Mario Martone e Georg Büchner: Morte di Danton

Mario Martone dirige Giuseppe Battiston e Paolo Pierobon e un gruppo di trenta attori per la messinscena di Morte di Danton, dramma di Georg Büchner. Qui un’approfondita recensione di Graziano Graziani

La morte di Danton. Di Georg Büchner. Regia di Mario Martone - foto www.teatrostabiletorino.it
La morte di Danton. Di Georg Büchner. Regia di Mario Martone – foto www.teatrostabiletorino.it

Il Novecento ha nutrito una speciale passione per le opere incompiute di autori geniali, dove il non finito consente di affondare le mani nella materia viva della scrittura non giunta alla sua sistematizzazione. Pensate a Pessoa, Benjamin, Kafka. È anche per questo che il Woyzeck di Georg Büchner è diventato una sfida irresistibile per chi calca le assi del palcoscenico. Ma il drammaturgo tedesco scrisse anche un’importante opera dedicata alla Rivoluzione francese, che oggi Mario Martone sta portando in scena con una compagnia di trenta attori, piena di talenti straordinari. Dantons Tod (Morte di Danton) fu scritto nel 1835, poco prima della fuga di Büchner dall’Assia a causa del suo attivismo politico, a seguito della quale ripiegò a Strasburgo e poi in Svizzera, dove trovò la morte a soli 24 anni. Impetuoso ed imponente come un dramma shakespeariano, pieno di personaggi e di situazioni incalzanti e febbrili come dovettero essere i giorni della Rivoluzione, Morte di Danton sicuramente riflette, e in modo mirabile, tanto i furori quanto i dubbi di questo giovane libertario in fuga.

La morte di Danton. Di Georg Büchner. Regia di Mario Martone - foto www.teatrostabiletorino.it
La morte di Danton. Di Georg Büchner. Regia di Mario Martone – foto www.teatrostabiletorino.it

Il testo di Büchner è stato a lungo ritenuto ostico, al limite dell’irrappresentabile, tanto che la prima messa in scena arriverà solo nel 1902. È il ventesimo secolo a riscoprire la potenza di un dramma storico che cercava di raccontare tanto lo sdegno verso l’ingiustizia che anima la rivoluzione quanto il vicolo cieco in cui questo sdegno può incappare. Ed è per questo che al centro del suo dramma Büchner mette lo scontro tra due ex compagni, Robespierre “l’incorruttibile” e Danton “l’indulgente”, che sognava una repubblica dove ognuno potesse “godere a modo suo, purché non goda a spese di un altro”. Tuttavia a Büchner non interessava fornire una visione manichea, dove i buoni sono nettamente distinti dai cattivi, anche se è innegabile la propensione dell’autore per Danton, che preferisce “essere ghigliottinato piuttosto che ghigliottinare”. Ed è naturale che con lui si schieri anche lo spettatore: nello scontro tra la Virtù che sfocia nell’integralismo e l’Edonismo che, aprendo le porte al “vizio”, diventa pericoloso e controrivoluzionario, è facile guardare al secondo con maggiore simpatia. D’altronde come non intravedere, sullo sfondo della ghigliottina repubblicana, le teste mozzate oggi dai nuovi integralismi, animati da uno spirito allo stesso tempo arcaico e ipermoderno?
Eppure, più che dalla lotta fratricida tra le fazioni montagnarde – alle quali andrebbero aggiunti anche gli “arrabbiati” e i seguaci di Hébert, che erano stati liquidati poche settimane prima – Büchner era affascinato dalla condizione umana, dalla sua ineluttabilità, dalla fragilità degli uomini che non possono sottrarsi al proprio destino. Basta guardare la figura di Robespierre (interpretata da un magistrale Paolo Pierobon) che comprende con sgomento la solitudine alla quale lo condanna la propria intransigenza. L’Incorruttibile, di cui il girondino Condorcet disse che era «un prete, e non sarà mai altro che un prete», viene presentato da Martone e Pierobon come una figura certamente torva e pretesca, ma non per questo meno profonda e dilaniata degli altri personaggi che corrono (come lui, per altro) incontro alla morte. Robespierre sa bene cosa sta sacrificando all’altare di un’inflessibile coerenza rivoluzionaria, lui che partì da posizioni simili a Beccaria, contrarie alla pena di morte, e finì per esasperare il Terrore «senza il quale la Virtù è impotente». «Non so cosa c’è in me che mente a un altro me» gli fa dire Büchner, prima che Robespierre sprofondi nell’angoscia a cui lo condanna la propria solitudine.

