Autodafé di Lenz, abiura di me

Al Festival Verdi, nell’ex carcere di San Francesco di Parma, debutta Autodafé, creazione scenica site specific di Lenz Fondazione. Recensione

di Francesco Pititto
di Francesco Pititto

Il 20 gennaio 1992, nell’ala napoleonica dell’ex carcere di San Francesco a Parma, un detenuto incideva sul muro della sua cella la data del giorno, il nome e la provenienza: Jugoslavia.  Lì a fianco Marco Tardelli, i pugni chiusi e le braccia spalancate, continua a esultare da un poster per il mondiale dell’82 con un titolo di giornale incollato sui calzoncini che allude inconsciamente ad altro, che da promessa si converte in minaccia: «Non dimenticheremo». Se ne sentono ancora le grida, e non si capisce se siano di gioia dell’uno o di lamento dell’altro, nella dimensione acusmatica dell’opera che permette di percepire un suono senza riconoscerne visivamente la provenienza. Tardelli ha la bocca aperta, lo sguardo avanti a sé, sembra voler correre ma resta immobile. Così l’attore nella cella, che mi guarda, con le proiezioni drammaturgiche di sé che campeggiano sullo schermo montato alle sue spalle, come edicole sacre della sofferenza, sul muro basso che separa il letto dalla latrina: è un digringare di denti, uno spalancare la bocca, gli occhi, è il tessuto muto di immagini delle “imagoturgie” di Francesco Pititto proiettate già sul lungo corridoio principale che affaccia, tra i lamenti, sui due giardini interni dell’ex carcere.

di Francesco Pititto
di Francesco Pititto

Dopo il Tempio della Cremazione scelto per Il Furioso, la prigione – l’ex carcere di San Francesco, attivo fino agli anni novanta – è solo l’ultimo dei luoghi lontani dall’attraversamento quotidiano nel quale Lenz Fondazione installa il proprio pensiero: la creazione site specific è Autodafé, ispirata al III Atto del Don Carlo di Giuseppe Verdi, nell’ambito del Festival Verdi. Qui, gli atti di fede dei personaggi verdiani, il culmine del dissidio tra le istanze libertarie delle Fiandre e l’autorità regia, le ragioni di stato contro le ragioni di fede; qui, i costumi e gli elementi plastici di Maria Federica Maestri, la drammaturgia e l’imagoturgia di Francesco Pititto, il disegno sonoro di Andrea Azzali scelgono di ricercare una rifrazione contemporanea dell’Inquisizione spagnola, inscenando una cerimonia pubblica tra eresia di ogni tempo e santità di oggi.

di Francesco Pititto
di Francesco Pititto

Qui, nei pochi metri quadrati di una delle celle descritte su una mappa distribuita all’ingresso agli spettatori itineranti, mi continua a fissare un performer, forse uno degli “attori sensibili” con cui Lenz Fondazione lavora, forse un giovane allievo del laboratorio avanzato di Pratiche di Teatro, o del Conseratorio A. Boito, o del Coro giovanile Ars Canto; non lo so, riesco a vederne solo gli occhi perché sommersi in un enorme poncho militare, la bocca coperta da un passamontagna. Dirà poi Maria Federica Maestri, «attraverso i costumi volevo costruire degli involucri, ricondizionare i corpi come volumetrie; sono quindi esondanti rispetto allo spazio, non ci stanno nelle celle. Ho voluto creare una distonia e uno sconforto rispetto al luogo affidandomi all’antinomia: sono nulla perché ho tanto addosso». Così le grandi coperture dei costumi militari polacchi, che impongono al corpo conico di svettare verso l’alto come un monumento gotico, lasciano immaginare che «non c’è bisogno di credere più in niente, è il costume che crede».

