Glob(e)al Shakespeare: al Bellini l’eterna contemporaneità del Bardo

Glob(e)al Shakespeare è un progetto di Gabriele Russo che ha visto alternarsi sul palcoscenico napoletano del Teatro Bellini tre tragedie e tre commedie del Bardo, in uno spazio eccezionalmente adattato per l’occasione.

Foto Marianna Masselli
Foto Marianna Masselli

Essere eterni, sottrarsi alla fine. In fondo a pensarci bene, si sa, tutta la serie di incalcolabili gesti, azioni, parole, movimenti di un essere umano nel corso dell’esistenza, infimi o clamorosi che siano, è un modo per riempire lo spazio che si pone tra un’infinità e l’altra della sua assenza. Attraversare – collezionando o forse solo affastellandoli – gli istanti, cercando di disseminare senso, tracce, di conservare l’illusione di non poter finire mai, provando a dimenticare che quella per l’eternità è una strenua lotta forse senza alcun vincitore. Se c’è qualcosa in grado di sfiorare tale vittoria, più della carne scambiata che si riproduce in altra carne, più del pensiero trasfuso da mente a mente, prima ancora dell’anima, questa è l’arte, una creazione trasversale, la cui vocazione umanissima eppure trascendente si offre quale generatrice e generazione insieme dalla carne, dal pensiero, dall’anima per la carne, per il pensiero e per l’anima. In questo senso tra tutte le altre quella teatrale è forse l’arte più sfavorita, ma anche l’eletta nella battaglia perchè sostanziata nella com-presenza di attimi, corpi, parole, anime e pensieri, in modo replicabile ma, come la vita, non riproducibile. Questo è il paradosso risaputo che la rende dunque anche la più antica, la più irriducibile, la più calzante. Altrettanto risaputo è che un baluardo indiscutibile di tale paradosso, della caducità unita all’immanenza, si è costruito facendo a brandelli il pesante manto del tempo fra le diciotto lettere di un nome, William Shakespeare. Sorta di Omero del mondo della scena, la sua identità, la paternità delle sue opere, la sua grandezza è stata varata, sconfessata, messa in discussione, musealizzata, abbracciata e revisionata, senza tuttavia scalfirne il peso, senza azzerare la necessità di volgervisi prima o dopo. Si potrebbe dire che il quesito “Ha ancora senso oggi fare teatro?” possa essere quasi equipollente a quello “Ha ancora senso oggi portare in scena Shakespeare?”, riuniti entrambi nell’interrogativo “Come?”.

Foto Federica Cilento
Foto Federica Cilento

Gabriele Russo cerca risposta nell’orditura di un progetto che ha trovato casa al Teatro Bellini di Napoli. Glob(e)al Shakespeare, questo il nome scelto per la rassegna di cui un’anteprima si inseriva già all’interno del programma dello scorso Napoli Teatro Festival, ha abitato gli spazi di via Conte di Ruvo alternando negli ultimi tre giorni sei opere shakespeariane (tre tragedie e tre commedie) per altrettante riscritture e regie di autori contemporanei. Così nella stessa sera Le allegre comari di Windsor (di Edoardo Erba per la regia di Serena Sinigaglia) ha preceduto il Tito di Michele Santeramo (regia dello stesso Russo), Otello (di Andrea Vellotti e Giuseppe Miale di Mauro che ne firma anche la regia) è seguito al Racconto d’inverno diretto da Francesco Saponaro (riscrittura di Pau Mirò e Enrico Iannello) e Una commedia di errori di Punta Corsara ha fatto il paio con il Giulio Cesare di Fabrizio Sinisi per la regia di Andrea De Rosa. Al di là delle note sulle singole messinscene, nella ricerca intellegibile di una certa omogeneità qualitativa sia per gli adattamenti sia per i relativi allestimenti,  a interessarci qui è la concezione complessiva, la quale sembra germinata da una riflessione ove il senso della riproposizione shakespeariana si attesti nella conservazione dei suoi “postulati” di base.

Foto Federica Cilento
Foto Federica Cilento

«In tempi recenti, dopo le esperienze dello strutturalismo e del post-strutturalismo, del marxismo, della psicanalisi, del femminismo, degli studi culturali e via dicendo, si è verificato, almeno in apparenza, un mutamento radicale nel modo di affrontare l’opera di Shakespeare. Con caratteristico rigore dottrinario, qualsiasi approccio estetico o “umanistico” è stato bandito; ma se è vero che la critica neo-storicistica, cultural-materialista, femminista e generica (ossia basata sulla distinzione tra generi teatrali) ha aperto prospettive nuove alla lettura, o meglio al confronto con Shakespeare, è altrettanto vero che essa è tutt’altro che incompatibile con le forme di critica più tradizionali, che parlano della sua felicità poetica, del miracoloso uso della parola, della sua inesauribile capacità di creare personaggi a tutto tondo, tanto più ricchi quanto più ambigui e contraddittori; come contraddittorio e complesso è il contesto sociale e ideologico in cui egli li fa vivere – che poi è quello in cui egli stesso, l’uomo Shakespeare, esercitava il suo mestiere di teatrante» (G. Melchiori, Shakespeare, Laterza 2005): lasciar coincidere temi e vicende dell’opera del Bardo con la percezione e restituzione delle stesse da parte di autori contemporanei alla luce della realtà umana, artistica e performativa odierna si configura perciò tanto come operazione analitica quanto come affermazione del principio originario dell’opera stessa.

