Sull’orlo del cielo. Una rassegna sui giovani talenti torinesi

Appena conclusa la rassegna “Il cielo su Torino” che ha portato in scena nel capoluogo piemontes giovani talenti torinesi. Recensione

Foto di L. Ceccon
Foto di L. Ceccon

«Un po’ vecchiotta, provinciale, fresca tuttavia d’un tal garbo parigino » è la Torino cui fa ritorno Guido Gozzano, dove – al tramonto – la luce infuoca le Alpi e il poeta ritrova il conforto mite nelle memorie dell’infanzia. Quell’ora in cui il «cielo subalpino» risveglia ricordi sepolti e armonie dimenticate, si fa proustiana madeleine e paesaggio accogliente.

Il cielo su Torino, lambito dalla linea morbida della collina e dalle cime alpine, sotto una spessa coltre di inquinamento, vede l’affaccendarsi di una città in cerca di un’identità. Antica capitale, poi coagulo di resistenza, polo industriale d’eccellenza, negli ultimi anni Torino – spogliata di queste vesti – prova a trasformarsi in un luogo in cui la cultura e l’arte possano fecondare pratiche di vita e di lavoro. Le tensioni sociali e alcune politiche miopi, tuttavia, non si possono ammantare con un panno pregiato e all’ordine degli ultimi giorni è la notizia – che assume i tratti di una spada di Damocle – della scelta della nuova amministrazione Cinque Stelle di ridimensionare gli investimenti comunali sul Sistema Teatro Torino.

Sistema Teatro Torino che, tra l’altro, supporta le giovani compagnie, alcune delle quali sono state impegnate in questi giorni con i loro lavori in anteprima al Teatro Gobetti, per la terza edizione della rassegna Il cielo su Torino. Iniziata il 3 Gennaio con Orlando. Le primavere di Silvia Battaglio, proseguita con S.O.S. Storie di un’odissea psicosomatica di Aurélia Dedieu e Giuseppe Vetti, l’Elettra di Von Hofmannsthal di Giuliano Scarpinato, si è conclusa con Variazioni sulla libellula-allegro ma non troppo della Compagnia Lanavesandri e  Edith di Chiara Cardea e Elena Serra.

Variazioni sulla libellula - foto ufficio stampa
Variazioni sulla libellula – foto ufficio stampa

Abbiamo visto gli ultimi due, felicemente convergenti nel tentativo drammaturgico di restituire voci e corpi a esistenze di donne non allineate, fuori dai binari della convenzione sociale e dei ruoli prestabiliti, per solcare vie irriverenti e ignote. Roberta Lanave e Camilla Sandri costruiscono un tessuto narrativo a partire dai testi di Amelia Rosselli Storia di una malattia e La libellula (Panegirico della libertà). Se è vero che il confine tra il normale e il patologico risiede nello scollamento dell’individuo con il mondo, nell’ammorbidirsi degli steccati tra intimo ed esposto, allora risulta particolarmente sensata la scelta di dare vita a poesie che si fondono e confondono con i dati dell’esistenza tormentata dell’autrice, depressa e suicida. Studiosa di teoria musicale e etnomusicologia, Rosselli insiste sulla problematica della connessione di forma poetica e musicale, da cui la scelta di Lanave e Sandri di scandire lo spettacolo su un andamento triadico – le Variazioni – nel quale si alternano, per poi infine incontrarsi in un commiato comune. Rendono complessità a questa figura spartendosi prospettive e coloriture sul personaggio: dove Sandri mostra rigore, una vocalità intensa e composta, invece Lanave si muove nervosa, con una presenza allucinata. Questo esperimento teatrale consiste in una efficace vertigine emotiva, una tensione costante per domare il verso poetico, che si traduce in scorci disordinati di folle libertà.

ph: L. Ceccon

Anche Chiara Cardea e Elena Serra elaborano un percorso a partire dalle esistenze liminari della coppia Edith Ewing Bouvier Beale e sua figlia Edith Bouvier Beale, parenti di Jacqueline Kennedy Onassis. Immortalate nella villa di Grey Gardens, le due donne incarnano un menàge disfunzionale: lontane dalla vita mondana, incedono sui ricordi e sull’amalgama di emozioni rievocate, si crogiolano in un bovarismo nevrotico, nella memoria dolorosa di fasti passati e desideri sbiaditi.
La drammaturgia è intessuta dei dialoghi di questo duo inselvatichito dalla lontananza dall’alta società, di cui facevano parte, e scorre tra esaltazioni egotiche e interrogativi cocenti sulle relazioni, sul tempo, sulla vita. La scena – a cura di Jacopo Valsania – è capeggiata da una macchina, dalle sembianze della villa campestre. Questa costruzione si apre a più livelli e fornisce sfaccettate possibilità espressive, abitate dalle due attrici che, indossando vesti preziose, compongono il quadro dissonante e amaro di un’umanità che trova la libertà nell’abbandono, in una storia di otium novecentesco e femminile, carnale e sardonico, decadente e vanesio.

In conclusione, questi due lavori sembrano tratteggiare un panorama sfaccettato, intenso – benché a tratti ancora acerbo – in cui si staglia una generazione di giovani artiste, impegnate nel tentativo di dare diritto di esistenza e nuova voce a personalità neglette, mettendosi alla prova con generosità e competenza.

Giulia Muroni

Teatro Gobetti / Sala Pasolini, Torino – gennaio 2017

VARIAZIONI SULLA LIBELLULA – ALLEGRO MA NON TROPPO
testo Storia di una malattia e La libellula (Panegirico della libertà) di Amelia Rosselli
consulenza drammaturgica Domenico Ingenito
di e con Roberta Lanave, Camilla Sandri (Compagnia Lanavesandri)
luci Francesco Dell’Elba
con il sostegno di Caffè Basaglia

EDITH
di e con Chiara Cardea e Elena Serra
voci off Michele di Mauro, Vittorio Camarota e Matteo Baiardi
regia Elena Serra
progetto sonoro Alessio Foglia
costumi e trucco Anna Filosa
assistente alla regia Davide Barbato
direzione tecnica Loris Spanu

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