Nove ore a Roma Termini. ‘La casa è social’, la performance marketing

Abbiamo passato nove ore davanti alla ‘casa social’ installata a Roma Termini dal 26 aprile al 4 maggio e definita come “una performance live pensata per dar vita a una rappresentazione reale di un fenomeno virtuale: i social network”.

Stazione Termini di Roma, Piazza dei Cinquecento
Stazione Termini di Roma, Piazza dei Cinquecento

Quando arrivo sotto l’enorme tettoia che sovrasta l’entrata principale della stazione sono le 23:00 di sabato, sta iniziando a piovere, un ragazzo e una ragazza hanno finito di mangiare e stanno pulendo con dello Scottex la loro cucina; un prefabbricato con le pareti a vetro, posizionato sullo spiazzo tra una delle porte d’entrata dello snodo romano e la ringhiera che guida una breve fila di stranieri alla marea dei taxi. Mi appoggio alla ringhiera anch’io, faccio cenno a due spagnoli che possono passare, e inizio a guardare.

Scoprirò poi online che i due ragazzi, che ora si stanno alternando per andare in bagno e mettersi a letto, sono due dei quattro vincitori di un casting per l’evento “Share your life, show your home”, persone giovani e piene di talento tra i 25 e 40 anni – di bell’aspetto ma, soprattutto, dotate di un particolare talento, di qualsiasi tipo (dalla cucina all’arte) – che vogliano vivere 24 ore su 24, per una settimana, in una casa prefabbricata di 26 mq dalle pareti di vetro allestita in pieno centro a Milano e a Roma. In quelle pareti si sviluppa la strategia di marketing di una community dedicata a servizi di vendita e affitti di immobili tra privati, Homepal, così che su tutti i social network l’hashtag si diffonda cavalcando l’onda del voyeurismo e degli eventi programmati durante la giornata per stimolare l’interesse del pubblico, i passanti, tra showcooking, flashmob, ospiti, lezioni di salsa, yoga, recitazione.

fonte Ansa
fonte Ansa

Alessandra e Lorenzo, così dice il cartello sulla casa, vivono lì dentro dal 26 aprile fino al 4 maggio. Io, intanto, resto a distanza appoggiato alla ringhiera, più che per comodità, mi rendo conto, per darmi una giustificazione: un posto dove stare e dal quale osservare; cosa sto facendo lì davanti? Su tutto il piazzale conto almeno una ventina di senza tetto che si sono già attrezzati tra cartoni e buste per passare la notte, continuo a sbirciare nella casa, tra il divano, dove il ragazzo è sdraiato con lo smartphone tra le mani, e la cucina. L’osservazione non può essere nascosta, filtrata, siamo faccia a faccia; da subito non so come giustificarla perché tra me e loro è ambiguo il patto spettatore/oggetto della visione: cosa è permesso osservare in quell’ordinario? Cosa è intimo e cosa performance pubblicitaria? Rispondo al loro invito all’intrusione, la mia attenzione, resa morbosa dal contesto, è percepita dai due giovani e quando incontro il loro sguardo abbasso il mio, anche se la ragazza – Alessandra – mi saluta, così come saluta il vigilante (c’è una macchina di un istituto di vigilanza parcheggiata proprio a fianco alla televisione e al divano letto, più tardi capirò il perché) con il quale si scambiano un cenno di intesa: la ragazza va verso la porta laterale della casa, la apre e iniziano a fumare una sigaretta. Decido così finalmente di avvicinarmi a lei e alla casa davanti alla quale passerò in tutto nove ore, tra la notte del 30 aprile e il lunedì mattina del 2 maggio.

foto Facebook Homepal
foto Facebook Homepal

Dopo essermi fatto spiegare sommariamente il progetto, chiedo ad Alessandra cosa l’abbia spinta a entrarci. «Io sono un’attrice, ho fatto un casting ma non avevo ancora capito bene di cosa si trattasse, l’ho capito dopo esser stata selezionata. Chiaramente quello che un’esperienza del genere ti può offrire è visibilità, e i soldi che con i miei lavori di adesso guadagnerei in molto più tempo (scoprirò poi che sono €1250 a concorrente per i nove giorni nella casa); ho già in mente come investire questo denaro, voglio produrre qualcosa».
Cosa ritrovi in questa situazione dell’esperienza recitativa e cosa stai sperimentando lì dentro?
«Qui più che a essere osservata sto imparando ad osservare; con la stazione che ci circonda sto scoprendo un mondo, rubo da tutto ciò che vedo e per me è molto utile per poter poi scrivere. Qui sono su un palco, perché sono osservata, ma allo stesso tempo faccio anche la mia vita ordinaria». A fianco a me il vigilante annuisce, sorride,  dietro di lui, a terra, due uomini dormono, uno nascosto sotto un ombrello nero.
Non pensi che sia una contraddizione mettere una casa del genere proprio qui sul piazzale della Stazione Termini?
«Sicuramente l’impatto è stato forte, a volte vengono a chiederci del cibo ma noi non possiamo darlo. È vero anche, però, che purtroppo ci sono molte persone “strane” che vivono a Termini, che non stanno qui solo perché non hanno cibo ma anche perché non stanno poi tanto bene con la testa».

