China Doll. David Mamet e il potere del potere

Al Teatro Eliseo va in scena China Doll, omaggio all’ultima creazione del drammaturgo americano. Recensione

imagePer ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. Su questa legge presa in prestito dalla fisica si regge la storia del potere, il cui esercizio dispone del destino di altri individui e posiziona conseguenze lungo un tracciato di spericolate virtù. Su tale struttura regge questo nuovissimo testo di David Mamet, China Doll – Sotto scacco, scritto per Al Pacino e fresco di debutto a Broadway, portato sul palcoscenico italiano del Teatro Eliseo di Roma in prima nazionale da Alessandro D’Alatri, nell’ambito dell’omaggio allo scrittore lungo l’intera stagione, con Eros Pagni a vestire l’abito del grande attore hollywoodiano.

Siamo in un ufficio di un rispettato, temuto, uomo d’affari, nel cuore di New York. Americano, nel cuore dell’America. Eppure quella nazione federale che gli ha permesso di costruire un impero finanziario e politico ora vuole indietro la sua pelle, sta cercando – per mano dell’avversario politico figlio del fidato ex governatore e ora governatore a sua volta – di usare come pretesto una vicenda dubbia di presunta evasione fiscale, l’acquisto di un aereo in Svizzera non ancora denunciato negli Stati Uniti, perché si faccia esemplare dimostrazione di rinnovata rettitudine, per una parte elettorale che teme il calo del proprio dominio ed evidentemente ha bisogno di far clamore per prendere voti. Mickey Ross (Eros Pagni) è seduto alla sua scrivania, si alza ma sembra non alzarsi mai. Dirige i suoi affari da lì, dialoga al telefono con la giovane fidanzata costretta a scendere dal suo aereo privato e tenuta in arresto in Canada, con la direzione della società costruttrice dell’aereo che ha fatto un errore dal prezzo di cinque milioni di dollari, con il capo della polizia vecchio amico e sodale ma ora passato nella squadra avversaria, con il proprio avvocato: con tutto il mondo e tutte le sfere del potere che a sé riferisce; anche quando si alza e si trasferisce sul divano di pelle, o quando poggia sul dorso della scrivania in piedi, anche quando va a farsi uno scotch whisky con ghiaccio all’angolo drink, anche allora sembra seduto alla scrivania. Perché non perde mai centralità, non perde mai consapevolezza della propria potenza e anche in silenzio la manifesta, di fianco all’assistente Carson (Roberto Caccioppoli), remissivo e adulante per convinzione, sinceramente attratto da questa figura esemplare, monumento vivente al mondo cui aspira.

foto Bepi Caroli
foto Bepi Caroli

Ma Ross è vecchio, questo trambusto che dapprima gestisce con il piglio di un giocatore avvezzo a certi tentativi di destabilizzazione, che ne ha fatte e subite tante in anni di carriera, pian piano che passa il tempo – il giorno, la notte e il giorno successivo – inizia a mostrare segni di cedimento, inizia cioè a non avere più desiderio di combattere questa inutile battaglia, «è solo un gioco» dirà al capo della polizia, che lui non vuole più giocare, che ha già smesso di giocare per sognare una vecchiaia lontano da tutti, con la giovane fidanzata in un’isola deserta. Non sarà così, non può, essere così. Perché il potere è incatenato agli uomini che lo esercitano, milioni e miliardi sono una ricchezza immaginaria che pone concrete conseguenze in un’esistenza, della quale non si può disporre secondo volontà. C’è il sistema, che deve procedere. Anche essere incriminati in qualità di capro espiatorio è attività perfettamente in linea con la la dinamica azione/reazione in cui resta impigliato ogni potente, vincolato al groviglio arido e polveroso cui ha ceduto nel momento in cui ha scelto di essere, egli stesso, potere.

Il testo di Mamet (ben tradotto da Luca Barbareschi), cui la regia di D’Alatri lascia totale ampiezza di espressione, è denso e battente; Pagni, un attore solido che meriterebbe riconoscimenti più alti di quelli ricevuti in carriera, vince la sfida difficile non di pareggiare Al Pacino, che sarebbe assurdo solo da pensare, ma di rendere autentico un personaggio manierato che avrebbe rischiato di scimmiottare tanto cinema di Hollywood (come ben individuato da Marcantonio Lucidi). Questo è quel che c’è, stupisce che in una situazione così tesa e incline a uno sforzo di credibilità, verso la fine si cada proprio nella maniera e quell’autenticità vada perdendosi, svelando passaggi farraginosi alla volta di una soluzione con diversi buchi drammaturgici, che solo la saldezza di un attore come Pagni è in grado di sostenere.

Al Pacino in China Doll
Al Pacino in China Doll

Infine, l’America. L’intreccio di interessi tra politica finanza e giustizia sembra lanciare Mamet verso una critica feroce alla società statunitense, oggi più che mai vessata dalla crescita di popolarità di un magnate parolaio, impreparato e pericoloso come Donald Trump che sta scalando la vetta della Casa Bianca. È compito, dovere dei grandi intellettuali, almeno in paesi diversi dal nostro, indicare il punto di una ferita di cui nessuno sembra ancora avvertire il dolore. Carson che vuole imparare chiederà cosa si diceva agli elettori, nelle fiorenti campagne del passato; Ross risponderà: «Cantavamo! Canti selvaggi, per indurli all’incoscienza. Anche detta coscienza politica». E allora musica, maestro!

Simone Nebbia

Teatro Eliseo, Roma – aprile 2016

CHINA DOLL
di David Mamet
con Eros Pagni e Roberto Caccioppoli
regia Alessandro D’Alatri
musiche originali Riccardo Eberspacher
aiuto regia Lorenzo D’Amico
scene Matteo Soltanto
costumi Anna Coluccia
luci Umile Vainieri
produzione La nuova produzione del Teatro Stabile D’Abruzzo in coproduzione con Casanova Teatro

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