Teatro Ateneo. Gli studenti vogliono riaprirlo

Un gruppo di studenti della Sapienza Università di Roma (Gruppo Teatro Ateneo) si è mobilitato per informare sul passato del Teatro Ateneo e guardare al futuro delle sue attività.

Il Teatro Ateneo. foto Sapienza

All’epoca della sua costruzione, nel 1935, il Teatro Ateneo – situato all’interno della città universitaria della Sapienza – era l’unico teatro esistente di proprietà di un ateneo italiano. Le sue attività, programmate dal 1954 dall’Istituto del Teatro – nel 1961 nasceva qui l’insegnamento di Storia del Teatro e dello Spettacolo di Giovanni Macchia e poi Ferruccio Marotti – hanno ospitato grandi maestri come, tra gli altri, Peter Brook, Eugenio Barba, Eduardo De Filippo, Carmelo Bene, Dario Fo, Vittorio Gassman, Jerzy Grotowski.
Dal 1981 il Teatro Ateneo ospitava anche il Centro Teatro Ateneo (Cta), centro di ricerca sullo spettacolo foriero di diverse attività dedicate a ricercatori e studenti della prima università di Roma. Chiuso il teatro nel 1997, lo spazio è stato utilizzato in seguito per ospitare i laboratori promossi dai curriculum didattici del Dipartimento di Arti e Scienze dello Spettacolo, fino a una definitiva chiusura per restauro, che – secondo le carte – avrebbe dovuto terminare i lavori proprio ieri, 26 maggio 2017. Preda negli ultimi anni di una complicata vicenda amministrativa, a seguito delle dimissioni dell’ultima direzione (settembre 2015) del Cta, sia questo che il Teatro Ateneo sono rimasti chiusi.

Negli ultimi mesi un gruppo di studenti di laurea triennale e magistrale del Dipartimento di Arti e Scienze dello Spettacolo si sta interessando alla storia e alle prospettive di questa struttura, per informare e sensibilizzare gli studenti della Sapienza. Abbiamo incontrato per una chiacchierata Francesco Cervellino, Gabriele Claretti e Vanessa Galati, che insieme a Giuseppe Amato e Federica Di Marco si occupano di coordinare questo gruppo che si sta espandendo e che ha convocato per lunedì 29 maggio un incontro alla Sapienza, per chiarire gli intenti e portare testimonianze di coloro che hanno visto nascere e crescere l’Ateneo.

foto di Federica Di Marco

Come siete venuti a conoscenza del Teatro Ateneo, che era già chiuso al momento della vostra immatricolazione alla Sapienza?

Vanessa Galati: Abbiamo sentito questo nome in giro, qualcuno che accennava al Teatro Ateneo, alcuni docenti ne parlavano a lezione. Per cui abbiamo dimostrato interesse e cominciato a porre qualche domanda più specifica.

Quanto sapete della storia del Teatro Ateneo?

Gabriele Claretti: Non ce l’hanno raccontata, siamo andati noi a cercarcela. È sempre complicato parlare del passato, come se – raccontandolo – si dovesse sempre per forza attivare un processo ai suoi danni. Ma a noi non interessa il processo al passato, ma si parte da zero: qui e ora il teatro è chiuso.
Francesco Cervellino: Abbiamo ovviamente appreso dei debiti che il Centro Teatro Ateneo aveva maturato negli anni, che lo avrebbero portato alla chiusura. Debiti in parte ripagati, ma non a sufficienza.

foto di Federica Di Marco

Questa iniziativa, dunque, parte dagli studenti?

GC: Sì, assolutamente, parte solo dagli studenti e per gli studenti. Chi ci vuole aiutare e dare supporto è sempre ben accetto, ma deve restare un supporto, ci muoviamo da soli. Per l’incontro di lunedì 29 abbiamo contattato il professore Ferruccio Marotti, che non avevamo mai conosciuto, per invitarlo a raccontare. Ma c’è una differenza tra “cosa” e “come”. Il primo termine identifica il passo più importante, il resto deriva da questo. Il secondo è molteplice, variabile. Siamo partiti con una pagina Facebook, perché così si diffondono più facilmente le informazioni. Ma la mossa più efficace ci è sembrata di raccoglierci tutti in un’aula. Sono poi arrivati i rappresentanti di facoltà, che a settembre 2016 avevano presentato una serie di progetti per le “attività culturali e sociali degli studenti” patrocinati da Sapienza, tra cui ce n’era uno intitolato Le mille facce del teatro. Il contenuto non era ancora stabilito, così ci hanno contattato per “riempire questo vaso vuoto con la nostra terra”. I progetti vengono sostenuti nell’ambito della comunicazione, quindi abbiamo stampato flyer e locandine, che stiamo distribuendo.

Qual è dunque la funzione programmatica del Gruppo Teatro Ateneo?

