L’Europa cerca La parola padre

La parola padre, di Gabriele Vacis e prodotto da Cantieri Teatrali Koreja, in scena al Piccolo Teatro Eliseo. Recensione

 

foto http://www.teatrokoreja.it/
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Erano anni che non vedevo a Roma una produzione dei Cantieri Teatrali Koreja, l’ultima volta accadde al Teatro Palladium, quando Romaeuropa ne gestiva la stagione, era il 2013. In quell’occasione la compagnia diretta da Salvatore Tramacere portava sul palco della Garbatella una storia di mafia, scritta da Giancarlo De Cataldo, Acido fenico, accompagnata dalle canzoni live dei Sud Sound System. Era una specie di teatro ibrido tra il musical e la narrazione civile, felicemente spiazzante. Quello che invece è in scena in questi giorni al ridotto del Teatro Eliseo è un lavoro con un segno molto distante. La drammaturgia e la regia di Gabriele Vacis intrecciano le storie di sei giovani donne: tre italiane, una macedone, una polacca e una bulgara, molto diverse per fisicità, apporto emotivo e impronta vocale. Koreja le ha incontrate in giro per l’Europa e ha saldato i fili sparsi delle loro vite in una pièce che non vorrebbe avere nulla di finzionale – le protagoniste altro non raccontano se non loro stesse. E qui stanno i pregi e i difetti dell’opera.

foto http://www.teatrokoreja.it/
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Ciò che rende il disegno complessivo interessante è questa sorta di dialogo tra l’Italia e la nuova Europa, quella dell’Est, narrato attraverso memorie e immaginari fortemente marcati da aspetti generazionali. Il palco di via Nazionale si svuota e si riempie con i ritmi della memoria, gli aneddoti si intrecciano con i grandi passaggi storici e la scenografia è di volta in volta costruita e decostruita dalle attrici attraverso l’uso di decine di bottiglioni di plastica per l’acqua, di quelli che si trovano in molti uffici, che poi scopriremo essere anche elementi narrativi di uno dei racconti. Illuminati a seconda dei movimenti del disegno luci si lasciano attraversare dallo sguardo oppure diventano muro impenetrabile; vengono spostati con foga o sistemati con accortezza, fungono da passerella su cui tenere una vita in equilibrio oppure rappresentano il terreno che frana sotto il peso di piccoli e grandi terremoti quotidiani, di fallimenti, insicurezze, violenze subite e amori perduti per egoismo familiare. Da una parte il Sud, la sua bellezza, la carnalità e la terra, le origini, le tradizioni e gli esempi familiari da seguire, dall’altra una serie di padri simbolici già uccisi dalla Storia. In questo senso lo spettacolo, prodotto da Cantieri Teatrali Koreja nell’ambito del Programma di Cooperazione Transfrontaliero IPA Adriatico, attraverso il Teatro Pubblico Pugliese, funziona proprio negli accostamenti, nei cortocircuiti, nei momenti più disincantati e razionali: le performer cominciano proprio come inizierebbero a conoscersi delle giovani di nazionalità diverse, curiosando nelle assonanze delle proprie lingue.

foto http://www.teatrokoreja.it/
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Ola – Come si dice tata in Italiano?
Alessandra – Papà in italiano si dice papà
Ola – Papà
Alessandra – A volte babbo
Simona – in macedone tato
Irina – in bulgaro tatko
Anna Chiara – in dialect, in dialetto pugliese tata, like in polish, come in polacco
Maria Rosaria – in dialetto pugliese antico… se no si usa papà, mio padre chiamava suo padre, mio nonno, tata….
[…] Irina – In Bulgaria tatko è papà, mentre padre si dice basshta.
Vi ricordate l’ex Presidente bulgaro? Todor Zivkov? È un presidente comunista.
[…] Tutti i bulgari chiamavano Todor Zivkov papà

foto http://www.teatrokoreja.it/
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I problemi arrivano sul piano formale quando lo spettatore comincia ad abituarsi ai ritmi e al linguaggio. È vero che il lavoro di Vacis è molto complesso perché lo spettacolo, per non essere una semplice sequenza di sketch, ha bisogno di una partitura fisica autonoma rispetto al testo verbale, ma quella adottata diventa velocemente leggibile e la composizione non è molto dissimile da quell’approccio fisico un po’ punk tipico di alcuni giovani gruppi di qualche anno fa. Manca in questo senso un salto di qualità estetico e probabilmente il lavoro sulle attrici ne risente nutrendosi di un’esagerata necessità di pathos di cui non si avverte il bisogno. Questo problema emerge nei momenti in cui le protagoniste si aprono ai racconti più intimi. Le lacrime tra le attrici, i sorrisi che ognuna rivolge alle altre come a dire: “Dai, è tutto finito, rimettiti in piedi”. Insomma un mare di pianti che rischia di compromettere quella leggerezza presente in gran parte della performance.

Andrea Pocosgnich

Al Piccolo Eliseo fino al 10 aprile 2016

Koreja – Centro di Produzione Teatrale (Lecce) / Progetto ARCHEO.S
LA PAROLA PADRE
OJCIEC ТАТКО БАЩА
drammaturgia e regia Gabriele Vacis
scenofonia e allestimento Roberto Tarasco
coordinamento artistico Salvatore Tramacere
con Irina Andreeva (Bulgaria), Alessandra Crocco (Italia), Aleksandra Gronowska (Polonia), Anna Chiara Ingrosso (Italia), Maria Rosaria Ponzetta (Italia), Simona Spirovska (Macedonia).
assistente alla regia Carlo Durante
training Barbara Bonriposi
tecnici Mario Daniele, Alessandro Cardinale
organizzazione e tournée Laura Scorrano

Spettacolo prodotto da Koreja nell’ambito del Progetto Archeo.S., finanziato dal Programma di Cooperazione Transfrontaliero IPA Adriatico.
Lead Beneficiary Teatro Pubblico Pugliese.

Premio Best Actress Apollon 2012 XI International Theatre Festival Apollon di Fier, Albania
Premio “Adelaide Ristori” (Mittelfest 2014) migliore attrice a tutte le interpreti

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