Eurydice. Quell’amore impossibile di Anouilh secondo Emanuele Conte

Eurydice di Jean Anouilh prodotto dal Teatro della Tosse è uno spettacolo che dà la possibilità di conoscere un testo nascosto, con la regia, di Emanuele Conte, dal segno preciso e un cast di attori all’altezza. Recensione

foto Donato Aquaro
foto Donato Aquaro

Il destino del mondo è nel teatro. È facile avere questa impressione quando siamo spettatori di un testo classico messo in scena con una certa perizia. D’altronde un capolavoro è tale quando ci parla del nostro tempo. Poi ci sono quei testi che potrebbero essere classici anche per datazione e firma, ma che la storia di un paese ha scelto di non contemplare tra le drammaturgie celebri e dunque di nasconderli allo sguardo del pubblico. Alzi la mano chi di voi ha mai visto una messinscena di Eurydice di Jean Anouilh. I circuiti teatrali ufficiali fanno fatica a proporre testi poco conosciuti, questo non vale solo per i nuovi autori, ma anche per pezzi di storia della letteratura drammatica. Le cronache hanno registrato solo un allestimento di questa opera in Italia, per mano di Luchino Visconti, nel 1947.

foto Donato Aquaro
foto Donato Aquaro

«Il teatro ha paura di parlare d’amore» mi racconta Emanuele Conte alla fine del suo spettacolo. Gli rispondo che i sentimenti in scena sono una trappola, perché bisogna farli apparire con una sorta di magia in grado di restituirne universalità e verità senza gravarli del peso dei sentimentalismi.
Anche a questo servono certi distanziatori utilizzati da Conte nella nuova produzione del Teatro della Tosse (seconda tappa sul mito dopo Orfeo Rave): il velatino sul quale vengono proiettati i volti dei personaggi come fossero protagonisti di un film francese degli anni Sessanta, e la grottesca ironia di certi quadri.
Perché eliminare le trappole del sentimentalismo vuol dire anche far emergere la bellezza del testo, che in questo caso, come si capisce facilmente dal titolo, parte dal mito dei due amanti per illuminare la figura di Euridice con una luce profondamente novecentesca, ma senza rinunciare a momenti di alta poesia d’amore. Un capolavoro della letteratura drammatica – scritto dall’autore francese nel 1941, stesso anno della più celebre Antigone, e portato in palcoscenico nel ‘42 al Théâtre de l’Atelier di Parigi – nel quale risuonano gli echi dell’esistenzialismo francese e un lirismo quasi shakespeariano nell’incontro tra i due giovani.

foto Donato Aquaro
foto Donato Aquaro

Gli interpreti devono dunque muoversi attraverso codici ed atmosfere differenti: a partire dal primo atto, nel quale Orfeo ed Euridice si conoscono in un caffè di una stazione di provincia – le scene, modulari, sono di Luigi Ferrando. Ognuno dei due è accompagnato dai propri genitori, un padre musicista per Orfeo (suona l’arpa malamente, mentre il ragazzo è un ottimo violinista) e una compagnia teatrale in tournée per Euridice. Anouilh sembra aver voluto circoscrivere la tragedia attorno ai due giovani e puntare il fuoco sulla donna. Calando il mito nelle contraddizioni del nostro tempo lascia però una via d’uscita metafisica incarnata da un personaggio traghettatore, una sorta di inviato dell’Ade che osserva la relazione, l’amore che sboccia, la fuga della ragazza, la sua morte in un incidente e l’incapacità di Orfeo di guardare oltre al passato di Euridice costretta a concedersi all’impresario della compagnia.

foto Donato Aquaro
foto Donato Aquaro

Gli attori con sensibilità prestano corpo e voce ai personaggi, tenendo a distanza retorica e affettazione dove sarebbero dietro l’angolo: Sarah Pesca è una splendida protagonista che porta con sé i segni delle contraddizioni, è volitiva, ma capace anche di lasciarsi trasportare dagli eventi, ha un timbro dinamico e moderno ma che ricorda anche alcune voci femminili del cinema e del doppiaggio di qualche decennio fa. L’impronta di Conte è anche in questo taglio cinematografico in dedica alla Nouvelle Vague (esplicitato dal sottotitolo “questo non è un film”), nel quale però sono a proprio agio anche Susanna Gozzetti e Pietro Fabbri; vestono i panni della madre di Euridice e del suo compagno, due attori sul calare della propria vita artistica, resi con grazia, vivacità e quel taglio comico parodistico che fa piombare la tragedia nel grottesco.

Dopo la morte della giovane vi è una delle scene più semplici, ma incredibilmente potente per immediatezza: Orfeo (l’ottimo Gianmaria Martini) è seduto su una panchina situata oltre il proscenio – oltre il velatino che separa la il palco e la platea, oltre la finzione in cui sguazzano certi personaggi del dramma e la straziante verità in cui annaspano altri, ma anche in bilico con la vita da una parte e la morte dall’altra. Sulla panchina vicino a lui c’è il padre che, nell’interpretazione viva e mai banale di Enrico Campanati, si lascia trascinare in un elogio della vita che però non servirà a tenere lontano il ragazzo dalla morte. Anch’essa d’altronde siede su quella panchina, ha il sorriso e il portamento signorile di Fabrizio Matteini, è il volto di un destino beffardo, unica soluzione alla tragedia del vivere.

Andrea Pocosgnich 

26 ottobre – 6 novembre 2016, Teatro della Tosse. Genova

EURYDICE
questo non è un film
di Jean Anouilh
traduzione Giannino Galloni
con Alessio Aronne – Mattia, Enrico Campanati – Il Padre/Dulac; Alessandro Damerini – Il piccolo amministratore / Il cameriere del buffet; Pietro Fabbri – Vincenzo / Il cameriere d’albergo; Susanna Gozzetti – La madre; Marco Lubrano – L’autista dell’autobus; Gianmaria Martini – Orfeo; Fabrizio Matteini – Monsieur Henry; Sarah Pesca – Eurydice;
regia Emanuele Conte
scene Luigi Ferrando
costumi Daniela De Blasio
movimenti coreografici del III atto sono di Michela Lucenti
tema musicale di Orfeo è di Raffaele Rebaudengo
luci Tiziano Scali e Matteo Selis
fonica Tiziano Scali
video Luca Riccio
direttore di scena Roberto D’Aversa
macchinista Marco Lubrano
attrezzista Renza Tarantino
costruzioni Carlo Garrone
pittura Paola Ratto
sarte Umberta Burroni e Beatrice Bracchi (stage)
produzione Fondazione Luzzati-Teatro della Tosse

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