Teatrosofia #45. I paradossi di Zenone: An Eleatic Show

Teatrosofia esplora il modo in cui i filosofi antichi guardavano al teatro. Nel numero 45 introduciamo i paradossi di Zenone come il possibile stratagemma di un attore che porta il pubblico da una realtà illusoria a una autentica.

In Teatrosofia, rubrica curata da Enrico Piergiacomi – dottore di ricerca in studi umanistici all’Università degli Studi di Trento – ci avventuriamo alla scoperta dei collegamenti tra filosofia antica e teatro. Ogni uscita presenta un tema specifico, attraversato da un ragionamento che collega la storia del pensiero al teatro moderno e contemporaneo.

Intervistatore: Secondo lei, per quale motivo Truman non è mai riuscito
a scoprire la vera natura del mondo in cui ha vissuto finora?
Cristoph: Noi accettiamo la realtà del mondo così come si presenta. È molto semplice.
(Peter Weir, The Truman Show, 1998)

The Truman Show - Busto di Zenone
The Truman Show – Busto di Zenone

Molti avranno sentito parlare almeno una volta dei cosiddetti “paradossi” di Zenone, discepolo e conterraneo di Parmenide di Elea (l’odierna Velia). Attraverso alcuni complessi ragionamenti concatenati, essi arrivavano a trarre delle conseguenze contrarie alla più ovvia evidenza empirica e al comune buon senso, come ad esempio: un corridore veloce non raggiungerà mai un corridore più lento; una freccia in movimento è in realtà immobile; i corpi molteplici sono al tempo stesso talmente piccoli da non avere grandezza e talmente grandi da essere infiniti.
Dall’antichità a oggi, gli interpreti dei paradossi di Zenone si sono sostanzialmente divisi in tre gruppi. Alcuni hanno accusato il pensatore di Elea di essere un sofista e hanno conseguentemente cercato di confutare i suoi ragionamenti, mostrando come essi incorrano in diversi errori logici, durante il loro snodarsi. Altri interpreti hanno invece preso sul serio le conclusioni dei paradossi zenoniani e ne hanno ricavato alcune personali opinioni sui concetti di tempo, spazio e movimento. Infine, altri ancora – soprattutto filologi e storici del pensiero antico – hanno cercato di capire perché Zenone avesse elaborato questi ragionamenti e di appurare se egli abbracciasse davvero le conclusioni a cui pervengono, oppure li usasse con un ben altro fine.

Naturalmente, anche gli interpreti appartenenti a questo terzo gruppo hanno formulato le più disparate ipotesi, senza riuscire a imporne una al di sopra delle altre. Una tra le più probabili si avvale di un’affermazione che è attribuita al personaggio di Zenone nel Parmenide di Platone. Zenone avrebbe svolto questi e altri ragionamenti paradossali per mostrare a quali conclusioni assurde si giunga respingendo la dottrina del suo maestro Parmenide, che pare avesse dimostrato con la sola ragione che l’essere autentico è ingenerato, imperituro, immobile, indivisibile e immutabile, dunque anche che le cose molteplici che nascono, muoiono, si muovono, si dividono e mutano non “sono” in senso proprio o eminente. Infatti, se ammettiamo l’esistenza della sola molteplicità, arriviamo ad ammettere che i molti siano al tempo stesso mobili e immobili, minuscoli ed enormi, finiti e infiniti, vale a dire dotati di attributi contraddittori. In altri termini, la stessa ragione che dimostra con sicurezza che l’essere autentico è dotato delle caratteristiche sopra elencate rivela pure quanto ciò che l’esperienza e il senso comune attestano sia problematico, se non addirittura illusorio.

Se accettiamo questa interpretazione, dovremmo con ciò fare di Zenone un mero apologeta ed epigono del proprio maestro? La risposta potrebbe essere negativa. Un importante storico americano della filosofia antica di nome Gregory Vlastos ha a tal proposito offerto un illuminante spunto di indagine. Zenone non è uno scienziato, che con rigore geometrico dimostra quali attributi abbia l’essere autentico, bensì uno showman: un uomo che ha quale sua specificità il talento di “spettacolarizzare” i ragionamenti, rendendoli affascinanti e vivi.
Questo giudizio di Vlastos non è in realtà in sé molto lusinghiero. Egli rientra in fondo tra gli interpreti che tacciano Zenone di fallacia logica, dato che a suo dire la tendenza del pensatore a “spettacolarizzare” il ragionamento lo induce a trarre conclusioni assurde, insomma ad accogliere l’errore per vano esibizionismo. Ma il suo spunto può essere sviluppato positivamente e “corretto” in un altro senso.

Cambiando la parola showman nel più nobile termine “artista”, nonché supponendo che i paradossi zenoniani siano pensati per essere recitati oralmente di fronte a un pubblico, si può anche supporre che Zenone sia un pensatore che usa i suoi ragionamenti con il deliberato scopo di turbare i propri ascoltatori, inducendoli a ripensare il loro rapporto verso l’esperienza. La realtà non è quell’insieme di cose molteplici che cade sotto i sensi e riteniamo vero: è quella rivelata da Parmenide, ben più inusuale e straniante. In questo senso, Zenone sarebbe un attore che spinge il pubblico a passare dalla realtà illusoria a quella autentica, dunque non un vanitoso mattatore di spettacolo, bensì un uomo di teatro. Come il personaggio di Truman del film di Peter Weir The Truman Show (1998), egli vuole uscire da un mondo artificiale e convenzionale, per fare il suo ingresso in quello reale.

