Gabriele Linari sul confine delle nuove generazioni

Al Teatro Vascello gli allievi di MaTeMù/CIES Centro di Aggregazione Giovanile portano in scena …E ora passiamo ad altro. Ne abbiamo parlato con il regista Gabriele Linari. Intervista

foto ufficio stampa
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Confrontarsi artisticamente oggi con la migrazione significa rischiare di sprofondare improvvisamente nel terreno della retorica come auto in sosta sul Lungarno. Necessario è conoscere ma, chissà, non più abusarne: continuare il cliché della condanna non si discosta molto da un enorme lavacro per coscienze. La sovraesposizione a immagini di barconi che si rovesciano non va molto oltre l’audience e l’assuefazione del consumatore; tanto che un giorno, dopo averla vista pubblicata da tutti i telegiornali, arriviamo a condividere su un social network di “vivi” la foto di Aylan, un bambino morto su una spiaggia. Anche Gabriele Linari l’ha vista, e ne parla dal palcoscenico del Teatro Vascello prima dello spettacolo …E ora passiamo ad altro, presentato con MaTeMù, il Centro di Aggregazione Giovanile del CIES del quartiere Esquilino di Roma, cuore multietnico del centro storico. L’ha vista e ha pensato due cose: cosa succederebbe se un gruppo di morti che non riescono a passare nell’aldilà arrivasse in città e fosse sfruttato mediaticamente dalla «TV del dolore»? Idea che, sviluppata poeticamente, funziona egregiamente nello spettacolo affrontando in maniera ironica una provocazione amara. E l’altra, che il teatro in spazi “sociali” dovrebbe avere ben chiara: se vogliamo parlare di multiculturalità e di una nuova società meticcia, è ora di parlare non più di cliché, di viaggi, di tragedia, ma di uomini che vivono, di seconde generazioni, è ora di parlare di altro. Perché, come dice in scena uno dei giovani “morti”, «il dolore è una forma di ozio», e l’energia in scena e il talento dei ragazzi del MaTeMù dimostra che loro, e noi, non abbiamo più tempo da perdere.

Com’è nata l’esperienza al CIES Centro di Aggregazione Giovanile MaTeMù e come si è evoluta ad oggi?

Il centro, già concentrato ad alti livelli sulla formazione musicale, voleva inserire un’attività teatrale e convogliare così tutte le esperienze formative di MaTeMù in uno spettacolo. Siamo già arrivati al quarto, lentamente abbiamo cercato di allontanarci dalla migrazione, dal viaggio in mare, per arrivare a problemi che riguardino la società che noi viviamo con questi ragazzi. Il primo si intitolava Altrove ed era un mix di testi miei con parti delle Città invisibili di Italo Calvino, una performance che parlava di un posto dove poter arrivare; poi Nella tempesta, una rivisitazione de La Tempesta di Shakespeare, e lo scorso anno un mio testo Ecco dove ispirato a tre romanzi di John Steinbeck Furore, Uomini e topi e Pian della Tortilla. Quest’anno il passo ulteriore con …E ora passiamo ad altro, il titolo la dice lunga. Il CIES si occupa molto di migranti sia appena arrivati che di seconda generazione quindi figli di migranti insieme a ragazzi romani, e quest’anno abbiamo cercato di non raccontare ancora la loro esperienza solo perché migranti ma di viaggiare più in alto, lavorando proprio sul teatro.

foto ufficio stampa
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Com’è avvenuta la scrittura dello spettacolo e quali linguaggi ti hanno aiutato nella creazione?

Ho lavorato molto sulla parola perché ho scelto un soggetto che era appunto l’arrivo di questi mostri che non riuscivano a stare nell’aldilà; è una narrazione regolare con i ragazzi che interpretano ognuno il proprio personaggio prendendoselo in carico in un percorso, in una verticale classica con un inizio e una fine. In una convergenza su più fronti, i laboratori musicali del centro si sono occupati della scrittura delle musiche e dei rap mentre Elisa Ciprianetti, la coreografa, ha preparato i ragazzi alle coreografie hip hop. Abbiamo utilizzato anche dei contributi video in cui hanno collaborato altri artisti tra cui Daniele Parisi e due giornalisti. Il valore aggiunto: far lavorare tutti in una direzione verso l’alto, questa è la carica maggiore e il migliore mandato che si può dare ai ragazzi cioè quello di farli trovare in una situazione piacevole ma assolutamente professionale come impianto.

