Teatrosofia #35. L’attore matrioska. Sulla “quadruplice natura” di Panezio

Teatrosofia esplora il modo in cui i filosofi antichi guardavano al teatro. Quali e quanti siamo? La molteplice natura umana discussa con Panezio.

In Teatrosofia, rubrica curata da Enrico Piergiacomi – dottorando di ricerca in filosofia antica all’Università degli Studi di Trento – ci avventuriamo alla scoperta dei collegamenti tra filosofia antica e teatro. Ogni uscita presenta un tema specifico, attraversato da un ragionamento che collega la storia del pensiero al teatro moderno e contemporaneo.

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«Siamo uno, nessuno, o centomila?», chiedeva Luigi Pirandello. Se avessero sentito la domanda, Crisippo e Posidonio avrebbero risposto con convinzione che siamo due, o meglio ancora che siamo enti di “duplice natura”.
Infatti, i due Stoici elaborarono un’ontologia che prevedeva che ogni individuo è composto da due corpi distinti, che tuttavia i sensi colgono come fusi insieme. Il primo è la sostanza. Esso è un sostrato che rimane sempre identico dietro ogni modificazione, a meno ovviamente di non andare del tutto distrutto, e che in sé non subisce alcuna detrazione o aggiunta. Si pensi alla sostanza “essere umano” di Socrate, che non aumenta o diminuisce di umanità, anche se il filosofo cresce di due centimetri, risolve un’equazione matematica, o si abbronza sulla spiaggia. Il secondo corpo è invece la qualità. Anch’esso costituisce un sostrato che permane nel tempo, ma che diversamente dalla sostanza può subire aggiunte o detrazioni.

Riprendiamo per chiarire l’esempio di Socrate: egli aumenta nella qualità “avere un’altezza” quando si allunga di due centimetri, cresce nel suo “essere intelligente” appena risolve l’equazione matematica, aggiunge qualcosa al suo “essere colorato” nel momento in cui la sua carnagione diventa nera da bianca che era, grazie all’esposizione al sole.
Questa concezione ontologica già abbastanza complicata diventa più labirintica con la riflessione di Panezio, che ci è ampiamente descritta nel libro I del Sui doveri di Cicerone. Questo stoico raddoppiò le nature o le individualità che ciascuno possiede, sicché avrebbe risposto alla domanda «Siamo uno, nessuno, o centomila?» di Pirandello con altrettanta sicumera: ogni umano è quadruplo. A suo dire, ognuno di noi si compone in fondo di quattro sostrati:
(1) “essere umani” (= la sostanza già rilevata da Crisippo e Posidonio), che è una natura comune a tutti gli individui della specie umana e che permette a tutti noi di distinguerci dalle bestie, oltre che di comportarci secondo morale;
(2) “essere in un modo peculiare” (= la qualità crisippeo-posidoniana), che invece è una natura che varia da individuo a individuo – uno può essere veloce e l’altro lento, uno intelligente e l’altro sciocco, e via dicendo;
(3) “essere così per fattori esterni”, che probabilmente è legato al possesso di oggetti, titoli o simili, come essere ricchi o poveri, famosi o ignoti, nobili o plebei;
(4) “essere così per una propria scelta”, che si concretizza soprattutto nell’esercizio di una specifica attività o professione nella vita (cuoco, banchiere, critico teatrale, re, mendicante).

Fare di nuovo l’esempio di Socrate può aiutare a illuminare questa ardua matassa. Se ragioniamo secondo l’apparato logico-ontologico di Panezio, dovremmo dire che egli sia di quadruplice natura, dato che fu (1) un uomo (2) intelligente (3) povero in canna (4) che praticò la filosofia di sua libera iniziativa, tanto da accettare di morire e di bere la cicuta pur di coltivarla fino alla fine.
Ma la dottrina in questione non è di carattere esclusivamente teoretico. Panezio la elaborò, del resto, per indicare come diventare saggi e come occorre gestire correttamente le quattro nature. Compito fondamentale è, anzitutto, esprimere la natura razionale e morale del sostrato (1): Socrate non deve vivere come una bestia, ma dare voce alla sua umanità. Nel far ciò, bisogna tuttavia accettare i pregi e i difetti imposti dalla natura (2), per poi agire concordemente a essi. Se un individuo è naturalmente intelligente, dovrà cercare di istruirsi e mettere a frutto la sua intelligenza, ad esempio filosofando. Mentre se ha un corpo lento e impacciato, dovrà astenersi dal praticare il salto in alto, altrimenti agirà in maniera incoerente rispetto alle sue dotazioni naturali. Infine, chi è saggio tenterà di attualizzare le nature (1) e (2), cercando di trovarsi nella condizione esterna (3) che meno impedisce l’espressione di sé e di dedicarsi all’attività (4) più adeguata ai propri pregi o difetti. Il nostro Socrate praticherà appunto la filosofia e accoglierà la povertà, piuttosto che sprecare la sua intelligenza in attività economiche remunerative, ma che gli precludono di cercare nel dialogo con i suoi interlocutori che cosa è la giustizia, che cosa la santità, o cosa sono le altre realtà di difficile comprensione.