Nella sezione del poema che introduce il ragionamento sull’essere autentico, Parmenide rappresenta una dea che invita un giovane ascoltatore a non respingere i suoi argomenti, affidandosi alla vista che «non vede» perché mostra che le cose si muovono, all’udito che «rimbomba» di suoni che nascono e si sviluppano e muoiono, alla lingua che divide un ente come il “monte” in parti, ciascuna con un nome a parte (= cima, avvallamento, pendice, ecc.). Zenone va molto oltre la divinità e dimostra quello che ella intima perentoriamente di accettare. Recitando i propri ragionamenti, egli induce a sospettare dei sensi / del linguaggio ordinario e a percepire con la mente che il vero essere è immobile, immutabile, indivisibile. I suoi paradossi dunque accecano per far vedere, assordano per far ascoltare, ammutoliscono per educare alla pura espressione del reale.
Così facendo, forse Zenone conduce pure a una possibile pace dello spirito, che non viene più turbato dalle molte assurdità dell’esperienza e ferito dagli oggetti del mondo illusorio. Attraverso uno sforzo titanico della mente, infatti, avviene un autentico passaggio a una realtà innocua e confortevole. Dal rumore assordante si passa a un calmo silenzio, dallo zoppicare e l’incespicare e lo strisciare in uno spazio ostile a una quiete stabile, dal tempo caduco all’eternità.

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Secondo è l’argomento detto Achille. Questo sostiene che il più lento non sarà mai raggiunto nella sua corsa dal più veloce. Infatti è necessario che chi insegue giunga in precedenza là di dove si mosse chi fugge, di modo che necessariamente il più lento avrà sempre un qualche vantaggio (Aristotele, Fisica, libro VI, 239b = Zenone di Elea, fr. 29 A 26)

Zenone paralogizza. Se, dice, tutto è in quiete o si muove, e nulla si muove quando sia lungo uno spazio uguale a sé, dato che per tutto il tempo il mosso è nell’istante, la freccia che si muove è ferma (Aristotele, Fisica, libro VI, 239b = Zenone di Elea, fr. 29 A 27 DK)

Se esiste, è necessario che ciascuna cosa abbia una certa grandezza e spessore e che in essa una parte disti dall’altra. Lo stesso ragionamento vale anche della parte che sta innanzi: anche questa infatti avrà grandezza e avrà una parte che sta innanzi. Questo vale in un caso come in tutti i casi: nessuna infatti di tali parti sarà l’ultima e non è possibile che non ci sia una parte a precedere l’altra. Così, se sono molti, è necessario che essi siano piccoli e grandi: piccoli fino a non avere grandezza, grandi fino ad essere infiniti (Zenone di Elea, fr. 29 B 2 DK)

Ma tu allora non hai colto affatto la vera intenzione dell’opera, sebbene, come fanno i cani di Laconia, tu bene persegui e rintracci ciò che vien detto. Prima di tutto ti sfugge questo, che la mia opera per nulla affatto si dà tante arie da essere scritta con l’intenzione che tu dici ma dissimulandola alla gente per sembrare di fare qualcosa di grande. Quel che tu dici qualche volta capita, ma in realtà questo scritto è una difesa del ragionamento di Parmenide contro coloro che impresero a metterlo in ridicolo, dicendo che se l’essere è uno, le conseguenze a cui il ragionamento è costretto sono molte e ridicole e contrarie al ragionamento stesso. Dunque questo scritto si contrappone a coloro che affermano la molteplicità e rende loro la pariglia e ancor più, volendo mostrar questo, che l’ipotesi della molteplicità sbocca a conseguenze più ridicole che l’ipotesi dell’unità, quando le conseguenze siano tratte opportunamente (Platone, Parmenide, 128a-d = Zenone di Elea, fr. 29 A 12 DK)

Ma [Zenone] ha assai più dello showman. Il suo gusto teatrale emerge ovunque nella struttura [dei suoi ragionamenti] (Gregory Vlastos, A Zenonian Argument Against Plurality, in Gregory Vlastos, Studies in Greek Philosophy. Volume I: The Presocratics, edited by Daniel Graham, Princeton, Princeton University Press 1993, p. 239)

Perché non mai questo può venir imposto, che le cose che non sono siano: ma tu da questa via di ricerca allontana il pensiero. Ma tu da questa via di ricerca allontana il pensiero né l’abitudine nata dalle molteplici esperienze ti costringa lungo questa via, a usar l’occhio che non vede e l’udito che rimbomba di suoni illusori e la lingua, ma giudica col raziocinio la pugnace disamina che io ti espongo (Parmenide di Elea, fr. 28 B 7 DK)

[Le traduzioni dei paradossi di Zenone, della testimonianza del Parmenide di Platone e del frammento di Parmenide sono riprese dal sito: http://presocratics.daphnet.org/ . Tutti questi testi sono contenuti nei capitoli 28-29 di Hermann Diels, Walter Kranz (a cura di), Die Fragmente der Vorsokratiker, Berlin, Weidmann, 1956. Mia è invece la resa italiana dell’estratto da Gregory Vlastos]

Enrico Piergiacomi

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