30 aprile: la casa, i taxi, i senzatetto e il braccio meccanico
30 aprile: la casa, i taxi, i senzatetto e il braccio meccanico

Inizia ad essere tardi, Alessandra mi saluta e si mette a dormire, io mi appoggio di nuovo alla ringhiera a fianco a due tassisti abusivi che approcciano un ragazzo straniero con il quale si allontanano verso la strada; lì fuori, sul piazzale, continua a piovere, la stazione viene chiusa mentre i social ora tacciono e attorno alla casa fino alle tre del mattino la situazione è surreale. Il piazzale di Termini è un rifugio per poter dormire senza bagnarsi, un addetto alle pulizie passa a intervalli regolari con un mezzo dotato di idropulitrice, Alessandro, un uomo che conosco lì, mi si avvicina chiedendomi il meteo dell’indomani perché dovrà andare a lavorare, a smaltire degli oggetti. Lui si è solo appoggiato sul cartone per una notte, dice di essere di passaggio… Quando gli chiedo che ne pensa di quella casa in vetro, fa una faccia perplessa, mi dice che è strano averla montata proprio in mezzo a gente che dorme per strada, che poi sono tutte persone pulite, e che lui non lo farebbe, nemmeno per soldi. Col passare del tempo i vigilantes aumentano, un uomo con la tuta azzurra dopo aver “parlato” con tutti cede a terra sotto il peso dell’alcol; nessuno si preoccupa, dicono di conoscerlo. Mi raggiunge il collega di redazione, Sergio Lo Gatto, parliamo della preponderanza commerciale di un’esperienza del genere che ne vanifica ogni sguardo critico; prima di andarcene un paio di senza tetto ubriachi inveiscono contro nessuno staccando il nastro bianco e rosso attaccato a un braccio meccanico sopra il quale due operai stanno lavorando, costringendoli a scendere e a far intervenire due agenti: l’uomo, alto, scalzo, mi passa poi vicino ridendo, io indietreggio di nuovo attaccandomi alla ringhiera dei taxi, Alessandra credo senta qualcosa, perché dal letto alza il viso preoccupata, si guarda attorno, poi lo riabbassa. Gli operai rialzano il braccio meccanico e continuano a stendere sulle pareti dell’entrata della stazione l’ultima parte del volto di Raoul Bova con la data della partita del cuore tra nazionale attori e nazionale cantati. Accompagno Sergio a casa e vado a dormire, le pareti della mia stanza sono color petrolio, sui social non c’è traccia di quella nottata.

2 maggio, operazioni di pulizia
30 aprile, operazioni di pulizia

Il lunedì dopo il primo maggio alle 5:30 ritorno a Piazza dei Cinquecento con la prima corsa della metropolitana. Le luci della notte sono ancora accese, nella casa i due ragazzi dormono. Allora mi avvicino ad un senza tetto di origini russe, gli chiedo chi ci sia in quella casa, mi risponde «Sono attori di cinema. Fanno da mangiare, hanno il bagno. Mai uscire per nove giorni». Guardo sul mio smartphone le foto e i video del primo maggio nella casa social, con ospite una youtuber e come topic il #foodporn. Le foto sono simili a quelle delle bacheche social di mezzo mondo. I tassisti intanto fanno capannella, scherzano, si sfottono in attesa dei primi treni, qualcuno chiede se è vero che ci sia una ragazza nuova nella casa e se stanno ancora dormendo. Alle 6:30 nella casa non si muove nulla, fuori le luci si spengono, è mattino, e mentre due ragazze del sud, giovanissime reduci del concerto del primo maggio, mi avvicinano chiedendo un euro per comprare il biglietto per tornare a casa, alle 7:00 la stazione è ormai piena. Alle 7:15 la rappresentazione della realtà veicolata dal marketing riprende vita, Lorenzo infatti si sveglia e nel letto si fa il primo selfie della giornata – il primo hashtag – dopo aver controllato la chat. Più tardi, sulla porta, mi dirà che quella è un’esperienza che ti può insegnare molto o che ti può affossare, dipende da come la vivi, e che si è sentito in colpa quando un barbone gli ha chiesto del cibo, ma ha poi pensato che tutti viviamo a Roma e tutti possiamo vedere. Mentre i ragazzi fanno colazione la musica esce da due casse fuori dalla casa, i passanti osservano, incuriositi, qualcuno si ferma a leggere le scritte sui vetri, chiede informazioni. Forse l’unica cosa che resterà impressa è l’hashtag e il nome della community associato al nome dei due ragazzi; forse noi, loro, siamo solo un immenso scambio di prodotti rinchiusi in un’enorme scatola di vetro. Privati di strumenti critici, di un approccio alla visione di ciò che ci sta accadendo, inginocchiati dalla riverenza verso la visibilità a tutti i costi, tanto che la definizione sintetica che più gira attorno alla casa è “Grande Fratello”. Alessandra dietro il vetro sorride a tutti, tutti le sorridono. Anch’io. Alle 9:30 i senzatetto sono in giro per la stazione, prendo la metro verso Lepanto, di lì a poco nella casa inizierà la lezione di tango e di nuovo selfie e hashtag e il product placement, poi, per tutti, arriverà il 5 maggio.

Human Time is a city / where each inhabitant has / a political duty / nobody else can perform, / made cogent by Her Motto: / Listen, Mortals, Lest Ye Die.*

(W.H. Auden – Aubade)

*Il Tempo degli Umani è una città / in cui ogni abitante / ha un compito politico / che nessun altro è in grado di eseguire, / reso più convincente dal Suo Motto: / Ascoltate, Mortali, o Morirete!

Luca Lòtano

Stazione Termini, Roma – 30 aprile e 2 maggio 2016

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