Richard III di Thomas Ostermeier. Efferato e ipnotico

Spettacolo di repertorio della Schaubühne di Berlino, Richard III di Thomas Ostermeier è andato in scena per la 150esima replica al Piccolo Teatro di Milano. Recensione.

foto Arno Declair

Un punk conturbante e disgustoso il Riccardo III di Lars Eidenger. Avvolge una vistosa deformità fisica tra cinghie e cuoio, irride la platea con la confessione divertita delle proprie nefandezze, manipola con astuzia intrighi di potere. È un killer seriale il protagonista del Richard III diretto da Thomas Ostermeier, andato in scena nella sua 150esima replica al Piccolo Teatro Strehler di Milano, e tuttavia non solo non manca di fascino, ma arriva a titillare un piacere perverso e inconfessabile per le efferatezze. La platea viene invasa dall’arrivo di corsa dei personaggi che, salendo sul palcoscenico, danno vita a un prologo festoso. Il tappeto di percussioni ad altissimo volume – suonate dal vivo a lato della scena da Thomas Witte – accoglie l’ingresso scalpitante e mondano di una corte inglese in vesti contemporanee, accarezzate da coriandoli luccicanti.

La scena, a cura di Jan Pappelbaum, si articola in due ambienti: al centro una pedana rotonda rialzata, mentre un’impalcatura in ferro su due piani occupa il fondale. Tra i ponteggi alcuni varchi, di cui uno principale, coperto da un tappeto: come una spessa coltre, cela e sputa fuori gli attori. Finito il galà, il protagonista è in penombra, afferra una un microfono che cala dalla graticcia e può iniziare il suo monologo: «Io sono negato per questi svaghi».

foto di Arno Declair

L’operazione linguistica messa in atto da Marius von Mayenburg consiste nel tradurre dal pentametro giambico dell’inglese shakespeariano al tedesco contemporaneo, attualizzazione che ben riverbera anche nella versione italiana dei sopratitoli. Questa scelta sembra in piena aderenza con quanto dichiarato dal regista durante l’incontro pre-spettacolo in dialogo con Sergio Escobar e Flavia Foradini, al Piccolo Teatro Grassi. Ostermeier ha spiegato che una delle ragioni di interesse per la scrittura del Bardo è la capacità di intrattenere al contempo i groundlings e i nobili, intarsiando le opere di aspri combattimenti e profonde questioni filosofiche.

Inseguendo perciò la strada del primo mash-up artist, Ostermeier ambisce a un Riccardo III in grado di risvegliare nello spettatore quegli atavici desideri, soffocati dalla moralità, perciò proibiti e quindi massimamente seducenti, la cui espressione trova asilo nel godimento per le conquiste, nello sbeffeggiamento dei defunti, nell’ostentazione di pubblica bontà accanto a una moralità privata molto più che dubbia. Il villain shakespeariano conduce truci soliloqui sul proscenio e incalza il pubblico instaurando con esso una complicità che invece nega agli astanti sulla scena, traditi da insidie e raggiri. Riccardo mostra il fondoschiena al corpo morto di Edoardo, principe di Galles e marito di Lady Anna e lo fa di fronte a lei, che intanto corteggia.

ph: Arno Declair

Uccide i giovani nipoti – marionette, sulla scena – e, con andamento centripeto, i suoi stessi alleati, fino a trovarsi solo e, in una angosciante scena onirica, ripreso da un microfono che diventa telecamera e che proietta la sua immagine sul fondale, mentre le voci assillanti delle sue vittime lo tormentano. La paranoia diviene accecante, i nemici aumentano in ossequio al senso di colpa, il delirio diviene lancinante: una fune solleva Riccardo per un piede, lasciandolo penzolante e chiudendo lo spettacolo su un’immagine di drastica efficacia. Il lavoro, che mostra una cura millimetrica nell’analisi psicologica di un antieroe non appiattito sul negativo, non manca tuttavia di uno sguardo disincantato sulle dinamiche ferine sottese ai giochi di potere e, abilmente, sembra sostituire la quarta parete con uno specchio, su cui la platea vede – divertita – il riflesso di alcuni angoli reconditi e osceni del sé. La superficie diventa sempre meno opaca e sempre più schietta fino a quando, infrangendosi in migliaia di schegge sul finale, nel tempo dell’istante ristabilisce l’etica, conferendo una punizione esemplare e chiarendo le posizioni distinte di bene e male.

Giulia Muroni

Piccolo Teatro Strehler, Milano – maggio 2017

RICHARD III
di William Shakespeare,
regia Thomas Ostermeier
traduzione Marius von Mayenburg
scene Jan Pappelbaum
costumi Florence von Gerkan
luci Erich Schneider
musica Nils Ostendorf video Sébastien Dupouey
drammaturgia Florian Borchmeyer,
burattini Ingo Mewes, Karin Tiefensee
con Lars Eidinger, Moritz Gottwald, Eva Meckbach, Jenny König, Sebastian Schwarz, Robert Beyer, Thomas Bading, Christof Ertz, Laurenz Laufenberg, Thomas Witte
produzione Schaubühne Berlin
Spettacolo in lingua tedesca con sovratitoli in italiano

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Dottoressa magistrale in Filosofia con una tesi sul rapporto tra Walter Benjamin e Bertolt Brecht, collabora con Teatro e Critica da gennaio 2017. Dal 2015 frequenta il Seminario di Filosofia delle Arti Dinamiche, presieduto da Carlo Sini e Antonio Attisani. Ha coperto un ruolo di docenza in scrittura nelle scuole superiori, nell’ambito del progetto della Regione Autonoma della Sardegna, Tutti a Iscol@ nelle annualità 2016/2017 e 2015/2016. Ha svolto attività di consulenza drammaturgica in progetti promossi da Piemonte Live dal Vivo. Negli anni 2011-2013 ha partecipato a Siena al seminario di studi di genere “Presenti Differenti”, fondato da Maria Luisa Boccia e Michela Pereira. Dal giugno 2013 al dicembre 2016 ha collaborato con la webzine Pane Acqua Culture. Una recensione del 2014 è stata pubblicata nell’ambito del progetto RIC.CI (Reconstruction Italian Contemporary Choreography anni Ottanta-Novanta) ideato da Marinella Guatterini, realizzato con la Fondazione Paolo Grassi. Ha seguito una formazione di danza classica e danza contemporanea e ha partecipato ad alcune produzioni presentate a festival e rassegne nazionali.