Roberto Herlitzka. Il teatro, una follia di cui non si può fare a meno

Proseguiamo nel nostro focus sui grandi interpreti del teatro. Abbiamo intervistato Roberto Herlitzka, ora in scena a Roma con Minetti di Thomas Bernhard.

Cover-Minetti-Ritratto-di-un-artista-da-vecchioÈ un giovedì pomeriggio, direzione Teatro Argentina. Incontriamo nel suo camerino Roberto Herlitzka dopo averlo appena visto in Minetti per la regia di Roberto Andò. Una replica con qualche intoppo tecnico ma il disappunto di cui ci narra appena entrati, non lo abbiamo avvertito durante lo spettacolo osservando in scena questo attore di classe, che dopo un’ora e mezza di spettacolo ci accoglie con quell’eleganza e fermezza che da sempre lo contraddistinguono. Tantissimo teatro (chi lo ha intervistato porta il ricordo indelebile di un Edipo a Colono visto a Roma nel 2008 e diretto da Cappuccio), ma anche tv e cinema (tra cui citiamo le collaborazioni con Lina Wertmüller, Marco Bellocchio, Roberto Faenza); per cui proveremo a capire qualcosa di più del suo mestiere d’attore.

Quali sono stati i suoi punti di riferimento per il mestiere d’attore?

Le basi fondamentali di questa arte mi sono state insegnate sicuramente dal mio maestro, Orazio Costa, poi ho lavorato anche con tanti altri registi quali Peter Stein, Antonio Calenda, Franco Cappuccio e ora Roberto Andò. È stato molto importante osservare e ascoltare i miei colleghi, dai quali ho imparato molto. Ho ascoltato anche me stesso, io sono un tipo di attore che si studia molto: uso il registratore, mi correggo; il mio è stato un lavoro abbastanza individuale. Nel tempo sicuramente ho voluto perfezionare la mia tecnica così che fosse più funzionale ai fini dell’espressione, mentre prima vivevo una sorta di dramma tra il mio strumento e l’intenzione. Come diceva Dante, «perché a risponder  la materia è sorda», difficile da modellare. Chiaramente per questo anche alla mia età non si smette mai di apprendere o di ragionare, come gli scienziati che in base agli errori commessi riescono a trovare qualcosa di nuovo, noi troviamo soltanto noi stessi.

Prima parlava di quanto sia stata importante per lei l’osservazione. Uno spettacolo per lei memorabile?

Lo spettacolo più straordinario che ho visto è stato un Sogno di una notte di mezza estate diretto da Orazio Costa con gli allievi dell’Accademia, all’interno del quale egli portò la propria teoria, il metodo mimico, realizzandolo e ricreando in questo modo i luoghi, la foresta, tutta la magia del testo di Shakespeare. Fu in scena soltanto tre giorni a Roma, al Teatro Quirino mi sembra; poi lo levarono, forse era troppo classico o troppo poco classico. Ne ho visti molti altri di spettacoli straordinari, quale ad esempio una Tempesta fatta da Strehler e mi ricordo precisamente di diversi anni fa a Milano, quando vidi i Bread and Puppets, una delle esperienze d’avanguardia che ricordo con più chiarezza.

Come è cambiata dunque secondo lei la scena italiana?

Io credo che il teatro si sia lasciato inquinare in qualche modo dagli altri mezzi: cinema, televisione, internet. Per cui gli attori si sono abituati a un tipo di recitazione che vorrebbe essere molto naturale ma che invece finisce per essere inadeguata, perché anche per la naturalezza ci vuole una metafora. Bisogna arrivarci alla naturalezza, non si può partire soltanto da se stesso, che in quel momento è seduto e sta leggendo un copione. O magari ci si mangia le parole perché si pensa che questo possa essere una cosa naturale. Quello di cui sono convinto è che sulla scena possiamo anche mangiarci le parole, ma in un modo tale che queste vengano comunque comprese. Certo una volta in teatro si esagerava, utilizzando gesti e toni enfatici, perché era necessario farsi sentire da lontano. Sono molto contento allora che ci siano i microfoni: essendo io un attore da camera, quando ho recitato nei teatri molto grandi mi trovavo costretto ad alzare il tono rischiando di perdere una buona parte delle inflessioni, dei mezzi toni che io uso molto. Un attore deve sempre preoccuparsi di essere udito, è quello il suo mestiere. Altrimenti non credo sia giusto che venga scritturato, forse neppure pagato.

Il personaggio che le è stato più a cuore?

L’Amleto. Un personaggio che nessuno mi ha fatto fare, dunque a un certo punto, circa trent’anni fa ho deciso di farlo da me, interpretando esclusivamente le sue battute ed eliminando tutte le altre voci. Questo è un testo scritto talmente bene che funziona comunque. È anche l’esperienza maggiormente avanguardistica che ho portato avanti. L’ho chiamato Ex-Amleto, perché non ho più l’età!

È provocatoria l’affermazione del personaggio di Minetti che lei interpreta nell’opera di Thomas Bernhard in scena in questi giorni al Teatro Argentina, ovvero che il teatro sia qualcosa di «mostruoso», «di incomprensibile»?

«L’arte è una struttura orrenda»; questo viene detto dal personaggio che è stato talmente colpito e ferito dalla sua vita di attore che ormai la riassume in questa espressione così negativa. E tuttavia forse quelle affermazioni sono relativamente negative, sono dei paradossi, a cui Bernhard ricorre spesso; anche quando dice «una perversione orrenda è l’avere davanti al volto tutta la letteratura», non dice che è una meraviglia, bensì una perversione, spiegando quest’affermazione successivamente quando ammette che «l’artista è autentico solo se pazzo».

In questo rientra secondo lei anche quel dualismo dell’attore ai cui estremi si trovano da una parte l’inganno, la beffa e dall’altra colui che deve ferirsi a morte, che porta avanti qualcosa di reale e di concreto; da una parte la matematica che ordisce la struttura e dall’altra l’irrazionalità che ti porta a fare una scelta folle?

Per Minetti tutta l’arte drammatica è follia, e procede così, però evidentemente è anche una follia di cui non si può fare a meno; se vuoi fare l’attore devi essere pronto, in qualche modo,ad abbracciare la follia. Non tutti riescono, alcuni vengono schiacciati da coloro che non sono folli e che si rassicurano tra di loro attraverso “l’arte classica”. C’è da dire che noi, in Italia soprattutto, non ci rifugiamo più nell’arte classica, non sappiamo più nemmeno che cos’è; quando Minetti sostiene che «la gente quotidianamente vive di musica classica, letteratura classica», ma dove succede da noi che l’arte classica sia un rifugio? La gente si rifugia in altre cose, molto poco classiche.

Viviana Raciti

Leggi la recensione di Minetti. Ritratto di un artista da vecchio

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Viviana Raciti, siciliana d’origine, dopo gli studi classici si trasferisce a Roma, dove si avvicina al mondo dell’arte attoriale e all’animazione teatrale, per poi preferire la strada della critica. Nel 2015 consegue la laurea magistrale presso l’Università La Sapienza in ‘Saperi e Tecniche dello spettacolo teatrale’ con una tesi dal titolo La produzione drammaturgica di Franco Scaldati. Ordinamento, schedatura e analisi, mettendo per la prima volta in luce l’effettiva entità del corpus di opere dell’autore palermitano. Sempre sulla figura di Scaldati ottiene la borsa di dottorato presso l’Università di Tor Vergata. Dal 2012 è redattrice presso la testata online «Teatro e Critica» scrivendo di teatro, danza e teatro ragazzi, mentre dal 2015 fa parte della redazione della testata culturale «Move in Sicily».