Nella Torino dei tagli alla Cultura, il nuovo Sistema per le Arti Performative

Torino Arti Performative sarà il progetto con cui il Comune sostituirà il Sistema Teatro Torino. In questa intervista ascoltiamo il parere di tre operatori. 

È giunta la notizia  di un taglio di  5,8 milioni di euro al settore Cultura (lo stesso Teatro Stabile si è dichiarato preoccupato) in seguito all’approvazione del primo bilancio della Giunta comunale torinese guidata dalla sindaca Chiara Appendino. Dopo aver intervistato l’assessora alla Cultura Francesca Leon, pubblichiamo una densa conversazione (avvenuta in momenti diversi) con alcune delle parti in causa del sistema teatrale torinese. Dalla parte dell’AGIS-Piemonte: Graziano Melano, anche direttore artistico della Fondazione Casa del Teatro Ragazzi e Fabio Naggi, anche coordinatore di Unoteatro. Dalla prospettiva delle piccole associazioni: Massimo Betti Merlin, direttore artistico dell’associazione Teatro della Caduta. Il tema verte intorno alle nuove prospettive artistiche della città, alla luce dello smantellamento da parte del Comune del Sistema Teatro Torinese, in vista del nuovo assetto Torino Arti Performative.

Casa del Teatro Ragazzi e Giovani
Casa del Teatro Ragazzi e Giovani

Il Sistema Teatro Torino era in crisi? Quali sono le vostre necessità, quali le paure e quali gli auspici?

Melano: C’è una visione comune con l’Assessore Leon nel ritenere che il sistema avesse bisogno di un “tagliando”. Tuttavia, questa prospettiva era condivisa anche con la precedente amministrazione (giunta Fassino, ndr). Ora si è aperto un tavolo di lavoro di AGIS insieme all’Assessore e ai funzionari tecnici. Si parte dall’idea che il sistema possa fare in modo che i soggetti grandi e piccoli, pubblici e privati svolgano funzioni che abbiano una o più utilità per sé e per gli altri, per il miglioramento della qualità di produzione e per allargare il più possibile l’offerta teatrale al pubblico torinese. Rispetto a un futuro sistema delle arti performative il nostro sforzo sarà di sostenere l’impresa nelle sue varie forme.

Naggi: In primo luogo si tratta di avere un’organizzazione imprenditoriale. Il lavoro deve essere riconosciuto come tale, quindi inquadrato in contratti collettivi nazionali e a esso deve essere riconosciuta dignità. Ha valore la costruzione di un curriculum il cui profilo racconta un’identità e una qualità. In un nuova Torino Arti Performative la storicità non deve però pesare in modo eccessivo. Quello che le imprese artistiche hanno fatto in passato, la loro identità, è uno dei requisiti per valutare ciò che esse sono capaci di fare oggi in termini di ideazione, trasformando tali idee in lavoro, in spettacoli distribuiti in città, in Italia e all’estero.

Betti Merlin: C’erano delle ambiguità strutturali nel Sistema Teatro Torino. Era a sostegno della produzione o della programmazione? Non c’è forse troppa produzione rispetto al pubblico e rispetto alla capacità del sistema teatrale di assorbirla in termini di cachet, di affluenza del pubblico? Il vizio di fondo del Sistema è stato che – come tutti noi operatori sappiamo – le produzioni portate avanti non sono state quelle artisticamente riconosciute, bensì quelle che hanno mostrato di avere le spalle larghe a livello amministrativo. Il sistema dei bandi e dei contributi sta raggiungendo una complessità tecnica e burocratica che soffoca il lavoro artistico delle compagnie: la maggior parte di esse infatti passa più tempo a gestire questa parte e, non avendo i soldi per pagare un organizzatore, sono gli stessi artisti che lavorano. Soprattutto oggi, in Italia i direttori artistici che sopravvivono sono quelli in grado di sostenere gli interessi, le partnership, le reti. Quando si incontrano non parlano più di spettacoli, ma soltanto di finanziamenti, accordi e opportunità. Questo è il clima inaridito che c’è ora ed è eclatante: parlando con un artista di 60 anni – della generazione degli anni d’oro – si discute di arte, mentre un trentenne nel migliore dei casi racconta dei problemi economici e di quando gli hanno forato il pneumatico durante la trasferta e non aveva soldi per cambiarlo.

La platea della Casa del Teatro Ragazzi, foto www.serenomagic.it
La platea della Casa del Teatro Ragazzi, foto www.serenomagic.it

Quali sono le linee guida su cui articolare Torino Arti Performative?

Melano: Uno dei progetti che – come fondazioni partecipate – abbiamo proposto è di creare una “serra creativa”. Talenti e vocazioni da curare come germogli, da coltivare e tutelare dalle tempeste. Creare uno spazio all’interno di Torino Arti Performative che permetta di essere protetti nella fase embrionale a raggiungere il pubblico, cercando anche di informare su una serie di meccanismi. In passato sono nate a Torino, grazie a Sistema Teatro, alcune situazioni di scouting di giovani realtà che però poi per difficoltà burocratiche sono morte. Come AGIS dobbiamo vigilare affinché la qualità del lavoro venga considerata e, di conseguenza, possa ricevere adeguato riconoscimento economico.