di Francesco Pititto
di Francesco Pititto

La prigione fuori dalla mia cella, intanto, è un concerto di lamenti, di cori, dei disegni sonori di Azzali che deformano le voci, le campionano, le sovrappongono al reale in un suono che si fa esso stesso materia, che si mischia al cemento e al ferro e si impasta con la parola verdiana in pareti che isolano il desiderio dal mondo esterno. «La dislocazione è soprattutto psichica, mentale, corporea, non basta fare lo spettacolo in un altro luogo», insisterà Pititto, ed è rimanendo immobile davanti a quegli occhi di efebo – che il mio sguardo traveste da eretico, da strega, da detenuto slavo, da prigioniero annientato – che nell’eco della prigione si accede direttamente, senza il tramite diretto della parola, ai temi dell’opera corale, diacronica, di Schiller, di Verdi, di Lenz Fondazione: la libertà, il tradimento, la sofferenza, la punizione della devianza, la prigionia della fede. Nell’annientamento dell’individuo nella sua esteriorità, riconoscibile solo nella voce, o nel silenzio imposto si consuma il rapporto tra la visione e l’ascolto di un’opera che va in scena in uno spazio – l’ex carcere – che dal 2017 non esisterà più.

Fuori dalla cella, intanto, i ritmi ripetitivi e ossessivi della prigione – associati da Azzali a quelli della fabbrica – continuano a battere sulle didascalie del primo atto di Schiller, sull’opera del coro, sul «salvami Gesù», sulle forme barocche dei soprani e dei bassi, sulla manipolazione dell’identità spaziale del suono. Lenz Fondazione, che da quest’anno conta tra i propri soci sostenitori anche l’Università degli Studi di Parma e caratterizza la propria opera con una ricerca profonda e con il mettere sempre in crisi lo sguardo, ha studiato al dettaglio tutto, così come rivelato nell’incontro successivo allo spettacolo Vedere le forme del suono condotto da Enrico Pitozzi; dalla fedeltà con cui si accosta a strali di testo testo verdiano, al raddoppiare il peso vocale del grande inquisitore «io ti assolvo, confessa» cantato all’unisono dai due bassi perché il due è più potente dell’uno, fino al riscatto del coro, alla costruzione delle singole situazioni drammaturgico-spaziali che prendono vita nei corridoi, nelle celle e nel giardino esterno.

di Francesco Pititto
di Francesco Pititto

Io, però, continuo a guardare solo l’attore immobile che mi sta davanti, seduto su una brandina all’interno della cella, le braccia, non so se di uomo o di donna, aperte; allora gli sorrido, e mi sembra di vedere nei suoi occhi che sotto il passamontagna, in quel frastuono di cinquecento anni di inquisizione, di sofferenza psichica, oltre il rogo che ci aspetta risponda al mio sorriso, e penso che ci sono infiniti modi per fruire un’opera. Io stavolta abiuro quello analitico, forse il meno accessibile in quest’ultima creazione di Lenz Fondazione; mi concedo la discrezionalità temporale, quell’atto di libertà individuale che mi è offerto dalla spettatorialità itinerante e creo la mia visione nell’attraversamento di chi è prigioniero. «Questa la porta santa del signore, entriamo per ottenere misericordia e perdono». E se invece, per una volta, dovessimo uscire?

Luca Lòtano

visto nell’ala napoleonica dell’ex carcere di San Francesco, Festival Verdi, Parma – ottobre 2016

installazione e Regia Maria Federica Maestri
imagoturgia Francesco Pititto
disegno sonoro Andrea Azzali
con Domenico Mento basso; Coro Voci Giovanili Ars Canto diretto da Gabriella Corsaro: Elena Alfieri, Jacopo Antonaci, Eugenio De Giacomi, Guido Larghi, Gioele Malvica, Giovanni Pelosi, Giacomo Rastelli, Michelangelo Turchi Sassi; performer: Valentina Barbarini, Walter Bastiani, Paolo Maccini, Delfina Rivieri, Sandra Soncini, Carlotta Spaggiari, Barbara Voghera; e Lara Bonvini, Marco Cavellini, Chiara Garzo, Federica Goni, Silvia Settimj
produzione Lenz Fondazione
in collaborazione con Teatro Regio, Festival Verdi, Conservatorio A. Boito di Parma, Ars Canto
Commissione del Festival Verdi in prima assoluta

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