Five Easy Pieces. Milo Rau e la scomparsa della realtà

Five Easy Pieces di Milo Rau arriva a Short Theatre 11. Un cast composto da sette bambini e un adulto per un ragionamento sulla violenza, sulla cronaca, sulla realtà dei fatti. Recensione.

foto ufficio stampa
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Nel 2012 il regista americano Joshua Oppenheimer produceva un documentario dal titolo The Act of Killing, nel quale ai reali autori veniva chiesto di rimettere in scena con precisione filologica le torture inflitte durante la repressione anti-comunista nell’Indonesia del 1965. Un esperimento che pone realtà e verità alla prova definitiva del passare del tempo: la percezione emotiva dei protagonisti.
Il regista Milo Rau – anche giornalista e saggista – aveva portato alla Biennale Teatro 2015 Hate Radio raccontando il genocidio ruandese in un re-enactment della stazione radio che ne era stato strumento. Giungendo oggi a Roma nel programma di Short Theatre, il suo Five Easy Pieces sposta la lente sul trucido fatto di cronaca di Marc Dutroux, il Mostro di Marcinelle, responsabile di quattro delitti a sfondo sessuale a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta.

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Per la prima volta l’artista svizzero lavora con un gruppo di bambini, convocato a rappresentare i momenti chiave delle indagini, attraverso cinque set filmati in diretta da una macchina da presa che restituisce le immagini sullo schermo del fondale. Si parte con le audizioni, nelle quali i sette giovanissimi attori – tra gli 8 e i 13 anni – rispondono alle domande del regista, a proposito delle loro capacità di fare, ma ancor di più delle loro capacità di essere: «chi vorresti essere da grande? che cosa ti fa piangere? che cosa significa per te recitare? che cosa saresti disposto a fare sulla scena?». I cinque set vengono trascinati su ruote in mezzo alla scena; tra uno e l’altro ai bambini viene richiesto di mimare in tempo reale una scena riprodotta, identica, sullo schermo di fondo, con protagonisti attori adulti.

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Il processo di creazione è squadernato e reso manifesto fin dal principio, la narrazione non è una narrazione, è una relazione dei fatti empirici e dei risvolti emotivi che cerca disperatamente di spingersi al di là della cronaca e immaginando (o forse no) le dichiarazioni dei protagonisti. Ciò che si compie è un sortilegio sorprendente che mescola tre elementi: il dato giornalistico, il mezzo cinematografico e l’azione dal vivo, intessendo una complessa trama di prossemica e di relazione tra i performer e, con una frontalità agghiacciante, con lo spettatore.
Del modello audiovisivo questa operazione conserva il confezionamento sopraffino dell’immagine e l’opportunità del primo piano – che rende ancora più lacerante la scelta di cercare nei volti delle vittime la risposta ad atti così irripetibili – ; della cronaca l’esattezza ma anche la gelida metodologia, come nella scena in cui l’assassino viene condotto dalla polizia sul luogo del delitto, per ricostruire la dinamica. Ma è il terzo elemento a far detonare l’ordigno e a trasformare l’intera operazione in una iridescente ma elegante mostra delle potenze del mezzo teatrale.

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È difficile riuscire a condensare in una riflessione l’abbondanza di questioni trattate. C’è innanzitutto un’analisi delle strutture del potere e delle responsabilità celate dietro a uno scenario di sottomissione (il primo “pezzo” racconta la fine del governo coloniale nell’ex Congo Belga facilitato dal discorso dell’attivista congolese Patrice Lumumba), ma anche la continua dialettica tra riproduzione e interpretazione, che gioca sulla giovane età degli interpreti facendo passare lo spettatore dalla percezione di un virtuosismo alla sua raggelante frustrazione in funzione di una convenzione della scena.

