Da Roma a Rieti. Integrating Black Reality

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Aspettando RIC Festival, entriamo nel pieno della prove del gruppo di Officina di Teatro Sociale Black Reality. Giorno #4, in collaborazione con Atcl

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Una foto pubblicata da Teatro e Critica (@teatroecritica) in data:

Alla stazione degli autobus, a Tiburtina, ci sono già un drappello di persone in attesa, un homeless prende a calci una bottiglia, poi attacca bottone con un ragazzo distinto in giacca e cravatta. L’insegna della fermata Cotral per Rieti è in parte cancellata dal tempo, non l’avrei pensato ma al suo arrivo il pullman si riempie. Esiste un pendolarismo anche inverso rispetto a quello a cui siamo abituati: persone che si spostano dalla Capitale per lavorare in zone limitrofe. È ormai prassi abituale del teatro, dagli anni Sessanta, quella di spostarsi dai grandi centri per abitare e radicarsi in luoghi altri. Sono le cosiddette azioni di decentramento, così le chiamavano. La terza edizione del Ric Festival si è concessa quest’anno solo tre giorni per la programmazione degli spettacoli, ma un periodo più lungo per la creazione sul territorio mescolando le forze già in campo con quelle provenienti da fuori: è questo il senso anche del lavoro che il Collettivo Leibniz sta svolgendo (come ha ben spiegato Viviana Raciti nelle precedenti pagine di diario), immaginando atti performativi ideati con altri soggetti, sarà un festival nel festival. Ci si impiega poco più di un’ora per arrivare a Rieti, quando la Salaria è libera.

Il cielo plumbeo non cancella i colori della colline coperte dagli ulivi. Un’anziana e gioviale signora scende qualche decina di chilometri prima di Rieti: prima chiede gli orari di ritorno, poi un aiuto per spostare giù un un carrello, di quelli con cui si va al mercato, è venuta da Roma per qualche litro di olio. Un’altra donna, di mezza età, si avvicina all’autista, parla per trenta secondi buoni in francese finché dalla faccia del guidatore probabilmente capisce di non essere oltralpe. Chiede in che posto siamo, perché lei sta cercando qualcuno che si occupa di costruire casette in legno. Scenderà alla fermata successiva, nel mezzo del nulla, alla ricerca di case prefabbricate.  Chi la casa la cerca in legno – dalla Francia, magari per un giardino o forse per qualche amico proprio di queste zone vittime del terremoto – e chi la trova, quando va bene, nell’accoglienza. E dopo l’accoglienza? Cosa intendiamo per integrazione? Spesso abbiamo parlato del teatro come accompagnamento all’integrazione. Non a caso quest’anno il Ric Festival, delle migrazioni ha fatto il proprio cuore. Il lavoro di Black Reality in questo senso ha un ruolo fondamentale. Il gruppo di africani, alcuni in Italia da pochi mesi, coordinati da Valerio Gatto Bonanni e Gianluca Riggi, insieme ad alcuni storici attori della compagnia, vive qui da qualche giorno, i discorsi sul cibo si mescolano a quelli sul teatro. Valerio ha messo in scena una polenta per tutti qualche sera fa.

Il riscaldamento muscolare e vocale precede le prove, mi coinvolgono non senza una certa fatica, ma è impossibile declinare l’offerta: così mi ritrovo a respirare con loro, in cerchio, a scaldare la voce al suono di una nenia africana, a cercare il battito ritmico dei palmi sul torace. Quando l’azione cresce mi allontano per riprendere il mio ruolo di osservatore. Intanto Helen Spackman e Ernst Fischer (Collettivo Leibniz) definiscono i dettagli del progetto incontrando artisti e associazioni. Ritroverò, nel pomeriggio, Ernst ed Helen nel foyer alla ricerca di storie da intrecciare, lavorano su due piccole scene, attraverso canto e recitazione,  con altri rifugiati. La memoria devastata di questa terra fa emergere con facilità il dolore del 24 agosto, ma le storie hanno bisogno di un canale di comunicazione per essere restituite alla comunità. The Book of Blood è un grande atelier nel quale stabilire questa comunicazione.

Prima del pranzo il palco del Teatro Flavio Vespasiano si anima velocemente dopo una breve pausa: si torna in prova con la filata di uno spezzone della performance di Black Reality. Gli attori entrano dal foyer, si siedono tra il pubblico finché sarà quella stessa nenia a far mutare la presenza.

Guinè sotho ma di dogni dogni

Guinè sotho ma di dogni dogni

Idougui sarabè dogni dogni

Isakirin sarabè dogni dogni

Canteranno risuonando attorno alla platea, dal foyer ai palchetti, prima di imbarcarsi. Il viaggio è anche in quella canzone, dedicata ai momenti che precedono l’innamoramento.

Andrea Pocosgnich

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Laureato in Storia del Teatro presso l’Università Tor Vergata di Roma con una tesi su Tadeusz Kantor, ha frequentato il master dell’Accademia Silvio D’Amico dedicato alla critica giornalistica, ha fondato nel 2009 Teatro e Critica di cui attualmente è uno degli animatori. Come critico teatrale e redattore culturale ha collaborato anche con Quaderni del Teatro di Roma, Metromorfosi, To be (free press dedicata al teatro), Hystrio, Il Garantista. Da alcuni anni insieme agli altri componenti della redazione di Teatro e Critica organizza una serie di attività formative rivolte al pubblico del teatro. Dal 2013 al 2014 è stato uno degli insegnanti di Storia del Teatro del progetto Lazio in Scena. Nel 2013 ha ideato e progettato (insieme agli altri componenti di Teatro e Critica) la app Teatro Pocket.