Michieletto. L’opera da tre soldi dietro le sbarre

Damiano Michieletto firma la regia dell’Opera da tre soldi in scena al Piccolo Teatro di Milano fino all’11 giugno. Recensione

Foto Masiar Pasquiali
Foto Masiar Pasquiali

C’è un’intera cortina dorata, sfavillante, che cadendo giù dall’arlecchino verso il proscenio inonda gli occhi, promette fasti e ricchezza di sfumature, illuminata ancora prima che platea e galleria diventino stracolme. Siamo a metà della lunghissima tenitura dell’Opera da tre soldi diretta da Damiano Michieletto al Piccolo Teatro di Milano, due mesi di anomalia se non tenessimo conto dell’eccezionalità del luogo, avendo da poco acquisita l’eccezionale autonomia dalle nuove direttive del FUS.

La platea diventerà stracolma, riconosceremo anche voci straniere ma noi, ancora immersi nella contemplazione di quel luccichio, lasciamo correre un sopito desiderio verso lo spettacolo che ha segnato la storia del teatro e di questo Teatro. Correva l’anno 1956, lo stesso anno dei due compagni di visione che mi siedono accanto, quando Giorgio Strehler fece scoprire a Milano e all’Italia Bertolt Brecht e portandolo alle prove (alle quali assistette godendo allegramente, dicono le cronache del tempo) segnò l’inizio di un fertile sodalizio tra il teatro e l’artista. Uno dei due compagni mi racconta di averne visto nel 1973 la ripresa in cui troneggiava la voce profonda di Milva e la potenza di Modugno, la ricorda con una passione che è tutta dello spettatore occasionale, trascinato a teatro dall’insegnante di storia e filosofia alla quale deve l’incontro con un teatro capace di smuovere e (nonostante tutto) commuovere.

Foto Masiar Pasquali
Foto Masiar Pasquali

Ritorniamo a quell’oro, oro che in realtà è carta lucente, ché «se mostri a qualcuno la tua reale condizione, nessuno ci crederà». La ricchezza è quella ostentata dal completo d’affari, da chi è in grado di muovere il mondo, fare commercio delle compassioni altrui per trarne profitto. «L’uomo ha quest’abitudine: se si lascia commuovere non durerà molto». Questo diceva uno dei protagonisti dell’Opera, Peachum, condensando, con un trancio netto, quella che era una delle cariche innovative del portato artistico e formativo brechtiano. E forse è anche questo uno degli scogli maggiori con i quali si devono scontrare quanti decidono di confrontarsi con le sue opere: mediare tra le rivoluzionarie istanze del teatro didattico e la carica performativa che pure emerge con forza. Michieletto, da regista lirico (e si nota la pratica scenica abituata a muovere grandi numeri) e nuova punta di diamante del Piccolo che ne firma la produzione, ha la capacità ma certo anche una grossa responsabilità nel riproporre dopo 60 anni l’Opera da tre soldi, la cui direzione delle magnifiche musiche di Kurt Weill è affidata a Giuseppe Grazioli. Se anche l’Opera non è accostabile al genere, vedrete un lavoro imponente dal punto di vista scenografico (di Paolo Fantin), che cala la Londra dei primi ‘900 (questo era il contesto originale) in una prigione del presente, sbarre tutto intorno al palco tra il carcere e una perenne, ingombrante aula di tribunale. Importante anche l’adattamento dei songs in versione orchestrale (musicata dal vivo dall’Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi), con un comparto di fiati, percussioni, pianoforte e bandoneon. I passaggi dal parlato al cantato al parlar-cantando sono fluidi anche rispetto ai molti momenti corali e coreutici. A rimanere un po’ sotto le aspettative sono invece alcuni attori, che, fatte le dovute eccezioni, rischiano nel portato canoro di perdere di brillantezza. Sicuramente tra questi non annoveriamo Jhonatan Jeremiah Peachum, un Peppe Servillo mirabile nella sua spietata cattiveria mascherata dal buon imprenditore. Il suo è un vibrato insinuante, anziano, non ci sono sbavature; all’opposto diremmo della carica di Rossy De Palma che dà forma compiuta all’amante abbandonata e vendicativa Jenny delle Spelonche. Ci dimentichiamo fortunatamente dello spettro della Rossa: lei ha una parrucca turchina, il suo accento iberico si mescola alle note della Ballata mentre a sipario dorato chiuso intona il suo canto disperato e lontano, e una selva di mani la circonda, in una scena carica di un espressionismo altrove non raggiunto. Brecht giocava con il suo interlocutore, lo stuzzicava al punto da farlo parteggiare per l’imbroglione ladro fedifrago amante delle donne. Il nostro Mackie Messer è nel ruolo, non si stanca Marco Foschi, la sua è un’interpretazione giusta, eppure non sfonda, la sua ambiguità e il suo fascino non riescono a farci cadere sufficientemente in trappola, rimaniamo distanti.

