Molly sotto tiro. Intervista a Marcido Marcidorjs

Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa al Teatro Vascello di Roma con Bersaglio su Molly Bloom. Un’intervista a Maria Luisa Abate

foto ufficio stampa
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Parlando di Molly, della parola e di come ambedue siano entrate in relazione con la compagnia Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa al Teatro Vascello dal 14 al 17 marzo con Bersaglio su Molly Bloom dall’ultimo capitolo dell’Ulisse di Joyce. Scrittura di un incontro con Maria Luisa Abate, prima attrice, carne e voce della compagnia e di uno sguardo circolare, come la tavola a cui sediamo.

Che cosa resta di Molly Bloom addosso all’attore? E cosa lascia in eredità al pubblico questa femmina che non conosce la punteggiatura e si affastella di parole?

Essendo io un’attrice ed essendo un’attrice della compagnia Marcido Marcidorjs voglio permettermi di dire che il testo io lo guardo da sola, seguono sempre delle sedute a tavolino che possono durare dai tre ai sei mesi in cui il testo viene montato in una vera e propria partitura vocalica e questo sotto la maestria di Marco Isidori. Il testo letterario, nello specifico, io lo capisco solo quando lo canto, a volte accade che di un testo mi impegni l’operazione traduttiva, ovvero, etimologicamente, di “portare” al pubblico ciò che sono stata chiamata a dire e Molly mi chiama a vivere una gioa straordinaria, è la vita; non credo che un altro uomo sia riuscito a centrare il feminino come Joyce.

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In questo senso la direzione fonica veicola l’emozione che il pubblico riceve tradotta come forse non sarebbe stata se si fosse fermato soltanto a “guardare” il testo.

Deve. Ma la direzione fonica scaturisce dalle parole. Marco ha scelto il teatro come espressione, è un poeta, il mezzo teatrale gli permette di veicolare il pensiero. Il linguaggio è la nostra traccia genetica, può essere ricevuto soggettivamente ma è sempre oggettivo nella sua interpretazione. Non conoscono Joyce e sono stupefatti. Vengono entusiasmati, come la radice profonda di questa parola, dalla massa di voce e di energia fisica che viene spinta dal palco verso lo spettatore. Oppure lo conoscono e ne apprezzano la comprensibilità.

In riferimento alla trasformazione in partitura verbale per più voci e in riferimento al fatto che la compagnia ne conta otto; perché i pensieri di una sola donna dovrebbero avere i connotati e le connotazioni di più di un individuo?

Si tratta di una ricerca che Marco svolge fin dalla creazione della compagnia Marcido sulla pluralità dell’attore chiamandolo “attore multiplo” che oggi è necessaria per raggiungerne l’intelligenza emotiva di ognuno. Lo scopo è la moltiplicazione del pensiero nelle variazioni dell’inconscio di Molly, un gioco di specchi scenici e quello vocale è un gioco prismatico. L’attore è un turbinio di sensi…

Qual è il senso più importante a teatro?

Teatro si traduce “guardare”, l’immagine è la prima cosa che imprigiona e lo spettatore moderno non è differente dallo spettatore antico: vedere è possedere di questo spettacolo un’immagine straordinaria (ndr. premio UBU 2002/03 per la miglior scenografia a Daniela Dal Cin). Siamo quasi sempre già in scena prima di iniziare e lo spettacolo comincia dal pubblico nell’istante in cui prende posto. Quel momento è per l’attore il più complicato perché richiede una tensione specifica e allo stesso tempo un silenzio fisico estenuanti; e la gente chiacchiera dei fatti propri e ci si trova a invidiarli dicendo “guarda quel mondo lì seduto, che serenità!”

Nel corso del sodalizio teatrale, la produzione di Marcido ha dato più risposte o fatto più domande?

Il suono, la parola, l’immagine. Eravamo questo quando abbiamo fondato la compagnia. Io ero la carne, Marco il poeta e Daniela la pittrice. Non abbiamo fatto altro che domandare coi nostri risultati, non è una risposta l’atto della creazione. Marco seleziona un testo per mostrare al mondo il suo mondo e questo cosmo è fatto di tanti corpuscoli. Il fenomeno del teatro Marcido è la parola parlante. Tutto ciò che nel dire è tenuto sotto controllo non può creare esperienza allora quasi sempre prima c’è il grido, il grido beduino e piano avviene la ricostruzione della phoné, della ripresa, della dinamica, della metrica della parola stessa.

Roman Jakobson temeva le occorrenze della lingua, nello specifico sosteneva che la lingua gli impedisse di dire certe cose, ma anche, cosa che è più grave, lo obbligasse a dirne altre: la più pesante è la censura positiva. Cosa non ha temuto Marco Isidori per adattarsi alla censura?

Marco Isidori è un poeta. Un felice incontro con l’autore e si inciampa in un testo che in quel momento serve a dire. Marco ha parlato per Shakespeare riscrivendolo in spettacoli come AmletOne. Nel caso di Joyce e Beckett i momenti di trasformazione sono invece stati meno invasivi, in questo la modernità aiuta. Prendiamo però ad esempio il Vortice del Macbeth, è stato uno dei testi più additati di cui Marco ha lasciato all’originale soltanto una frase: “se il fato vuole ch’io diventi re, ebbene il fato mi può incoronare!” rispose che meglio di così non poteva dirsi!

Francesca Pierri

dal 14 al 19 marzo 2017, Teatro Vascello

BERSAGLIO SU MOLLY BLOOM
da James Joyce
con Maria Luisa Abate, Paolo Oricco, Stefano Re, Valentina Battistone, Virginia Mossi, Daniel Nevoso, Francesca Rolli, Margaux Cerutti, Marco Isidori
tecniche Sabina Abate
scena e costumi Daniela Dal Cin
regia Marco Isidori
produzione Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa
con il sostegno del Sistema Teatro Torino

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