Lei è Gesù. La catechesi di Quotidiana.com

Lei è Gesù di Quotidiana.com è il capitolo conclusivo di Tutto è bene quel che finisce presentato al Festival Primavera dei Teatri di Castrovillari 2016. Recensione

foto Angelo Maggio
foto Angelo Maggio

Una copia della Bibbia e un numero di Vogue. Questa l’immagine che lancia Lei è Gesù, capitolo conclusivo del trittico Tutto è bene quel che finisce, e che resta impressa alla fine dello spettacolo il cui debutto è stato presentato al Festival Primavera dei Teatri di Castrovillari 2016. Il nuovo lavoro di Quotidiana.com, al secolo Roberto Scappin e Paola Vannoni, calca i contorni di quello che ormai è divenuto un codice apprezzato e affermato, che sta valendo al duo una considerevole produttività.

Nel loro immaginario ci sono sempre e solo loro due. Sono loro, ma sono tutti. Parlano di sé ma parlano di tutti. Gli argomenti non vengono semplicemente affrontati, vengono circondati, avvicinati languidamente, lusingati e poi trattati dialetticamente con uno speciale siero che mescola ironia, cinismo, disincanto, surrealismo e una sorta di superiore tempra mistica, pacata eppure crudele, misurata ma letale.
Una tesi non manca mai nella ricerca dei due artisti e non tarda a essere dichiarata. In questo caso, per farla finita con una certa impostazione maschilista della società di stampo religioso, Lei è Gesù si interroga sull’opportunità che una donna possa essere giusta anche come Gesù Cristo.

estratto dal testo

Ma nel caso di Quotidiana.com – e per chi scrive questa è una nota di valore – non si può scorporare la riflessione sul messaggio lanciato da quella sulla forma. Nei tre puntuali contributi critici che aprono la pubblicazione dei testi della Trilogia dell’inesistente, Graziano Graziani definisce questo tipo di dialogo un «solipsismo a due voci», dunque un travestimento del dialogo stesso, un falso movimento linguistico: una sorta di pensiero interiore si manifesta a parole e infatti usa sempre una voce sussurrata, ovattata. La scena quasi vuota e una luce acida che bagna solo le due sedie e la lingua di tappeto nero che le ospita fungono così da camera ottica per un ascolto che non ammette distrazioni e al contempo ammette e accoglie una disposizione supina dell’attenzione, sempre a un passo dalla sonnolenza, al punto che qualche spettatore mette in discussione la sostenibilità dell’ora e mezza di durata.

Ma la chiave è proprio qui. Il piano visivo/uditivo e quello drammaturgico interagiscono millimetricamente nello stesso dispositivo, si incontrano a un passo dal concetto e se lo litigano: a volte la sapiente costruzione ritmica e strutturale (come ad esempio la divisione in dieci comandamenti) portano avanti il ragionamento, a volte la visione subacquea e il moto ondulato del parlato hanno la meglio e ne interrompono crudelmente la chiusura.
La novità di questo esperimento rispetto a quello precedente è l’attivazione, nei due corpi, di un sistema pantomimico che, ancora una volta, non fa linguaggio a sé. Le parole sono accompagnate da minute coreografie, piccoli almanacchi di gesti che si reiterano con sottili variazioni, da raccogliere in unisoni o da usare per mettere un punto all’immagine e andare a capo.

foto Angelo Maggio
foto Angelo Maggio

In questa forma contraddittoria di teatro minimale che ragiona sui massimi sistemi la coerenza abita su un piano strutturale. È lì che contenuto e forma si incontrano. Scrive acutamente Simone Nebbia nello stesso libro citato: «La drammaturgia è per tanto non una trasformazione del reale, ma una sorta di affiancamento misurato […] il loro teatro è linguistamente in sottrazione, ma nei contenuti non si pone limiti». Se ci si lascia galleggiare nella melassa di questo cabaret filosofico, ecco anche ritrovato l’asse tra la Bibbia e Vogue: una predica l’inferiorità della donna, l’altra la sua affermazione nella fulgida apparenza di una giacca da tailleur. Entrambe, quindi, realtà aberranti.
Nella Nazareth degli anni Zero, «Gesuina» non se ne sarebbe andata in giro da sola per il mondo a impartire lezioni, sarebbe rimasta a casa a lavorare all’uncinetto, avrebbe rinunciato forse a farsi crocifiggere per salvare il mondo, la storia della donna nella Storia sarebbe stata diversa. E forse anche quella dell’uomo, rimettendo in crisi tutto. Al punto che una teologa, tra gli spettatori , ha commentato: «Avete fatto catechesi».

Sergio Lo Gatto

Primavera dei Teatri, Castrovillari – giugno 2016

LEI È GESÙ

di e con Roberto Scappin e Paola Vannoni
produzione quotidiana.com, Armunia/Festival Inequilibrio
con il sostegno di Provincia di Rimini, Regione Emilia Romagna
in collaborazione con Istituzione Musica Teatro Eventi Comune di Rimini
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Sergio Lo Gatto è giornalista, critico teatrale, ricercatore e traduttore. Alla Sapienza. Università di Roma svolge un dottorato di ricerca tra teorie della critica e filosofie del digitale. Si occupa di arti performative su Teatro e Critica. Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), collabora con il settimanale Left, con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha partecipato a diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Ha partecipato al progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove cura la rivista online Conflict Zones Reviews. Tra le pubblicazioni, con Graziano Graziani ha curato il volume La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013), con Matteo Antonaci Iperscene 3, Editoria&Spettacolo 2017.
Comments
  • roberto 14 luglio 2016 at 22:17

    In fondo non facciamo altro che mettere il becco nelle realtà aberranti, galleggiamo negli sciroppi densi di impurità, attivando un dispositivo “illusorio”, un varietà che mira, testardamente, all’indagine critica. Alla fine facciamo catechesi, istruiamo oralmente, alimentiamo il dubbio, invitiamo alla comprensione, cercando di sgombrare l’irresolutezza.

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