E come gli Stoici a lui antecedenti, anche Panezio provò a rinvigorire questa dottrina etica, paragonando il saggio all’attore. Se quest’ultimo non sceglie di recitare il ruolo che non può interpretare (se è una donna dalla voce flebile e di giovane età, non rappresenterà la matura e ardente Fedra), così il primo non sceglierà una professione o un’attività contraria alle sue propensioni, ma tenterà di adeguarsi a queste nella maniera migliore possibile. Ovviamente, se il sostrato (2) lo dota del senso del ritmo, di immaginazione, di creatività, della capacità di raccontare, e così via, il saggio vagheggiato da Panezio potrà provare a esprimere la propria umanità nell’arte della recitazione: sarà insomma un saggio-attore che pratica il mestiere di attore. Come una piccola matrioska, egli sarà, in altri termini ancora, un attore nell’attore.

Ma cosa impedisce di spingersi ancora oltre Panezio e aggiungere nature a nature, sostrati a sostrati? Nulla, nei fatti. Ecco che quindi si può pensare che esista una natura (5), per esempio “essere in un modo prossimo a un ideale di perfezione”, ovvero essere un attore che – accanto allo spettacolo – cerca di evocare le forze del teatro, e un sostrato (6), vale a dire “essere in un tono vitale più intenso rispetto all’ordinario”, cioè essere un attore che cerca nel tempo e nel movimento un’alta vitalità, procedendo poi avanti all’infinito. La matrioska che ci sembrava tanto minuta, che pareva essere un pupazzetto grande che ne conteneva solo un altro più piccolo, si scopre ora essere una matrioska profonda senza fine. È un attore che contiene un attore che tiene in seno un altro attore, et cetera et cetera et cetera.

Alla domanda pirandelliana «Siamo uno, nessuno o centomila?», si potrebbe quindi alla fine anche rispondere: non siamo uno, né nessuno, né centomila, né due come vogliono Crisippo e Posidonio, né quattro come teorizza Panezio, ma siamo un numero illimitato di “io”. A ben guardare un essere umano con gli occhi della mente, quello che si spalanca è un baratro immenso, che nemmeno il saggio Socrate può riuscire a fissare a lungo senza provare sgomento. Dal rigorismo e razionalismo stoico, si può così passare in poco tempo e con fluidità a pronunciare il motto inquieto del Woyzeck di Büchner: «L’uomo è un abisso. Ti ci perdi a guardargli dentro».

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Che ciascuno di noi ha un gemello, ha due nature e due individualità (…), insomma ha due corpi, ma dello stesso colore, dello stesso aspetto e peso e che occupano il medesimo luogo, cosa che nessun essere umano ha mai visto prima. Eh sì, perché ognuno di noi consta di due componenti: la sostanza e la qualità; e di questi l’uno è un flusso sempre in moto, che però non è suscettibile né di aumento né di diminuzione, senza per questo restare nel suo complesso quel che è; l’altro invece permane, cresce, diminuisce, insomma subisce le affezioni contrarie rispetto a quelle che l’altro subisce, pur essendo della stessa natura dell’altro, con esso in sintonia e addirittura in commistione, tant’è vero che ai sensi la differenza tra i due non risulta mai (Crisippo in Plutarco, Sulle contraddizioni degli Stoici 1083a = SVF II 762)

Quanto alle qualità intrinseche – dice Posidonio –, due sono le parti in grado di accoglierle: il substrato afferente alla sostanza e quello afferente alla qualità. Quest’ultimo, infatti, come abbiamo più volte detto, ammette l’incremento e la diminuzione; la qualità intrinseca e la sostanza di cui questa è costituita non sono la stessa cosa, ma non sono nemmeno altro tra di loro: piuttosto, non si identificano per il fatto che la sostanza è anche una parte ed occupa il medesimo luogo, mentre gli altri elementi citati devono necessariamente essere separati da un luogo preciso e non possono essere concepiti uno per uno singolarmente (Posidonio in Ario Didimo, Epitome di etica stoica, fr. 27 = fr. 96 Edelstein-Kidd)

Bisogna comprendere che la natura ci ha rivestito, per così dire, di due individualità: una è comune a tutti, in relazione al fatto che tutti partecipano della ragione e di quella supremazia con la quale primeggiamo sulle bestie; da essa trae fondamento la coerenza morale ed il decoro, nonché la capacità di scoprire il dovere. L’altra, invece, è una peculiarità esclusiva del singolo individuo. Come infatti nei corpi esistono differenze (notiamo che alcuni sono veloci nella corsa, altri forti nella lotta fisica, e che in alcuni spicca il portamento, in altri la bellezza), così negli animi esistono varietà anche maggiori (Panezio in Cicerone, Sui doveri, libro I, § 30.107 = T61 Alesse)