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La morte di Danton. Di Georg Büchner. Regia di Mario Martone – foto www.teatrostabiletorino.it

E poi c’è Danton, il capo rivoluzionario rassegnato a un destino che sembra destinato a compiersi comunque. Danton, circondato da momenti di gozzoviglia e godimento – come la composizione orgiastica che Martone lascia intravedere per qualche secondo. Un uomo che ha combattuto per la rivoluzione e che la rivoluzione sta per divorare come Saturno fece con i propri figli (secondo una frase rimasta celebre che, nella realtà storica, pronunciò il girondino Vergniaud). Ma che sa anche che il vero tribunale sarà quello della Storia. Complice uno straordinario Giuseppe Battiston, in grado di passare con estrema naturalezza dall’apatia all’irruenza, Danton ci appare dapprima immerso nell’inanità per poi rivelare la sua vera natura nella seconda parte del dramma, quando viene processato. Lì, fronteggiando le udienze farsa e i testimoni prezzolati di un processo politico dall’esito scontato, Danton fa emergere la sua tempra morale e rivendica ogni passo che lo ha portato fino a quel punto, dalla lotta contro la monarchia al tentativo di traghettare la rivoluzione verso una qualche forma di pacificazione. Non è la speranza in un Dio a guidarlo – «a breve risiederò nel nulla», dice, di fronte all’ombra della ghigliottina che avanza verso di lui – ma la consapevolezza che la Storia è un fiume in piena che finisce per trascinare via chi cerca di domarla. «Non siamo noi a fare la Rivoluzione, è la Rivoluzione che ci ha fatti», dice Danton.
Eccolo il destino da cui non si può fuggire. Ed ecco, di fronte ad esso, la fragilità umana che, secondo Martone, è al centro dell’opera di Büchner. Perché non si tratta di un destino prefissato da un Dio, ma dell’inesorabilità del Tempo e della Storia. Chi nasce in un tempo e in un luogo, con le sue regole e i suoi principi che mai sono orientati davvero all’uguaglianza tra gli uomini – forse il più inafferrabile tra i tre cardini del motto repubblicano – difficilmente può emanciparsi dalle condizioni che la Storia gli consegna. Chi ci prova paga un prezzo. Martone, nella prefazione alla nuova traduzione del testo realizzata da Anita Raja e per l’occasione pubblicato da Einaudi, insiste proprio su questo: «Nessuno di quegli uomini ha potuto sottrarsi, oltre che alla ghigliottina, alla verifica della propria impossibilità di invertire la rotta assegnata (da Dio? dalla Natura? dal nulla?) agli esseri umani, nonché di porre rimedio all’ingiustizia che da sempre regna sovrana».

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La morte di Danton. Di Georg Büchner. Regia di Mario Martone – foto www.teatrostabiletorino.it

Morte di Danton, tuttavia, è anche un affresco corale di un momento fortemente generativo della nostra storia. C’è il discorso terribile di Saint-Just – interpretato da un livido e convincente Fausto Cabra – che dice «noi non siamo più crudeli della natura e del tempo» a chi si fa scrupoli di fronte alla parola “sangue” e alla prospettiva, concreta, che esso sia versato ancora. E c’è la discettazione beffardamente noncurante di Tom Payne (Paolo Graziosi) che  mentre tutto infiamma, in carcere trova il tempo per discettare di metafisica e della non esistenza di Dio. C’è l’entusiasmo di Camille Desmoulins (Denis Fasolo) che ripone una fede commovente nella parola, parlando di teatro e di giornalismo quando tutto sembra procedere verso la rovina, convinto che gli ideali possano sempre fornire una forma di riscatto. E c’è lo spirito di Hérault de Séchelles (Massimiliano Speziani) che in questa guerra di motteggi e filosofie, dove i più intelligenti sono pronti a ingannare se stessi come fa Robespierre piuttosto che accogliere il punto di vista dell’altro, ci svela il lato più umano quando di fronte alla ghigliottina constata che non gli viene più nulla di scherzoso da dire.
Ecco, il lato umano. Nello scontro titanico della Rivoluzione rischia sempre di finire nell’oblio, tanto i protagonisti sono ipnotizzati dal travolgente vento della Storia. A riportarlo potentemente in scena ci pensano, non a caso, i personaggi minori. Ci pensa Marion (Beatrice Vecchione) che finalmente mette il corpo, con la sua voluttà e la sua fragilità, al centro della scena; ci pensa Julie (Iaia Forte), la moglie di Danton che è in realtà un’invenzione letteraria di Büchner, la quale di fronte alla morte del compagno sceglie di morire anch’essa, come altri mogli della Rivoluzione; ci pensa Lucile (Irene Petris), che quando parla con il marito Camille con in braccio il figlio piccolo – il vero biondissimo figlio dell’attrice – ci regala un pezzo di memorabile teatro proprio perché la realtà del corpo irrompe senza mediazioni sulla scena; così come a Lucile è affidato uno dei momenti più toccanti del testo, quando sul finale, dopo l’esecuzione del marito, si “sucida” soffiando con un fil di voce «Viva il Re!» in faccia alle guardie repubblicane (e bravissima è Irene Petris nel sospendere il suo personaggio tra delirio e rivalsa).
La fragilità cara a Martone si illumina in modo prismatico nei personaggi minori, mentre resta emblematica in quelli principali: quando ci ricordiamo che Danton e Robespierre sono stati compagni di Rivoluzione, quando realizziamo che l’Incorruttbile e Desmoulins sono stati compagni di scuola e che il primo è stato il padrino di battesimo del figlio del secondo, ci rendiamo conto che ciò a cui assistiamo non è una lotta per il potere, ma un’intransigenza senza possibile mediazione che fa sì che gli amici mandino a morte altri amici.