Si storce il naso, all’inizio e poi sempre di più, nell’assistere al gruppo di bambini mettere in scena esperienze simili, spinti dall’unica figura adulta sul palco. Eppure il meccanismo è talmente ben organizzato che, raggiunto il culmine della tensione, il ciak della lettera ai genitori spedita da una cella sotterranea – nel quale il regista chiede alla bambina di spogliarsi – pare quasi invertire i rapporti di potere: la violenza contenuta in quella richiesta diviene specchio della stessa schiavitù della perversione: l’aguzzino (dentro la metafora meta-teatrale è il regista) ha necessita questa volta della consensualità della propria vittima. Nella quantità di input compressa in questa limpida struttura, sin dal principio si impone la riflessione sul significato e sul senso del recitare, sul trasferirsi da persona a personaggio, paradigma della rappresentazione che in questo caso usa il teatro documentario come trampolino per dare forma a un atto politico.

In ciò che somiglia a un ragionamento sulla verità e sulla libertà (o sul coraggio) di pronunciare di fronte a se stessi le ragioni dell’altro, Five Easy Pieces lascia germinare le domande come batteri, pone lo spettatore di fronte alla teca di un laboratorio scientifico in cui il morbo è libero di agire, di fronte a uno sguardo imprigionato nell’immobilità.
Come in The Act of Killing, la parabola scivola a velocità crescente su un piano inclinato dove il fatto reale, riprodotto e costretto a riprodurre un modello a sua volta lontano dalla “attualità” del documento, perde ogni referenzialità; un’iper-realtà in cui la distanza imposta dalla straniante presenza dei bambini diventa necessaria per mettere alla prova non tanto la crudeltà degli atti, ma quella della loro, ormai irraggiungibile, verità.

Sergio Lo Gatto

Settembre 2016, Short Theatre, Roma

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PROSSIME DATE:

– Sabato 17 settembre 2016, ore 21, Terni, Caos/Teatro Secci, Terni Festival
– 24 settembre h 20.00 | Teatro Metastasio, Contemporanea Festival

Five Easy Pieces
nell’ambito del network Finestate Festival
prima nazionale
spettacolo in fiammingo con sopratitoli in italiano e in inglese

ideazione, testo e regia Milo Rau
testo e performance Rachel Dedain, Maurice Leerman, Pepijn Loobuyck, Willem Loobuyck, Polly Persyn, Peter Seynaeve, Elle Liza Tayou e Winne Vanacker
in video Sara De Bosschere, Pieter-Jan De Wyngaert, Johan Leysen, Peter Seynaeve, Jan Steen, Ans Van den Eede, Hendrik Van Doorn e Annabelle Van Nieuwenhuyse
drammaturgia Stefan Bläske
assistenete alla regia e performance coach Peter Seynaeve
assistente bambini e assistente di produzione Ted Oonk
ricerca Mirjam Knapp e Dries Douibi
set e costumi Anton Lukas
produzione CAMPO & IIPM
coproduzione Kunstenfestivaldesarts Brussels 2016, Münchner Kammerspiele, La Bâtie – Festival de Genève, Kaserne Basel, Gessnerallee Zürich, Singapore International Festival of Arts (SIFA), SICK! Festival UK, Sophiensaele Berlin & Le phénix scène nationale Valenciennes pôle européen de création

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Sergio Lo Gatto è giornalista, critico teatrale, ricercatore e dramaturg. Attualmente ricopre il ruolo di Responsabile delle Attività Culturali per Emilia Romagna Teatro Fondazione. È dottore di ricerca in Spettacolo, con una ricerca su critica teatrale e filosofie digitali e docente a contratto di Metodologie della Critica del Teatro e dello Spettacolo alla Sapienza Università di Roma. Si occupa di arti performative su Teatro e Critica. Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), collabora con il settimanale Left, con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha collaborato nelle attività culturali e di formazione del Teatro di Roma, partecipato a diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Ha partecipato al progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove cura la rivista online Conflict Zones Reviews. Tra le pubblicazioni, con Matteo Antonaci ha curato il volume Iperscene 3, Editoria&Spettacolo 2017. con Graziano Graziani La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013).

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