Alle due personalità espresse in precedenza va aggiunta una terza, imposta da occasioni o momenti determinati, e una quarta, che adattiamo a nostro arbitrio a noi stessi. Infatti i regni, i poteri, la nobiltà, le cariche pubbliche, le ricchezze, i beni materiali, e tutto ciò che è ad essi contrario, dal momento che sono dominati dalla sorte, sono soggetti alla contingenza delle circostanze. La personalità che noi stessi vogliamo rappresentare dipende dalla nostra volontà. E così alcuni si dedicano alla filosofia, altri al diritto pubblico, altri all’eloquenza, e si vuole emergere chi nell’una, chi nell’altra (Panezio in Cicerone, Sui doveri, libro I, § 32.115 = T64 Alesse)

Ciascuno deve mantenere le proprie disposizioni, non quelle viziose, ma quelle peculiari, affinché più facilmente si conservi quel decoro che ricerchiamo. Infatti bisogna fare in modo di non avversare in nulla l’intera natura, ma, tenendola ben presente, di seguire le nostre attitudini, sebbene ce ne siano altre di migliori e di più nobili, e di commisurare le nostre inclinazioni al metro della nostra natura. Non bisogna infatti opporsi alla natura, né cercare di seguire qualcosa che in realtà non siamo in grado di seguire. Da ciò emerge l’essenza del decoro, poiché nulla è decoroso se Minerva è contraria, dicono, cioè se l’avversa e lo ripudia la natura. Se davvero c’è qualcosa di decoroso, nulla lo è più della coerenza dell’intera vita e delle singole azioni, cosa che non è possibile mantenere imitando la natura altrui e dimenticando la propria (Panezio in Cicerone, Sui doveri, libro I, § 31.110-111 = T62 Alesse)

Questa differenza tra le varie indoli ha un’importanza tale che talvolta qualcuno è costretto a suicidarsi, mentre un altro, nelle medesime condizioni, non lo è. (…) Quanti tormenti ha patito Ulisse in quel suo lungo peregrinare, costretto ad essere schiavo di donne, se mai donne possono definirsi Circe e Calipso, e volendo essere affabile e cortese con tutti in ogni suo discorso! In patria addirittura sopportò gli insulti di servi ed ancelle, pur di raggiungere, alla fine, ciò che desiderava. E Aiace, con quell’orgoglio ben noto alla tradizione, avrebbe preferito andare mille volte incontro alla morte, piuttosto che patire quegli oltraggi. Tenendo presente tutto ciò, sarà opportuno valutare le qualità proprie di ciascuno, dominarle e non voler sperimentare quanto a se stessi si adattino le altrui. A ciascuno si adatta particolarmente ciò che è peculiare della propria natura. Ciascuno conosca, allora, la propria indole, e sia giudice inflessibile dei suoi pregi e difetti, affinché gli attori non sembrino essere più saggi di noi. Essi infatti scelgono non i drammi migliori, bensì quelli più appropriati a se stessi. (…) Dunque l’attore sarà più capace di vedere sulla scena ciò che il saggio non vedrà nella vita? Dedichiamoci perciò con tutte le nostre forze a ciò verso cui siamo particolarmente predisposti (Panezio in Cicerone, Sui doveri, libro I, § 31.112-114 = T63 Alesse)

[Il frammento di Crisippo è contenuto in Hans von Arnim (a cura di), Stoici antichi. Tutti i frammenti, introduzione, traduzione e note di Roberto Radice, Milano, Bompiani, 2006. La testimonianza su Posidonio si trova, invece, in Ludwig Edelstein, Ian Gray Kidd (eds.), Posidonius. The Fragments and the Commentary, 2 voll., Cambridge, Cambridge University Press, 1988-1989, mentre è tradotta da Emanuele Vimercati (a cura di), Posidonio. Testimonianze e frammenti, Milano, Bompiani, 2004. Infine, cito Panezio dalla raccolta in traduzione italiana di Francesca Alesse (a cura di), Panezio di Rodi. Testimonianze, Napoli, Bibliopolis, 1997]

Enrico Piergiacomi

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Enrico Piergiacomi
Enrico Piergiacomi è collaboratore di ricerca presso l’Università degli Studi di Trento. Studioso di filosofia antica e di teatro, è specialista del pensiero teologico antico e delle sue ricadute morali, dei Presocratici, dei filosofi ellenistici. Attualmente, lavora all’edizione italiana degli scritti di Phillip Mitsis sull’Epicureismo, supervisiona il Laboratorio Teatrale dell’Università degli Studi di Trento e cura la rubrica Teatrosofia (https://www.teatroecritica.net/tag/teatrosofia/) con Teatro e Critica. Dal 2016, frequenta il Libero Gruppo di Studio d’Arti Sceniche, coordinato da Claudio Morganti. È co-autore con la prof.ssa Sandra Pietrini di Büchner, artista politico (Università degli Studi di Trento, Trento 2015) e autore di una Storia delle antiche teologie atomiste (Sapienza Università Editrice, Roma 2017; di prossima pubblicazione). Un suo profilo completo è consultabile sul portale: https://unitn.academia.edu/EnricoPiergiacomi

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