Crave. La poesia disperata di Sarah Kane

Crave è il quarto testo di Sarah Kane, datato 1998. Al Teatro India di Roma è andata in scena la versione diretta da Pierpaolo Sepe. Recensione

Foto di Peppe Russo
Foto di Peppe Russo

È proprio vero che certi testi sono talmente incisivi da non aver bisogno di altro che di essere pronunciati ad alta voce. Le parole se ne stanno lì ferme sulla pagina, divise in piccole composizioni di senso, separate da spazi e virgole che diverranno poi respiri e pause. Attendono la voce che le articolerà facendo detonare il congegno. Dopodiché niente sarà più com’era prima. È così per molta poesia, così per molta letteratura teatrale. Lo è per una grafia come quella di Sarah Kane, maestra nel mescolare i due linguaggi, nel mettere in fila espressioni e figure, fratture semantiche e omissioni pronte a esplodere via da ogni possibile linea della prosa, verso un linguaggio che è in tutto e per tutto azione.

Nella lista dei suoi capolavori, interrotta troppo presto da un suicidio per poter credere che una vena del genere non avesse da dire altro, compare anche Crave, una vera e propria suite musicale per quattro voci, due femminili e due maschili, che danno suono alle grida di un’anima lacerata. Riassumere la trama di questi quattro monologhi intrecciati (curiosamente qui non viene accreditata la traduzione) è impossibile e forse ingiusto: il loro ordine rizomatico ribolle in una struttura fluida, più simile ai versi di Thomas S. Eliot o ai flussi incrociati della prosa di Virginia Woolf in The Waves. Nelle continue movenze avanti e indietro dei concetti, nel loro circolare attorno a un buco nero in cui la definizione del senso si perde come in una macchia senza contorni, nel riempire le pagine di spazi vuoti che strangolano la brevità dei segni verbali e dunque svuotano la scena di ogni respiro, lì dentro c’è tutta la crudeltà dell’essere vivi.

Foto di Peppe Russo
Foto di Peppe Russo

Nella produzione giunta oggi al Teatro India di Roma, Pierpaolo Sepe sembra aver preso in mano questo testo per poi lasciarlo cadere con un tonfo sordo su un suolo di cemento armato. Sul fondo di una razionalissima e simmetrica scatola scenografica quattro nicchie rivestite di gelide piastrelle chiare, ciascuna arredata con uno specchio a parete su cui brilla un cilindro a neon; il proscenio è foderato da una gabbia di ferro ai cui strilli metallici tre microfoni donano una terribile eco. Su ciascuna sezione di gabbia è installata una pulce che amplifica le voci dei quattro attori, incaricati di consegnare il testo solo appesi alle grate, senza mai ricevere altro bagliore che quello dei controluce, che ne disegnano le sagome e le aure e mantengono ciechi sguardi ed espressioni. Sul proscenio, dunque, si posiziona la voce, mentre nello spazio che lo separa dal fondo (anch’esso microfonato dai lati) quattro lividi tagli illuminano sequenze coreografiche che vedono gli attori lottare fisicamente con questa invincibile tenaglia della sofferenza.

Foto di Peppe Russo
Foto di Peppe Russo

La scelta di Sepe pare da un lato quella di lasciare al testo tutte le armi sguainate, realizzando con estrema cura un ambiente luministico e sonoro che ne potenzia ogni caratteristica, chiedendo agli attori di svolgere un servizio di cassa di risonanza, esponendo il loro fare in voci che tuttavia non riescono a separarsi da toni troppo affettati e movimenti non folgoranti come le parole che li precedono o li seguono.
Il risultato si pone dunque a metà tra una coraggiosa messa al bando dell’interpretazione, che potrebbe guidare alla totale monotonia (di per sé significante in funzione del testo) e il rischio di far scivolare nella ruvidezza senza speranza della partitura certe emotività un po’ acerbe. Il parlato e la coreografia, agendo senz’altro che la penombra, falliscono nell’offrire allo spettatore un ragionamento su come la presenza del corpo venga dilaniata da simili pensieri, di per sé una sfida necessaria nel porre un testo come questo alla prova della scena.

Accettato il dispositivo registico, viene comunque da ritornare al testo per coglierne tutte le disperanti evoluzioni. L’abbandono, l’annichilimento, il sordido strisciare del disinteresse totale, il desiderio talmente forte da annientare, la desolante impressione dello spreco di ogni energia passano attraverso una dizione del testo radicalmente frontale, dialoghi che si scoprono monologhi e monologhi a cui rispondono altre voci interiori non desiderate. L’ironia stessa non manca mai in Kane, ma si porta addosso quella febbre di annientamento che la tramuta in un ulteriore assalto alla quiete, finendo per governare un regno del linguaggio in cui si nasce per assolvere questa stessa incombenza, si vive per tentare di dimenticarla.

Sergio Lo Gatto

Fino al 9 ottobre 2016 – Teatro India, Roma

CRAVE
di Sarah Kane
regia Pierpaolo Sepe
con Gabriele Colferai , Dacia D’Acunto, Gabriele Guerra, Morena Rastelli
scene Francesco Ghisu
costumi Annapaola Brancia d’Apricena
luci Cesare Accetta
movimenti di scena Chiara Orefice
assistente scenografa Christina Psoni
Produzione Casa del Contemporaneo

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Sergio Lo Gatto è giornalista, critico teatrale, ricercatore e dramaturg. Attualmente ricopre il ruolo di Responsabile delle Attività Culturali per Emilia Romagna Teatro Fondazione. È dottore di ricerca in Spettacolo, con una ricerca su critica teatrale e filosofie digitali e docente a contratto di Metodologie della Critica del Teatro e dello Spettacolo alla Sapienza Università di Roma. Si occupa di arti performative su Teatro e Critica. Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), collabora con il settimanale Left, con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha collaborato nelle attività culturali e di formazione del Teatro di Roma, partecipato a diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Ha partecipato al progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove cura la rivista online Conflict Zones Reviews. Tra le pubblicazioni, con Matteo Antonaci ha curato il volume Iperscene 3, Editoria&Spettacolo 2017. con Graziano Graziani La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013).

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