Emanuele Aldrovandi. Avere trent’anni

Qualcosa a cui pensare, scritto da Emanuele Aldrovandi e diretto da Vittorio Borsari, ritrae il cortocircuito emozionale della generazione dei trentenni.  E non solo. Recensione.

In questa elaborata e confusa realtà che ci circonda, che altro non ha da produrre che la propria sopravvivenza, l’unico punto fermo sembra essere l’indiscutibile faticosa e celebrata autoaffermazione. Ma il progetto di una transizione dell’io e le contraddittorie tattiche per attuarla passano oggi per diversi contesti e un nuovo focolare domestico. Il salotto del nuovo “dramma borghese” non è più quello dove si intrecciano le vicende di mogli, mariti e amanti ma la sala di un appartamento in affitto per studenti, dove troneggia un divano usurato e si esercita la prima esperienza di convivenza.

Foto Nicolò Degl'Incerti Tocci
Foto Nicolò Degl’Incerti Tocci

Qualcosa a cui pensare nasce come romanzo di Emanuele Aldrovandi e diventa qui un agile testo teatrale con la messinscena di Vittorio Borsari. Una ragazza e un ragazzo quasi trentenni condividono una casa a Milano. Jeer, studente di fisica incollato al divano e tormentato dall’idea di dover pensare a qualcosa, non si concede il lusso della pigrizia; anzi si ingegna fin troppo, ingombra la sua mente di congetture fantasiose, costruzioni illogiche per rispondere a una realtà che rimane fuori dalla porta di casa. Plinn invece studia giurisprudenza con risultati discutibili: a disagio con l’idea di un futuro che non le sembra possa avere vie praticabili, è in un’affannosa ricerca di cause cui aderire – lo sciopero dei metalmeccanici, ad esempio, le sembra un’eccellente idea per rispondere al richiamo di una società in cui non trova ancora collocazione.
Jeer e Plinn tendono a respingersi per conoscersi meglio, discutono, falliscono in una improbabile storia d’amore, inventano storie per popolare le loro solitudini e consolarsi per un fallimento che può essere dietro l’angolo. In maniera più semplice diremo che si rendono indispensabili l’uno all’altra. Tentano di sopraffarsi e stordirsi con un linguaggio in parte aggressivo che diventa però comico ed esilarante a tratti; intasano la comunicazione e intrecciano una finzione fuori dalla quale non saprebbero più esistere.

Il divano è la soglia di un contatto, dove si consuma un’impotenza espressiva che non è altro se non una forma di autocoscienza. L’esito è però nullo. Le frasi sono prove esibite di disadattamento e reazioni inadeguate, deviazioni ironiche e per nulla costruttive. La comunicazione è un geroglifico il cui effetto è monco e contraddittorio. Samuel Beckett faceva gridare al protagonista del romanzo Molloy (1951): «Non faccio altro che piegarmi alle esigenze di una convenzione che vuole che si menta o si taccia», o ancora «E che io dica una cosa un’altra o un’altra ancora, importa poco davvero. Dire è inventare».

Foto Nicolò Degl'Incerti Tocci
Foto Nicolò Degl’Incerti Tocci

Così le parole dei due studenti appaiono incastrate in una piattaforma frenetica e centripeta, che rimane ancorata al perimetro della scena, delimitata da un tappeto circolare su cui spicca il divano, vero trait d’union dello spettacolo. Uno schermo sullo sfondo propone l’immagine di un “Loading” che carica ogni scena proprio come in un videogioco. Quello preferito da Jeer ad esempio: Super Mario, l’idraulico baffuto di piccola statura con una salopette di jeans e un cappello rosso che si fa largo nella memoria di una generazione di trentenni lontana da quell’idea di supereoe invincibile e inarrivabile.

Eroi del nostro tempo, anche solo per aver saputo non perdersi, Jeer e Plinn sono i campioni di dialoghi pretestuosi, rassegnati alla loro insoddisfazione prigionieri di un appartamento che è un bunker di specchi e trabocchetti obbligati in cui maturare, ma senza vera esperienza. E allora ci aggrappiamo alle parole di Jeer «Il problema. Il problema. Come faremo a cambiare il mondo, a guardare avanti, a uscire da questa impasse che io mi sento addosso da quando sono nato, e che vedo anche addosso ai miei amici, alle mie amiche, ai miei compagni di università, a te, come faremo a prendere in mano la nostra vita, qualunque cosa essa sia, come faremo a fecondare il futuro, se… se non siamo neanche in grado di riuscire a fecondarci a vicenda?».

Non ci sono soluzioni, piuttosto si ama il problema, in questo cortocircuito di discussioni dove si aspetta un vita di riserva, un bonus da spendere per il livello successivo. Nel prossimo quadro si potranno liberare le proprie vite e anche vivere l’ipotetica storia d’amore, ma è difficile crederlo quando Jeer si rivolge al pubblico nell’ultima scena e con un aplomb cinico ricorda che «se nell’Ottocento c’era il romanticismo, oggi abbiamo gli psicofarmaci».

Doriana Legge

Visto al Teatro Nobelperlapace (San Demetrio – L’Aquila) Marzo 2017

QUALCOSA A CUI PENSARE

di Emanuele Aldrovandi
con Roberta Lidia De Stefano e Tomas Leardini
regia Vittorio Borsari
video editing e musiche Francesco Lampredi
scene Tommaso Osnaghi
Produzione Chronos3

Gli articoli di Teatro e Critica, che sono frutto di un lavoro quotidiano di ricerca, scrittura e discussione approfondita, sono gratuiti da 8 anni.
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Doriana Legge è docente di Storia del Teatro e Problemi di storiografia dello spettacolo presso l’Università degli studi dell’Aquila. Nel 2014 ha conseguito il dottorato di ricerca in Generi letterari presso il Dipartimento di Scienze Umane dell’Università degli studi dell’Aquila. Dal 2013 fa parte del comitato di redazione della rivista di studi “Teatro e Storia” edita da Bulzoni. Collabora a voci enciclopediche per il Dizionario Biografico degli Italiani della Treccani. Scrive per la rubrica teatrale dell’“Indice dei libri del mese”. È anche musicista e compositrice per cinema e teatro, autrice di sonorizzazioni che portano a indagare le immagini pensando relative drammaturgie sonore. Da gennaio 2017 collabora con Teatro e Critica. Per consultare i suoi lavori e pubblicazioni più recenti: https://univaq.academia.edu/DorianaLegge