Naggi: L’investimento di Torino Arti Performative deve mantenere il focus sulla produzione per permettere alle Compagnie di essere competitive entro i circuiti di distribuzione italiani e internazionali, soprattutto sotto il piano della qualità. Fa parte della vocazione dell’AGIS promuovere produzioni che restano vicine allo sguardo sulla società e sul territorio; progetti che si interrogano sulle nuove dinamiche sociali del quotidiano e lavori calati nel territorio.

L’assessora Leon ribadisce il criterio della permeabilità come valore fondante di una visione culturale integrata.

Melano: È un’idea che in realtà già fonde il metodo produttivo della quasi totalità del vecchio Sistema Teatro Torino, perciò ci trova posizionati in un modo coerente. Certamente sono necessari i progetti con le famiglie, con le comunità che la vivono. I Marcido Marcidorjs hanno aperto la sede dietro Porta Palazzo – un quartiere ad alto tasso di immigrazione – e questo ha un significato, è la cifra giusta. La stessa cosa la fanno alcune compagnie con gli immigrati o con i diversamente abili. Abbiamo programmato uno spettacolo con dieci degenti del Cottolengo che sono diventati attori per l’occasione. Il pubblico si emoziona moltissimo, la professionalità è in chi ha tirato fuori un risultato di questo tipo. Essendoci occupati di progetti europei, sentiamo il bisogno di sfatare il mito che per lavorare nelle periferie basti la buona volontà. Senza risorse si scivola nel dilettantismo. L’integrazione e l’intercultura sono fondamentali e vanno agite a livello culturale. Torino ha ad esempio 50.000 romeni iscritti all’anagrafe – quanti di loro frequentano il teatro, i musei, i concerti? Quando abbiamo coinvolto le associazioni romene loro hanno scoperto che, come a Bucarest o a Timișoara, c’è un teatro per i loro bambini e sono tornate anche in seguito. Alcune aree di Torino hanno poi particolare bisogno di risorse, penso a Barriera di Milano che negli anni è totalmente cambiata: se passi da Corso Giulio a via Monte Rosa si vede un pezzo di Africa, dove negli anni Settanta c’era in prevalenza una popolazione di immigrati dal Sud Italia. Il teatro deve rapportarsi a questo fenomeno e con i propri linguaggi, interagire con la società esterna.

C’è una forte preoccupazione da parte delle compagnie che si collocano in uno spazio grigio, non essendo più né under 35, né supportate dal MIBACT in altra misura. Come rispondere alle loro esigenze?

Naggi: Il tema meramente generazionale è una gabbia per chi è dentro e per chi è fuori. Bisogna immaginare un sistema con delle regole che consentano la valutazione, l’entrata e l’uscita dei soggetti meritevoli.

Melano: Io spero che vengano fuori nuovi personaggi, che però poi non vadano a Roma o a Milano, che siano supportati, aiutati a sviluppare un discorso artistico autonomo. A Torino infatti sono nati dei linguaggi, forse dovremmo riuscire ad avere un’impennata d’orgoglio – questa è una critica che faccio al nostro settore. Duranti gli anni 60-70 c’erano persone con forte orgoglio, le rivendicazioni erano alte, e il consiglio conumale sentiva la pressione di questa forza.

Betti Merlin: Alcuni anni fa ci siamo riuniti insieme ad altre associazioni in un tentativo di formare un soggetto unico, per fare rete e tentare un dialogo con le istituzioni: si chiamava Terra di mezzo ed era costituito da un gruppo di associazioni poco o non finanziate. Abbiamo fatto una bozza di proposte di cambiamento; non sappiamo se sia mai arrivata a Maurizio Braccialarghe (assessore comunale alla Cultura della giunta Fassino, ndr) ma probabilmente questi l’ha fatta finire presto nel cestino. L’abbiamo ora recapitata all’assessore Leon. Da questa giunta ho raccolto la volontà di creare un dialogo tra i teatranti. Come aspirazione è legittima e giusta. Ma è un bagno di sangue. Tutti sono strutturati per collaborare, per convivere ma anche per portare a casa quel che serve loro. È utopico perché, nel momento in cui mi siedo al tavolo con persone che gestiscono opportunità e hanno degli strumenti infinitamente maggiori dei miei, mi rendo conto che non si instaura un dialogo vero da ambo le parti, ma solo un dialogo fintamente informale, di facciata, come d’altronde è il mondo del teatro. Siamo tutti amici informali ma in realtà tutti si fanno la guerra, tranne pochissimi. Serve avere qualcuno di esterno a gestire la relazione.

