Teatrosofia #38. Agatarchide contro la leggenda di Perseo, tra teatro e storia

Teatrosofia esplora il modo in cui i filosofi antichi guardavano al teatro. Agatarchide di Cnido confuta coloro che usano i miti della tradizione poetica o orale come fonti

In Teatrosofia, rubrica curata da Enrico Piergiacomi – dottore di ricerca in studi umanistici all’Università degli Studi di Trento – ci avventuriamo alla scoperta dei collegamenti tra filosofia antica e teatro. Ogni uscita presenta un tema specifico, attraversato da un ragionamento che collega la storia del pensiero al teatro moderno e contemporaneo.

Perseo con la testa di Medusa
Perseo con la testa di Medusa

La dottrina di Asclepiade – che come abbiamo visto individua nell’arte della grammatica una partizione storica e ammette che i racconti mitici possano essere usati come fonti per la ricostruzione del passato – non fu condivisa da molti dei suoi contemporanei. Tra costoro, va citato il filosofo peripatetico Agatarchide di Cnido, autore del trattato storico-geografico dal titolo Sul mare di Eritrea (= l’odierno mar Rosso), di cui ci sono rimasti solo alcuni estratti dal primo libro preservati dalla Biblioteca di Fozio e la quasi totalità del quinto.

L’autore si prende la responsabilità di confutare gli storici rivali che usano i miti della tradizione poetica o orale come fonti, partendo da un assunto forte. Il poeta per definizione non dice mai la verità, bensì scrive e fa recitare le gesta di dèi o eroi per procurare piacere agli altri. Finché questi racconti mitici vengono appunto usati con l’esclusivo intento di dilettare agli spettatori, essi possono essere divulgati e non meritano alcuna critica distruttiva. Ma nel momento in cui qualcuno li considera anche o soprattutto come delle fonti storiche, Agatarchide non si risparmia nella polemica e la considera anzi un dovere morale. L’unico esempio che i resti del primo libro del trattato del filosofo ci hanno preservato è l’attacco alla spiegazione dei nomi del mare di Eritrea e dei Persiani che abitano lungo le sue coste, fatta da alcuni storici argivi dell’origine. Essa si fonda sulla credibilità storica di una leggenda che vorrebbe che il luogo fu colonizzato molto tempo addietro da Perseo e lasciato in seguito in custodia a suo figlio Eritra.

Il modo in cui Agatarchide critica questa teoria si avvale di un richiamo al teatro. Il filosofo si oppone agli storici argivi dicendo che solo nella tragedia Perseo svolge una campagna militare, così come che è solo grazie al lavoro di un attore e del coro che i fatti contraddittori che si raccontano su di lui si ricompongono in un mito. La metafora è assai oscura, non si sa se per l’incuria dello stesso autore, o per una cattiva parafrasi di Fozio. Si può però provare a decifrarla, notando che, subito dopo, Agatarchide compie una lunga digressione su alcuni falsi miti della tradizione poetica che venivano messi frequentemente in scena ed annovera nel loro gruppo anche la leggenda di Perseo. Tale punto legittima forse a supporre che ciò che il filosofo vuole dire è che la credibilità di quest’ultima si regge solo grazie alla fantasia. Quando viene rappresentata a teatro, la leggenda di Perseo può sembrare persuasiva e capace di raccontare il passato, visto che l’abilità tecnica del coro tragico e degli attori la fanno sembrare verosimile, ossia come se fosse realmente accaduta. Tuttavia, non appena la si esamina da vicino e con i dati storici, geografici, etnografici alla mano, essa perde ogni valore razionale. Solo un pessimo storico che viene troppo influenzato dal piacere della poesia potrebbe in altre parole trovarla di per sé affidabile e convincente.

Se tale ipotesi è vera, ne discende una conseguenza di rilievo, circa la divisione dei saperi e delle loro rispettive metodologie. Storia e poesia sono due ambiti nettamente distinti di ricerca, che non ammettono alcuna commistione reciproca. Secondo Agatarchide, infatti, l’una compie una fredda e astratta disanima dei dati misurabili, l’altra scalda l’uditorio con favole ingannevoli ma piacevoli.

Enrico Piergiacomi

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Egli dice che assegnò a se stesso la responsabilità di confutare colui che si arroga la libertà dei creatori di miti nella chiara trattazione storica. Se uno non opera tale confutazione, nessun genere [di ricerca] risulterà di minore credibilità che la storia. [Scrive dunque]: «Perché allora non censuro Omero che descrive la lotta tra Zeus e Poseidone, alla quale nessuno può dare alcuna prova [storica]? Perché non accuso Esiodo di aver osato rivelare la nascita degli dèi? Perché non respingo Eschilo, che spesso mente e scrive molte cose che non possono essere concesse? Perché non disprezzo Euripide che attribuisce le gesta di Temeno ad Archelao e porta in scena Tiresia, che visse più di cinque generazioni? Perché infine non punisco tutti coloro che descrivono situazioni impossibili nei loro drammi? Non lo faccio perché ogni poeta tenta più di procurare piacere che di dire la verità» (Fozio, Biblioteca, Codice 250, p. 444b = Agatarchide, Sul mare di Eritrea, fr. 8)

La terza [spiegazione dell’origine del nome del mare di Eritrea] è la teoria argiva che, dice [Agatarchide], denota grande coraggio, ma è priva di dimostrazione. Infatti, quegli storici – che sono d’accordo con Dinia e si permettono la libertà poetica – dicono che, dopo essere giunto da Argo per liberare la figlia di Cefo in Etiopia (che allora si chiamava Cefenia), Perseo andò in Persia e diede ai Persiani il nome che adesso hanno, attraverso uno dei suoi discendenti. L’eroe inoltre generò un figlio di nome Eritra: ed è da tale persona che il mare ricevette il suo nome. Questa dunque è la fantasticheria argiva intorno al mare di Eritrea (Fozio, Biblioteca, Codice 250, p. 442a = Agatarchide, Sul mare di Eritrea, fr. 4)

Benché mostri la falsità della leggenda di Perseo ricorrendo a molti altri argomenti, egli [Agatarchide] aggiunge pure il seguente. Solo nella tragedia Perseo muove una campagna militare, con indosso una maschera e armato scimitarra. Quanto al resto, si deve ricorrere all’attore e al coro per sciogliere le contraddizioni [della leggenda] in un mito, secondo un procedimento condotto da molti. [Segue una lunghissima digressione, che elenca i miti della tradizione poetica rappresentati a teatro]. Dunque, essendo assai lontani dal vero, coloro che raccontano simili storie non dovrebbero essere giudicati degni di riferire il vero agli altri. Per molte di queste ragioni, Agatarchide respinge la derivazione del nome del mare di Eritrea dal figlio di Perseo, equiparando la leggenda di Perseo a questi miti (Fozio, Biblioteca, Codice 250, pp. 442b-444b = Agatarchide, Sul mare di Eritrea, fr. 7)

[I frammenti dei libri I e V del trattato Sul mare di Eritrea di Agatarchide sono raccolti in lingua inglese da Stanley M. Burstein (ed.), Agatharchides of Cnidus. On the Erythraean Sea, London, The Hakluyt Society, 1989. La traduzione italiana è mia] Gli articoli di Teatro e Critica, che sono frutto di un lavoro quotidiano di ricerca, scrittura e discussione approfondita, sono gratuiti da più di 10 anni anni.
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