GC: Posso leggere direttamente quello che è un po’ il nostro manifesto: “Il mondo che circonda il Teatro Ateneo è diviso e lo è sempre stato. Noi non veniamo a portare ulteriori divisioni, sappiamo che le decisioni che avrebbero valore effettivo devono essere prese dalle istituzioni e noi vogliamo semplicemente – ma è fondamentale – informare e sensibilizzare gli studenti come noi sul Teatro Ateneo. Auspichiamo che le istituzioni inizino davvero a interessarsene a partire dal nostro interesse, quelle che invece già se ne occupano non ragionino in astratto, ma possano basarsi sull’interesse reale e concreto degli studenti e lavorare per il meglio. Vogliamo essere il collante che riunisce tutte le divisione, perché solo uniti si può costruire. Pensiamo che adesso sia questo a mancare e vogliamo contribuire come possiamo a un’unità partecipativa e attiva. Non vogliamo fare il processo al passato, ma aiutare a superarlo per occuparci del presente: è quello che ci appartiene, per costruire un futuro che sia su misura per noi”.

foto di Federica Di Marco

Spostandoci invece su un piano più pragmatico, che cosa vorreste che accadesse al Teatro Ateneo?

VG: Vorremmo intanto che aprisse.
FC: Che venga curato sì dagli organi direttivi, ma che si crei un interesse reale.
GC: Che ne sia riconosciuto il valore, che riapra non solo come teatro, ma come vero e proprio centro culturale.
VG: Magari non solo limitato alle mura universitarie, ma allargandosi anche al di fuori.
GC: Che torni ad avere un richiamo culturale per quanti vogliano organizzare attività, convegni, conferenze, laboratori, incontri, ma anche appartenenti ad altri campi del sapere.
VG: Un luogo culturale ad ampio raggio, che possa ospitare la cultura.
GC: Sicuramente non auspichiamo niente di troppo specifico.

Chi dovrebbe gestire questo spazio secondo voi?

GC: Dovrebbero esserci rappresentanti di tutte le facoltà, in modo che risponda a un organo collegiale. Lo spazio è uno spazio teatrale, il cui uso una gestione solo burocratica spesso non è in grado di interpretare: perché uno spazio è di chi lo utilizza. Per questo serve un’idea di pluralità.
FC: Il teatro oggi è ancora chiuso e noi siamo “senza partito”, non vogliamo schierarci con una fazione in particolare. Non appoggiamo nessun suggerimento in particolare, e ne abbiamo sentiti molti.
GC: Anzi, se possiamo essere un organo che spinge a superare delle divisioni, tanto meglio. Vogliamo essere dividendo e non divisore. Una sorta di “compromesso storico”.

foto di Federica Di Marco

Ieri avrebbero dovuto consegnare lo spazio restaurato, secondo le carte. Oggi chi è responsabile di quello spazio?

FC: Per adesso niente ancora è definito. Ad avere diritto di accesso all’utilizzo dell’Ateneo potrebbero essere diversi “corpi”: Musica Sapienza (MuSa), diretta da Franco Piperno e Theatron. Teatro Antico alla Sapienza, ideato e coordinato Anna Maria Belardinelli, che comprende un laboratorio di traduzione e uno di messa in scena di testi classici.
VG: Ma il nostro Dipartimento dovrebbe essere coinvolto in questa gestione. Per partecipare ai laboratori in questi anni siamo stati ospitati qua e là, perché questo spazio non era disponibile. Sarebbe giusto che, avendo uno spazio dentro queste mura, potessimo utilizzarlo per le attività del Dipartimento, senza dover ogni volta attendere autorizzazioni specifiche per luoghi altri.
FC: Non è stato possibile anche perché fino a oggi è stato solo un cantiere, lo spazio non è ancora pronto ad aprire. Ma è necessario, è giusto. Come gli studenti di fisica, per esempio, hanno il proprio laboratorio dove lavorano con i laser, vogliamo un luogo per esercitare praticamente quello che studiamo sui libri.
GC: Ma in quel laboratorio con i laser ci entrano solo gli studenti di fisica, mentre a noi interessa aprire a tutti. In ogni caso, di ufficiale quindi ancora non c’è niente, ma la nostra attività serve proprio a questo, a manifestare un interesse diffuso.

In molte università estere, ad esempio, il teatro universitario è un fenomeno molto vivo, come lo sono gli sport. Sono eventi molto seguiti.

FC: Infatti sarebbe auspicabile far funzionare questo spazio anche come contenitore per le attività artistiche degli studenti, non solo quelle nate dai laboratori. Per altro tutti, da una parte e dall’altra, vogliono che riapra, ma non riescono a trovare un accordo.
VG: In questo senso parlavamo della possibilità di fare da collante.
GC: È proprio questo che rende urgente una mobilitazione: vedendo le infinite possibilità che uno spazio del genere potrebbe avere, è assurdo che non si riesca a trovare il modo per attivarle, per metterle a sistema. Ripartendo da zero. Ripeto, diventare dividendi invece che divisori.

Redazione

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