Teatro della Caduta
Teatro della Caduta

Può essere il Comune ad assumere questo ruolo?

Betti Merlin: Non credo. Se interviene l’istituzione con un suo “inviato speciale”, il dialogo non è sano perché tutti sanno che quella persona fa da tramite con l’Assessorato e fornisce informazioni circa la qualità del loro lavoro. Questo è un problema che non si può nemmeno pensare di risolvere creando un collegamento con il Teatro Stabile, perché si tratterebbe di un rapporto sbilanciato. Gli uffici di produzione francesi invece sono diversi, rappresentano delle figure terze, non sono parti in causa interessate. Bisogna creare un clima un più informale in cui si possa parlare anche dei bilanci nei teatri. Non ci si può accontentare di vedere i dati ufficiali del teatro per avere una effettiva fotografia della realtà. Queste condizioni potrebbero essere possibili perché l’attuale amministrazione non è il risultato di lunghi percorsi, perciò è fuori da alcuni meccanismi e sta dando più spazio. Se ci mettono intorno a un tavolo, spero che alcuni della mia generazione, di solito silenziosi, capiscano che è il momento di dire delle cose.

Quali sono quindi le vostre esigenze?

Naggi: Il sistema dovrà consentire una composizione di sguardi diversi, non cristallizzarsi come è avvenuto a causa di una riduzione progressiva delle risorse. La giunta ha di recente dato un segnale importante al nuovo progetto di Torino Arti Performative, mantenendo le risorse in quadro di riduzioni al momento generalizzate. È una buona base di partenza per lavorare secondo un principio di giusto rapporto tra le risorse esistenti e gli obiettivi che si vogliono raggiungere. Occorre sempre evitare il rischio di una distribuzione a pioggia del sostegno finanziario. I punti su cui poniamo l’accento sono: la progettualità triennale, la presenza sul territorio, l’inclusione di nuovi soggetti, l’accompagnamento e la crescita delle formazioni emergenti, il sostegno alla produzione, l’offerta di qualità ai cittadini.

Betti-Merlin: Una necessità è quella di non essere valutati artisticamente da una commissione locale, che dà soltanto un giudizio politico. In questo modo magari si evita che i soliti amici degli amici prendano tutti i soldi. La nostra richiesta è che la valutazione artistica sia fatta da artisti e non da tecnici. Inoltre avanziamo in modo forte una necessità di trasparenza. C’è poi il problema della distribuzione: il circuito del Piemonte non ha la vocazione campanilistica della Puglia o del Veneto, ma ha uno spirito più aperto, internazionalista, in un certo senso più artistico, perché va a prendere le cose che reputa più interessanti però manca dell’efficacia che invece la Puglia e il Veneto hanno nel far circuitare i prodotti dei propri artisti. Il problema torna a essere quello della selezione. La rassegna Il cielo su Torino rischia di diventare uno spazio per sistemare chi non riesce ma aspira a stare nel cartellone della stagione. Veniamo trattati con un buffetto paternalista, della serie “siate contenti che vi portiamo allo Stabile, zitti, prendete quello che vi offriamo”. Il problema è nell’assenza di un sistema in grado di individuare un prodotto – uso questo termine che risulterà soddisfacente a chi crede nel mercato del teatro – maturo, in grado di essere staccato dall’albero e di entrare nel sistema. Invece sei maturo, rimani sull’albero, marcisci, cadi per terra e il sistema non lo vedi mai. Perché il sistema è dedicato a quelli che ci sono già dentro, la mela nuova non la vogliono, a meno che sia una “mela under 35”, che si può prendere e divorare.

Giulia Muroni

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Dottoressa magistrale in Filosofia con una tesi sul rapporto tra Walter Benjamin e Bertolt Brecht, collabora con Teatro e Critica da gennaio 2017. Dal 2015 frequenta il Seminario di Filosofia delle Arti Dinamiche, presieduto da Carlo Sini e Antonio Attisani. Ha coperto un ruolo di docenza in scrittura nelle scuole superiori, nell’ambito del progetto della Regione Autonoma della Sardegna, Tutti a Iscol@ nelle annualità 2016/2017 e 2015/2016. Ha svolto attività di consulenza drammaturgica in progetti promossi da Piemonte Live dal Vivo. Negli anni 2011-2013 ha partecipato a Siena al seminario di studi di genere “Presenti Differenti”, fondato da Maria Luisa Boccia e Michela Pereira. Dal giugno 2013 al dicembre 2016 ha collaborato con la webzine Pane Acqua Culture. Una recensione del 2014 è stata pubblicata nell’ambito del progetto RIC.CI (Reconstruction Italian Contemporary Choreography anni Ottanta-Novanta) ideato da Marinella Guatterini, realizzato con la Fondazione Paolo Grassi. Ha seguito una formazione di danza classica e danza contemporanea e ha partecipato ad alcune produzioni presentate a festival e rassegne nazionali.

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