si occupa di arti performative su Teatro e Critica. Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), collabora con il settimanale Left, con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha partecipato a diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Ha partecipato al progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove cura la rivista online Conflict Zones Reviews. Tra le pubblicazioni, con Graziano Graziani ha curato il volume La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013), con Matteo Antonaci Iperscene 3, Editoria&Spettacolo 2017.