Il MaTeMù/CIES lavora in uno spazio concesso dal I Municipio Roma Centro Storico e gode di finanziamenti privati; sembra un esempio virtuoso di aggregazione. Si respira quest’aria nel centro?

Assolutamente si, l’aria che si respira è davvero di integrazione e aggregazione. ll centro è particolarmente organizzato perché oltre a offrire una parte ricreativa importante da spazio anche a lezioni di italiano per stranieri e poi ha questa sezione artistico formativa che è tutta a titolo completamente gratuito, aiutando anche ragazzi che non hanno possibilità economiche, sociali o culturali per accedere a qualcosa – spettacolo, cultura, musica – che li aiuti a vivere meglio.

Cosa ci chiedono le nuove generazioni e come il teatro può rispondere alla loro domanda?

Le nuove generazioni ci chiedono fiducia; come da sempre su loro cade la sfiducia e il dubbio, le perplessità, ma io penso sempre che la responsabilità sia nelle generazioni precedenti; da quarantenne mi ritrovo in una situazione di mezzo nella quale chi ci ha preceduto ha distrutto il paese e adesso per noi non c’è più spazio. Per le nuove generazioni forse si creeranno delle nuove situazioni, sicuramente sono pieni di energia e a loro dobbiamo più che chiedere, dare qualcosa.

Secondo te tra quanto tempo si creeranno le condizioni per vedere un teatro delle nuove generazioni, quindi multiculturale, direttamente fatto da loro e non ancora mediato da noi?

Il passo potrebbe essere breve, se non fosse che loro rischiano di avere le nostre stesse difficoltà, cioè teatri a pagamento, spazi piccoli o semisconosciuti e la chiusura delle cerchie che è secondo me uno dei cancri peggiori del teatro spesso anche di quello indipendente, ossia il fatto di riuscire ad entrare in un “circuito di benevolenza”, non di apprezzamento del lavoro, ma come possibilità di avere uno spazio, una riconoscibilità. Io spero che riescano a farlo: a loro va dato semplicemente un po’ di spazio in più. Le sfide sono quelle che troviamo noi ma è probabile che loro presto avranno la forza per organizzarsi per conto proprio, e allora saremo “fottuti” noi, però sarà bello, e allora sì, li andremo a vedere.

Passare ad altro può voler dire, giornalisticamente, accantonare. A livello umano, invece, non cavalcare più la giostra mediatica ma costruire una nuova coscienza sociale. I ragazzi del MaTeMù sono al Teatro Vascello a parlarci di altro, di teatro. Possiamo spegnere la televisione del dolore e andare a vedere chi sono. Chi siamo.

Luca Lòtano

Teatro Vascello, Roma – 26 e 27 maggio 2016

…E ORA PASSIAMO AD ALTRO
Scritto e diretto da Gabriele Linari
Musiche originali e preparazione musicisti: Andrea Pantaleone, Cristiano
Urbani, Carlo Conti, Monique Yuma
Supporto tecnico, produzione e preparazione rapper: Gianluca Panaccione
Insegnante canto: Silvia Gollini
Coreografie: Elisa *Saiko* Ciprianetti
Assistente alle coreografie: Jorge Gomes Do Nascimento
Video e riprese: Alessandro Bernardini
Aiuto regia: Paolo Crisi, Adriano Rossi

Con: Barbara Aruffo, Claudio Averoff, Silvia Aurora Barbati, Valerio Benedetti, Gabriele Bermello Godoy, Fatou Bocoum, Bryan Sebastian Calero Guaman, Edoardo Carraro, Elisa Casentini, Lorenzo Cecchini, Luc Chatenier, Daniel Ciotti, Claudio Bruno Collantes, Alessandro Conona, Sofia Angela D’Elia, Alice Di Paolo, Tiziano Di Paolo, Jorge Gomes Do Nascimento, David Bertran Elessa, Janet Ferramo, Jaclin Gallo, Alexandru Gindea, Stefano Giuliani, Giulia Leonardi, Janette Isabel Mecchia, Ailen Mecchia, Joel Peñaherrera Vargas, Carlotta Petruccioli, Caterina Pietrosanti, Sofia Pitaccio, Shady Ramadan, Brenda Solange Recalde Zapata, Dalia Rezzazadeh Kermani, Fatima Sokhna, Indira Stricelli, Stephan Tudoroy, Valentina Valeri, Giuseppe Venturino, Monique Yuma, Alessandro Ziccardi

Produzione CIES: coordinamento generale, assistenza alla regia, assistenza di palco e attività laboratoriali realizzati dagli educatori di *MaTeMù* e dallo staff del CIES.

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