Luciano Colavero. Io non sono Madame Bovary

Al Festival Orizzonti Verticali (San Gimignano) abbiamo visto una riscrittura teatrale di Madame Bovary, firmata da Luciano Colavero, per la voce e il corpo di Chiara Favero. Recensione

Foto Paolo Porto

Madame Bovary ce n’est pas moi. È soltanto con una negazione che Emma può oggi definirsi: con il rifiuto di un ruolo, con la presa di distanza dal cognome di un marito mediocre e detestato. Rabbiosa, ella pronuncia il suo «Io non sono Madame Bovary» inconsapevole di quanto abbia significato per un’intera generazione di scrittori e intellettuali l’affermazione contraria, a partire dal quel 1857 in cui Gustave Flaubert scandalizzò la borghesia europea proponendosi come incarnazione del personaggio da lui stesso creato. Eppure l’Emma Bovary interpretata da Chiara Favero non sembra affetta da alcun paradigmatico bovarismo: la noia che la affligge non è più la deformazione angosciosa di un sogno da ceto medio, bensì una fame di vita popolana e popolare, una confusa voracità primitiva. È un’ingordigia che divora lo spazio, che la fa muovere ferina come un animale in cattività, è una pulsione che le agita le membra e le ubriaca la voce, e che sembra essere il riflesso di un caos suburbano contemporaneo, piuttosto che della quieta sonnolenza della campagna francese.

Foto Paolo Porto

In un cortocircuito di estetiche e suggestioni, è tuttavia nell’austero paesaggio di piazza Sant’Agostino, a San Gimignano, che questa Madame Bovary di borgata, scritta e diretta da Luciano Colavero, ha trovato un’atipica cornice per il proprio delirio. Presentato nel cartellone della quinta edizione di Orizzonti Verticali – il festival guidato da Tuccio Guicciardini e Patrizia De Bari che con caparbietà resiste in una Toscana non più felix, recentemente orfana delle direzioni artistiche di Andrea Cigni a Chiusi e di Armando Punzo a Volterra  il denso, struggente monologo prodotto da Strutture Primarie è infatti emerso, come in un altorilievo di carne e sangue, da un fondale severo di mattoni rossi. Solo una stretta piattaforma bianca, disposta perpendicolarmente alla platea, occupa lo spazio scenico: è su quella angusta passerella che Favero si muove convulsa, in un andirivieni isterico e dolente. Il suo ingresso, dalle ultime file di sedie, è annunciato da un persistente ronzio di mosche, presagio di una pestilenza dell’anima più ancora che di una mortifera putrefazione del corpo. Indossando un lungo cappotto nero e una gonna scura, Emma è una donna in fuga da se stessa, che stringe nel pugno una manciata di veleno candido come gesso: vittima di una brama furiosa, la donna divora la polvere letale già nei primi istanti dello spettacolo, sporcandosi il volto e gli abiti, quasi sfidando con lo sguardo e la gestualità violenta la curiosità morbosa del pubblico o, forse, quella della gente di Yonville.

Foto Paolo Porto

La drammaturgia di Colavero traccia a partire dalla celebre vicenda dell’adultera suicida un percorso duplice: da un lato, la narrazione procede a ritroso e indaga le ragioni del dissidio irresolubile di Emma svelandone fin dall’inizio le sue estreme conseguenze; dall’altro, la lunga, ostinata confessione sembra ruotare su se stessa e stringere la protagonista in un dispositivo a spirale, labirintico come la sua psiche. Le continue ripetizioni di formule lessicali all’interno del discorso, o l’insistenza parossistica su alcune descrizioni, obbligano Madame Bovary a muoversi, come una cavia da laboratorio, in una gabbia di ossessioni: e Favero compie la sua irrequieta spola su una tribuna troppo esigua per contenerne l’impeto. «Ho bisogno di spazio», pronuncia la donna con grottesca disperazione mentre forsennatamente sbottona il cappotto, rivelando l’entità dei debiti contratti e l’imminente esproprio della casa, per poi percuotersi con la mano la fronte, all’interno della quale il brusio degli insetti è forse un tarlo insopportabile. Appassionata fino alla follia, Emma è un grumo irrisolto di desideri: di oggetti e di ricchezza, di amore e di sesso. Sono loro a possederla, a determinarne le azioni; quasi fosse eterodiretta da questo insaziabile appetito, Chiara Favero si accascia sulla pedana mentre è assalita dal ricordo delle sue avventure, mentre le sue dita, perennemente contratte o in movimento, accarezzano il suo corpo sconfinando nell’autoerotismo. L’attrice offre una prova carismatica, peccando a tratti di eccessi vocali che ne compromettono l’intonazione, ma che non ledono il commovente trasporto con cui, ebbra di sogni, canta La vie en rose di Edith Piaf, o pronuncia un logoro «Domani è un altro giorno» ormai sconfitta dai propri demoni.

E ciò nonostante, nel moto à rebours con cui Luciano Colavero affronta il furore di questa magnetica madame, è con una ritrovata innocenza e una placida immobilità che si conclude la creazione: spogliata degli abiti e con essi di qualsiasi indomabile smania, Emma desidera adesso soltanto essere. Il battito del suo cuore, amplificato dal microfono, zittisce infine le mosche; è un ritornello monotonale, che sembra dichiarare: «ancora vita, più vita».

Alessandro Iachino

San Gimignano, Orizzonti Verticali ‑ luglio 2017

MADAME BOVARY
scritto e diretto da Luciano Colavero
con Chiara Favero
scenografia Alberto Favretto e Marcello Colavero
suono Michele Gasparini
luci Elisa Bortolussi
costumi Stefania Cempini
produzione Strutture Primarie
powered by SMartIt
con un ringraziamento speciale a Simona Rossi, Spazio Aereo, Arti e Spettacolo, Kanterstrasse/Valdarno Culture, Eventi Arte Venezia, Kabina Welcome

vincitore STAZIONI DI EMERGENZA – Atto VI

Gli articoli di Teatro e Critica, che sono frutto di un lavoro quotidiano di ricerca, scrittura e discussione approfondita, sono gratuiti da 8 anni.
Se ti piace ciò che leggi e lo trovi utile, che ne dici di sostenerci con un piccolo contributo?

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here