Piena di vita, la fiaba femminile di Fiona Sansone

Piena di vita è lo spettacolo diretto da Fiona Sansone nel progetto Produzione Giovani Compagnie del Centrale Preneste – Teatro per le nuove generazioni. Recensione

foto di Patrizia Chiatti
foto di Patrizia Chiatti

Andarsene una domenica al Centrale Preneste significa immergersi in un piccolo mondo a parte. Il teatro gestito dalla compagnia Ruotalibera Teatro è uno dei luoghi stabili del teatro per le giovani generazioni e conta su un pubblico nutrito e fidelizzato, grazie a una solida sinergia con le scuole (con matinée infrasettimanali) e con le famiglie. Nei festivi, allora, una folla animata da “sssst!” e da implacabili gridolini preme contro il portone d’ingresso; la platea se la dividono equamente adulti e bambini.

foto di Patrizia Chiatti
foto di Patrizia Chiatti

Con questo target a doppio strato devono confrontarsi lavori come quello diretto da Fiona Sansone, Piena di vita, una sorta di Pollicino tutto al femminile coprodotto da UraganVera insieme alla compagnia residente, la cui drammaturgia è curata dalla regista Fiona Sansone insieme alle due attrici Ottavia Leoni e Ksenija Martinovic.
In scena pochi elementi colorati e modulari, funzionali al disegno dell’ambientazione (una camera da letto, un sentiero nel bosco, la casa dell’orco) e al tratteggio dei due personaggi, Vita e la sua bambola parlante, Givotta, che parla in serbo. Il quadro d’apertura (ripreso nel finale) ha il sapore del puro linguaggio del contemporaneo: a una flebile luce ambrata Vita scandisce in un microfono alcune semplici parole: «Quando ero piccolina tutte le cose erano grandi…». A parlare, con una voce neutra che scomparirà nelle inflessioni bambinesche del personaggio, sembra essere l’attrice. Le due interpreti vestono salopette e maglietta colorate dalle tonalità complementari, Vita maneggia due bambole, una che riproduce Givotta e una che riproduce lei stessa; diverranno una sorta di feticcio dell’amicizia quando, scoperto che i genitori poveri progettano di abbandonarla, la bambina escogiterà una fuga di libertà.

foto di Patrizia Chiatti
foto di Patrizia Chiatti

Se qualcosa manca a questa messinscena tutta al femminile è forse qualche passo di coraggio in più, la sicurezza a marcare con più decisione una visione, magari con l’aiuto di mezzi meno poveri ma anche di un rigore nel linguaggio del corpo, che sperimenti ancora la possibilità, ad esempio, dell’animazione degli oggetti.
Anche perché il gioco delle proporzioni e del doppio e l’idea degli oggetti simbolo si prestano in modo chiaro a far da fil rouge visivo e drammaturgico. Cuscini grigi formano ora il letto, ora sentiero misterioso da percorrere a piccoli passi; la porta della stanza, dipinta con due mongolfiere di due diverse dimensioni, si volterà diventando l’antro freddo della casa dell’orco.

Ma, a dispetto del vociare dalla platea che lo preannuncia, nessun orco comparirà in scena. Di lui restano solo i pesanti scarponi e un patchwork sghembo con cui è decorato un lenzuolo che si srotola in proscenio. È l’orchessa, tacchi alti e maschera intabarrata in un aderente cappotto, ad accogliere la bambina. Di fronte all’uscio, ancora ingenua e impaurita, Vita torna a essere sola, la sua bambola ha smesso di parlare ed è tornata tascabile. Superata la prova, potrà salutare Givotta che gira in tondo sul suo cavallo di legno. È pronta a tornare al microfono, con la voce dell’età adulta.

Sergio Lo Gatto

Centrale Preneste Teatro, Roma – Marzo 2016

PIENA DI VITA
Con Ottavia Leoni e Ksenija Martinovic
Regia Fiona Sansone
Drammaturgia Leoni-Martinovic-Sansone
Scene Francesco Persico
Musiche Enrico Melozzi – Edizioni Musicali CINIK_Roma
Illustrazioni Emanuele Di Giacomo
Costumi Antonia Dilorenzo
Disegno luci Andrea Panichi
Locandina Veronica Urgese
Organizzazione e Promozione Serena Amidani, Paola Meda
produzione Ruotalibera Teatro/Compagnia UraganVera

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Sergio Lo Gatto è giornalista, critico teatrale, ricercatore e traduttore. Alla Sapienza. Università di Roma svolge un dottorato di ricerca tra teorie della critica e filosofie del digitale. Si occupa di arti performative su Teatro e Critica. Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), collabora con il settimanale Left, con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha partecipato a diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Ha partecipato al progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove cura la rivista online Conflict Zones Reviews. Tra le pubblicazioni, con Graziano Graziani ha curato il volume La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013), con Matteo Antonaci Iperscene 3, Editoria&Spettacolo 2017.