Foto Masiar Pasquali
Foto Masiar Pasquali

La carica eversiva che acquisiva quello spettacolo del dopoguerra o dopo nei Settanta, con in mezzo il ‘68, altre guerre, rivoluzioni, tirate più o meno direttamente in causa sulla scena, probabilmente qui arriva un po’ sottotono: il bordello di Jenny ha i fasti dei festini di Arcore, si punta il dito contro le grandi imprese che inglobano i piccoli artigiani (ma Piazza Gae Aulenti non c’entra), i completi dei mendicanti lasciano poi lo spazio per un riferimento ai migranti, dietro le sbarre o dispersi in acqua, arrancanti e appesi i loro giubbotti salvagente ad un filo troppo sottile. Eppure non ci sconvolgiamo, rimaniamo composti in poltrona, semmai canticchiando qualche motivo riconosciuto e amato. Ci aveva accolto Mackie Messer impiccato sul palco all’inizio dello spettacolo, con uno spostamento in avanti rispetto al testo, e quel sogno sembrava farci presagire il dramma dietro la goliardia, insinuando lo stesso riso dianoetico, sghembo, disturbato, senso di nausea mista a volontà propositiva che ricorda chi mi siede accanto. Nella ripresa finale l’esecuzione viene interrotta, finisce tutto bene perché in fondo siamo tutti complici. Forse dovrebbe esser questa la nostra presa di coscienza, siamo troppo accoglienti. Arriva il buffetto, non il pugno allo stomaco, abituati a trovare la mediazione, lasciando, dietro quella illusoria tenda dorata, i morti nell’acqua e il mascalzone nel letto.

Viviana Raciti

Visto al Piccolo Teatro Strehler
dal 19 aprile al 11 giugno 2016
L’OPERA DA TRE SOLDI
DIE DREIGROSCHENOPER
di Bertolt Brecht
regia Damiano Michieletto
musiche Kurt Weill
direttore d’orchestra Giuseppe Grazioli
traduzione Roberto Menin
traduzione delle canzoni Damiano Michieletto
Edizione del testo: Suhrkamp Verlag, Berlino
Edizione musicale: Universal Edition, Wien /rappresentante per l’Italia Casa Ricordi, Milano
Scene Paolo Fantin
Costumi Carla Teti
Luci Alessandro Carletti
Movimenti coreografici Chiara Vecchi

personaggi e interpreti
Un cantastorie Giandomenico Cupaiuolo
Mackie Messer Marco Foschi
Jonathan Jeremiah Peachum Peppe Servillo
Celia Peachum Margherita Di Rauso
Polly Peachum Maria Roveran
Jackie “Tiger” Brown Sergio Leone
Lucy Stella Piccioni
Jenny delle spelonche Rossy De Palma
Mathias Pasquale Di Filippo
Jakob Claudio Sportelli
Jimmy Martin Chishimba
Ede Jacopo Crovella
Robert Daniele Molino
Walter Matthieu Pastore
Reverendo Kimball Luca Criscuoli
Molly Sara Zoia
Vixen Lucia Marinsalta
Betty Sandya Nagaraya
Dolly Giulia Vecchio
Filch/Smith, carceriere Lorenzo Demaria

con l’Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi
produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

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Viviana Raciti, siciliana d’origine, dopo gli studi classici si trasferisce a Roma, dove si avvicina al mondo dell’arte attoriale e all’animazione teatrale, per poi preferire la strada della critica. Nel 2015 consegue la laurea magistrale presso l’Università La Sapienza in ‘Saperi e Tecniche dello spettacolo teatrale’ con una tesi dal titolo La produzione drammaturgica di Franco Scaldati. Ordinamento, schedatura e analisi, mettendo per la prima volta in luce l’effettiva entità del corpus di opere dell’autore palermitano. Sempre sulla figura di Scaldati ottiene la borsa di dottorato presso l’Università di Tor Vergata. Dal 2012 è redattrice presso la testata online «Teatro e Critica» scrivendo di teatro, danza e teatro ragazzi, mentre dal 2015 fa parte della redazione della testata culturale «Move in Sicily».