Foto Federica Cilento
Foto Federica Cilento

Se è vero che il fascino imperituro, quasi cosmogonico di una certa parte dei contenuti, dei versi e dei personaggi di Shakespeare soggiace ai suoi testi come un midollo la cui organicità attiva nemmeno i secoli hanno potuto sedare è perché la parola, prosastica o poetica, idilliaca o ferale nasceva per il palcoscenico e sul palcoscenico. Quindi, in virtù della caducità e rinnovabilità di cui sopra, la natura della parola shakespeariana non si afferma nell’armonia della scrittura tout court, bensì nella coscienza di dover finire ed essere di nuovo, spettacolo dopo spettacolo, sera dopo sera, interprete dopo interprete, in funzione dello spazio, dell’azione, del corpo, del pubblico, in funzione definitiva del teatro. «[…] I testi – o meglio i copioni – dei drammi non venivano considerati opere letterarie. La straordinaria vitalità che hanno tuttora, la loro modernità stanno proprio nel fatto che erano nati come pretesti per un evento scenico che si rinnovava di giorno in giorno, mai uguale a se stesso.[…] Un teatro senza possibilità scenografiche è costretto ad esercitare la sua suggestione sul pubblico esclusivamente attraverso la magia della parola e lo stretto contatto fra l’attore e quel pubblico, un contatto fisico per cui lo spettatore, come si diceva, diviene il confidente e l’interlocutore privilegiato dell’attore»(Ibidem).

Foto Federica Cilento
Foto Federica Cilento

Quello shakespeariano è infatti un universo ove il portato dell’azione teatrale a livello spaziale e relazionale è nettamente potenziato, polidirezionale, pur non sconfessando in toto una matrice frontale. Semplicità scenografica, pianta circolare e palco “esposto”, avanzato quasi a ridosso della dimensione dello spettatore fanno del teatro elisabettiano il luogo strutturale e metaforico di un flusso comunicativo idealmente continuo, tra attore e drammaturgo, interprete e pubblico, per rimando tra spettatore e autore.
É questa idea a modulare l’adeguamento della storica sala napoletana, come si legge nell’introduzione alla rassegna: «[…] partendo da una concezione dinamica dello spazio teatrale, in occasione di Glob(e)al Shakespeare la struttura all’italiana del Teatro Bellini viene modificata, guardando all’assetto a pianta centrale del Globe Theatre di Londra, il teatro del Bardo». La rimozione delle poltrone, occasionalmente sostituite da panche e l’allungamento del palcoscenico ad occupare circa metà della platea si fondono nel chiarore prospettico di un piano performativo ridotto alla sua pressoché integrale essenzialità visiva, ove tuttavia l’articolazione vettoriale dei quadri si fa complessa (profondità, orizzontalità, verticalità, bidimensionalità dei livelli di palco/sottopalco): le uscite al fondo e quattro botole, i disegni di luci e pochi elementi si vogliono in alcuni casi non quali semplici supporti, ma veri e propri segni scenici.
Si ricalibra la percezione del rapporto fra la messinscena e l’uditorio nel rimando al modello elisabettiano, e al contempo l’avvicendarsi serrato degli allestimenti si offre a rafforzare in potenza un profilo comunitario fra interpreti e direttori.

Più che in una fedele sequela di lemmi e metrica, di ambientazioni e stilemi, a generare il dialogo tra il drammaturgo inglese per antonomasia e la realtà contemporanea è un’alchimia di fedeltà e rimaneggiamento, cosicchè – a prescindere dai singoli risultati – un’aderenza drammatica si confermi tanto per prossimità quanto attraverso un parziale allontanamento. Come compete a un’arte viva almeno nelle intenzioni, continuare a lottare “qui e ora” blandendo l’eternità.

Marianna Masselli

Teatro Bellini, Napoli, ottobre 2017

GLOB(E)AL SHAKESPEARE
Dal 3 all’8 Ottobre e 25 Ottobre
RACCONTO D’INVERNO
adattamento Pau Miró, Enrico Ianniello
regia Francesco Saponaro

OTELLO
adattamento Giuseppe Miale di Mauro
drammaturgia di Gianni Spezzano
regia Giuseppe Miale di Mauro
uno spettacolo della Compagnia NEST

GIULIO CESARE. UCCIDERE IL TIRANNO
adattamento Fabrizio Sinisi
regia Andrea De Rosa

UNA COMMEDIA DI ERRORI
adattamento Marina Dammacco, Emanuele Valenti ,Gianni Vastarella
regia Emanuele Valenti
uno spettacolo di Punta Corsara

TITO
adattamento Michele Santeramo
regia Gabriele Russo

LE ALLEGRE COMARI DI WINDSOR
adattamento Edoardo Erba
regia Serena Sinigaglia

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