Teatrosofia #31. Che significa “verosimiglianza”? Lettera aperta

Teatrosofia esplora il modo in cui i filosofi antichi guardavano al teatro. Continua l’approfondimento su Orazio e sul concetto di verosimiglianza con una lettera aperta scaturita dal precedente intervento.

In Teatrosofia, rubrica curata da Enrico Piergiacomi – dottorando di ricerca in filosofia antica all’Università degli Studi di Trento – ci avventuriamo alla scoperta dei collegamenti tra filosofia antica e teatro. Ogni uscita presenta un tema specifico, attraversato da un ragionamento che collega la storia del pensiero al teatro moderno e contemporaneo.

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Marcel Duchamp, “Étant donnés: 1° la chute d’eau / 2° le gaz d’éclairage” (“Essendo dati: 1° la caduta d’acqua / 2° il gas illuminante”), 1946-66 | Philadelphia, Museum of Art.
Marcel Duchamp, “Étant donnés: 1° la chute d’eau / 2° le gaz d’éclairage”, 1946-66, Philadelphia, Museum of Art.

Cara Viviana,

in margine allo scorso intervento su Orazio, hai scritto pubblicamente le parole che seguono: «mi piacerebbe parlassimo ancora di quale potesse essere il concetto di verosimile nell’epoca classica, molto diverso da come potremmo – superficialmente – interpretarlo ora». La richiesta in questione non solo è legittima, ma mi consente di apporre integrazioni e aggiustamenti ad alcune parti della mia analisi. Intuisci però che un tema del genere è tanto vasto, controverso e complesso, da non poter essere risolto in poco tempo. Spero mi perdonerai allora se, con un registro espressivo tra l’erudito e il riflessivo, punterò a uno scopo più modesto. Farò qualche osservazione sintetica sulla concezione classica della “verosimiglianza”, per poi tornare da vicino su Orazio.

Prima di procedere, dobbiamo tuttavia metterci d’accordo su una questione preliminare, per poter rendere efficace il confronto tra noi contemporanei e gli antichi. Di cosa parliamo oggi, quando parliamo di “verosimile” e di “verosimiglianza”? In generale, mi pare che a queste parole associamo perlopiù due significati. Da un lato, definiamo “verosimile” ciò che è “realistico”, ossia ciò che rispecchia il più fedelmente possibile gli avvenimenti per come si sono presentati e gli esseri umani che ne sono stati protagonisti. Tale primo significato identifica perciò la verosimiglianza in una conformità tra il fatto e la rappresentazione estetica del fatto. D’altro canto, tendiamo pure ad attribuire al verosimile una seconda accezione, stavolta di carattere negativo. Questo qualcosa e/o qualcuno che viene rappresentato sembra vero, ma non lo è totalmente. Ci troviamo in altre parole di fronte alla verosimiglianza quale contraffazione della verità fattuale. Altrimenti, diremmo che quel qualcosa o qualcuno di rappresentato è “vero”, non già “verosimile”.

Non so dirti se queste due accezioni così diverse possano essere in un qualche modo ricondotte a unità. Potremmo supporre che il realismo stesso ammette che le sue rappresentazioni fedeli comportino qualche contraffazione della verità, ma per fare chiarezza sul problema dovremmo indagare a lungo. Tu e io mettiamolo da parte, dunque, dando per condivisa un’unica cosa: il “verosimile” oggi ha a che fare con il rispecchiamento di qualcosa di già noto, che non si riesce totalmente a restituire sul piano della rappresentazione.

Già questo punto presenta una netta divaricazione dalla cultura antica. Va intanto notato che la parola greca che per consuetudine studiosi e filologi rendono con “verosimiglianza” è eikós. Ora, si tratta di una necessaria semplificazione, poiché il termine è semanticamente molto denso, tanto che assume sensi molti diversi, in base al contesto e all’autore in cui figura. Grossomodo, però, vi è una caratteristica che si mantiene costante nel tempo. Eikós non esprime un rispecchiamento più o meno fedele o contraffatto di quanto è noto, bensì una procedura che, partendo dal noto, cerca di scoprire l’ignoto, attraverso la formulazione di ipotesi che cercano di colmare i nostri vuoti di conoscenza, vanno a volte in controtendenza con quanto riteniamo di sapere e si sottopongono a un processo di conferma o smentita. Ne segue un altro tratto distintivo importante dalla concezione oggi imperante. Il “verosimile” antico è un metodo euristico che, invece di compiere un allontanamento (potrei scrivere anche “caduta”) inevitabile dalla verità, tenta un dubbioso ma generoso percorso di avvicinamento alla verità. Insomma, sebbene resti sempre ferma l’idea che la verosimiglianza non coincide col vero, nondimeno la prima è ciò che più è prossima e somigliante al secondo. Il valore dell’eikós sta nel dare una rappresentazione che prova a rivelare la verità, oscura e assente.

