Pentesilea di Lina Prosa. Soli e folli sono gli eroi del desiderio

All’Accademia di Francia a Villa Medici, nel programma di Romaeuropa Festival, Pentesilea. Allenamento per la battaglia finale, testo scritto nel 2008 da Lina Prosa. Recensione

foto skyarte.it
foto skyarte.it

Andato in scena all’Accademia di Francia a Villa Medici nel corso di Romaeuropa Festival, Pentesilea. Allenamento per la battaglia finale è un testo scritto nel 2008 per l’allora direttrice della Comédie Française Muriel Mayette da Lina Prosa, autrice siciliana (direttrice a Palermo del Teatro Studio Attrice/Non) il cui lungo rapporto con la scena d’Oltralpe ha visto nel 2014 un ottimo riscontro per la Trilogia del Naufragio al Théâtre du Vieux Colombier di Parigi.

Achille e Pentesilea sono figure di meravigliosi guerrieri, entrambi valorosi paladini di battaglie troiane appartenenti all’epica omerica e da essa consegnati nei secoli a citazioni, riscritture e varie versioni dello scontro finale tra il Pelide e la regina delle Amazzoni, eroina destinata a perire per mano dell’eroe prima di essere da questi amata o a ucciderlo, a bramarlo persino al punto da ingurgitarlo. Uomo e donna, maschio e femmina in un confronto a due voci, in una messa a nudo di prospettive mitiche e profondamente contemporanee, polarità di attrazione e repulsione che si congiungono e si respingono nell’antro del termine desiderio. In questa direzione si inscrive il richiamo all’opera di Heinrich Von Kleist, rigettata dai suoi contemporanei per eccessiva eterodossia rispetto agli statuti del neoclassicismo germanico, rivalutata poi a partire dal Novecento grazie pure al crescente interesse per la psicanalisi insieme al passaggio alla modernità letteraria ove la rottura del canone, nel caso specifico interpretata allora quale vena orgiastica e scandalosa, si converte in valore di vitalità drammaturgica e analitica. Faccende ricorrenti nella storia dell’arte e del palcoscenico.

Due leggii su una pedana avanzata, al centro un cubo nero ricoperto di nastri di raso rosa e azzurri, due porte coronate da gloriosi stipiti di pietra fra i quali campeggiano scranne bianche e oro. L’ingresso in sala fra gli arazzi e gli affreschi alle pareti è già segnato dalla presenza degli interpreti – adeguatissimi al proprio compito Maddalena Crippa e Graziano Piazza –, emblemi immaginari e statici, in preparazione, in attesa, antitesi di toni, di cromature significativamente opposte: il completo chiaro di lei, quello scuro di lui e poi un paio di fasci di rose in grembo, brune le une e vermiglie le altre. L’inizio è incursione di una canzone francese unita all’unica voce esterna, terza figura di raccordo e straniamento collocata letteralmente fuori campo e fuori dal campo ideale che andrà delineandosi in un luogo indefinito, forse un sanatorio.

«Io e lui, non possiamo giacere su un vero letto se prima non si alza la polvere dell’imprudenza. […] I nostri occhi andarono dritto alla carne, nonostante la mia armatura, nonostante la sua armatura quando la luna passando tra le nostre gambe pose a terra per pietà una macchia bianca». L’azione è tutta nella potenza del verso quale nodo centrale del sistema narrativo, qui vero e proprio complesso di evocazioni, per cui le parole si susseguono in un processo dove il segno scritto si afferma e si traspone nella dimensione del detto plasmando con estrema appropriatezza e non senza puntate di ironia le voci, i volti, i corpi relativamente compassati. Si costruisce in questo modo un insieme quasi plastico, proiezione a tratti epidermica di una moltitudine di battaglie fra erotismo, pensieri, crucci, disfunzioni, inadeguatezze, sogni e sentimento. Tuttavia un’unica battaglia dell’isolamento.

«La strangolai, fu più forte di me. […] Mi sono difeso. Ho dovuto farlo. […] Tra un abito abbandonato dal vento e lei non ci fu differenza». Il conflitto si scatena senza scontro diretto, la guerra divampa, i suoi eroi si bruciano, l’un l’altra e per se stessi, in tre assoli (due di Pentesilea, uno di Achille) a snocciolare l’incontro, l’unione, le rispettive percezioni, l’allontanamento, l’attesa e il vagheggiamento dello scontro. Si polverizza Pentesilea nei miraggi del Pelide, il quale invece viene dilaniato e mangiato pezzo per pezzo un organo dopo l’altro nelle illusioni dell’amazzone. «Un giorno o l’altro ti digerirò. All’improvviso, come fanno i bambini. Intanto viviamo nello stesso corpo […]». La passione della follia o forse la follia della passione raggiunge così l’acme, ma non ha modo di consumarsi e la catarsi non si compie, restituendo il quadro di due universi solipsistici, divisi, impossibilitati a congiungersi eppure intimamente simmetrici per eterna vocazione alla lotta.

Marianna Masselli

Visto a Roma Europa Festival, settembre 2016

PENTESILEA. ALLENAMENTO PER LA BATTAGLIA FINALE
di Lina Prosa
traduzione Jean-Paul Manganaro
con Maddalena Crippa, Graziano Piazza

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