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La morte di Danton. Di Georg Büchner. Regia di Mario Martone – foto www.teatrostabiletorino.it

Pur polarizzata dallo scontro tra Danton e Robespierre, tra la Virtù e il Vizio, la polifonia di Morte di Danton è travolgente. Martone punta su questa coralità, la asseconda e la esalta con scene di popolo – dove il popolo diventa il “suo” popolo, acquisendo un’inflessione partenopea – e con marce travolgenti anche quando si va ad affrontare la morte: perché è impossibile non farsi coinvolgere mentre un corteo sfila per il teatro cantando a piena voce la marsigliese. Sceglie di non attualizzare un testo così gravido del suo tempo, addentrandosi nel terreno scivoloso, per l’estetica odierna, di affrontare un dramma storico presentando gli attori in costume. Ed è una scelta vincente, perché nulla distrae dalle parole di Büchner che sovrastano ogni cosa e fanno piombare lo spettatore nel fiume in piena dell’azione di un momento talmente seminale della nostra storia politica che ogni distrazione sarebbe superflua, tanto nella recitazione che nella visione. Così come è vincente (soprattutto nella prima parte) la scelta di una scena leggera, a volte quasi spoglia, fatta principalmente di un meccanismo di cinque sipari rossi che si aprono e si chiudono come lame di ghigliottina, svelando e occultando scene con velocità cinematografica, dando quasi l’impressione del montaggio visivo.

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La morte di Danton. Di Georg Büchner. Regia di Mario Martone – foto www.teatrostabiletorino.it

È uno spettacolo, questo di Martone, che scegliendo una messa in scena sapientemente a servizio del testo – mai occultato dagli attori né dalla regia – ne esalta potentemente la complessità. Quella complessità che per Georg Büchner significava saper cogliere i paradossi di una pagina di storia la cui spinta propulsiva percepiamo ancora. Paradossi che lo stesso Büchner, ventiduenne in fuga a causa del suo attivismo politico, dovette sentire ardentemente sulla propria pelle. Così lo immaginava Robert Walser, nei suoi Racconti di scrittori: «In una certa qual notte misteriosa, in preda a una tremenda e orribile paura di essere arrestato dagli sbirri della polizia, Georg Büchner, giovane stella di luminoso splendore nel firmamento della poesia tedesca, sfuggì alla brutalità, all’imbecillità e alla violenza delle mene politiche. Spinto da fretta e nervosismo, per allontanarsi il più velocemente possibile infilò nella tasca del suo ampio giaccone, dalla foggia stravagante e tipica degli studenti, il manoscritto de La Morte di Danton: se ne vedevano sbucare le pagine biancastre. […] Ogni tanto allungava la mano delicata e sottile verso il manoscritto di quel capolavoro teatrale destinato in seguito a diventare famoso, per accertarsi di averlo ancora in tasca. Sì, c’era ancora: fu colto e inondato da una sensazione impetuosa di contentezza e traboccante felicità nel ritrovarsi libero, proprio quando sarebbe dovuto finire nelle segrete del tiranno.»

Graziano Graziani

Febbraio 2016, Teatro Carignano, Torino

MORTE DI DANTON
di Georg Büchner
traduzione Anita Raja
regia e scene Mario Martone
con (in ordine alfabetico) Giuseppe Battiston, Fausto Cabra, Giovanni Calcagno, Michelangelo Dalisi, Roberto De Francesco, Francesco Di Leva, Pietro Faiella,
Denis Fasolo, Gianluigi Fogacci, Iaia Forte, Paolo Graziosi, Ernesto Mahieux,
Carmine Paternoster, Irene Petris, Paolo Pierobon, Mario Pirrello, Alfonso Santagata,
Massimiliano Speziani, Luciana Zazzera, Roberto Zibetti
e con Matteo Baiardi, Vittorio Camarota, Christian Di Filippo, Claudia Gambino, Giusy Emanuela Iannone, Camilla Nigro, Gloria Restuccia, Marcello Spinetta, Beatrice Vecchione
costumi Ursula Patzak
luci Pasquale Mari
suono Hubert Westkemper
registi collaboratori Alfonso Santagata e Paola Rota
scenografo collaboratore Gianni Murru
Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale

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