Mi limito a fornirti un unico esempio, tratto dall’Encomio di Elena di Gorgia. Il sofista cerca qui di provare che Elena fu costretta, contrariamente a quanto voleva la tradizione poetica e il senso comune, a seguire Paride, scatenando la nota guerra tra Achei e Troiani. E lo fa fornendo una serie di cause (la volontà degli dèi, il rapimento, la persuasione occulta, l’innamoramento), ciascuna delle quali rende eikós, o «verosimile» nel senso che ho appena descritto, la fuga incolpevole della donna dalla patria. Gorgia sfida dunque un luogo comune antico con una serie di ipotesi che, partendo dal dato noto che nessuno si può opporre alla forza della divinità, alla violenza di un rapitore, alla manipolazione psicagogica e alla passione erotica (che, come diceva Omero mediante l’immagine della cintura di Afrodite, «toglie il senno anche ai saggi» [Iliade, libro XIV, v. 217]), suppone che la vera origine dell’azione di Elena che scatenò la guerra troiana possa essere stata una o più tra quelle prospettate. Si scopre così qualcosa di nuovo, nonché di “straniante” per la coscienza collettiva.

Torniamo adesso all’Arte poetica di Orazio. A prima vista, il nostro poeta-filosofo sembrerebbe essere più vicino alla sensibilità di noi contemporanei, piuttosto che all’eikós greco. In fondo, se è vero quanto ho supposto nell’intervento precedente, in margine ai vv. 333-346, ossia che il principio di verosimiglianza o della prossimità al vero (v. 338: proxima veris) invocato da Orazio consiste nel procurare piacere imitando fedelmente gli esseri umani concreti, pare che egli anticipi la concezione contemporanea del “verosimile”, quale conformità tra fatto e rappresentazione estetica del fatto. Ma questa idea può essere ridimensionata, notando che l’Arte poetica stessa ammette in alcuni punti che il poeta è autorizzato a costruire il suo intreccio avvalendosi di mezzi che molti oggi riterrebbero inverosimili / irrealistici, quale il ricorso a elementi magici e all’intervento degli dèi. E può poi essere sfidata dalla constatazione che il concetto di “vero” in Orazio non è affatto riducibile alla conoscenza del già noto. Un componimento delle Satire ci dice che esso in parte coincide con l’utilità comune, da cui discendono equità e giustizia, che è cosa notoriamente controversa e che la poesia oraziana cerca spesso di definire.

La verosimiglianza di Orazio può così essere precisata in termini più sottili. Sarebbe forse una procedura rappresentativa che tenta di avvicinarsi, attraverso la piacevole imitazione degli uomini concreti che parlano e agiscono, all’individuazione di questo utile comune, di questo equo e di questo giusto ancora ignoti, ricorrendo in casi particolari persino a elementi magici e divini. Ciò non è poi così distante da quanto si legge nei vv. 240-241 dell’Arte poetica, dove Orazio scrive di pensare al suo ufficio come al costruire una finzione poetica a partire da dati noti.

Ignoro se una tale conclusione sia fondata. Vorrei però introdurre, per suo tramite, una proposta di lettura sullo scopo del portare “verosimiglianza” in teatro. Parliamo spesso dell’essere umano, ma cosa l’essere umano sia ancora non lo sappiamo. Discettiamo di felicità e benessere, ma il contenuto di queste parole è tutt’oggi nebuloso. E ancora, facciamo di frequente ricorso a grandi concetti (giustizia, virtù, politica, ecc.), senza avere ancora la minima idea del loro significato e della loro essenza. In altre parole, la verità su tutte queste cose è ben lungi dall’essere stata scoperta e applicata. Il teatro che aspira a essere “verosimile” può forse generare finzioni che si approssimano a questo vero, provano a determinarlo e catturarlo, al riparo dal realismo che rischia di darci la sicurezza di cosa possa essere la realtà. Per cui l’unico sforzo estetico consisterebbe nel darle la riproduzione meno arbitraria.

Compito dell’arte potrebbe perciò consistere nel denudare l’ignoto, nell’infondere la speranza di poter un giorno sapere che cosa sono l’essere umano, la felicità, la giustizia e altro ancora, o almeno avvicinarsi a supporre che cosa potrebbero essere. In tal senso, si coltiverebbe con fatica sempre crescente un’attività dal potere per sua natura euristica e liberatoria. Senza il teatro, tutto sarebbe in fondo incertezza, dolore, approssimazione e balbettio.

Un saluto,

Enrico.

 

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Chi, dunque, e perché e come, appagò il proprio amore conquistando Elena, non dirò: infatti, dire a coloro che sanno cose che già sanno, porta convincimento ma non procura piacere. Ora, dunque, tralasciato nelle mie parole il tempo di allora, procederò verso l’inizio del discorso che mi accingo a fare, e addurrò le cause per le quali era eikós che avvenisse il viaggio di Elena alla volta di Troia (Gorgia, Encomio di Elena, § 5)

 

Coloro, i quali sostengono che tutte le colpe sono uguali, quando vengono al vero, si trovano nell’imbarazzo; perché a tale massima non solo contrasta il senso morale, ma anche il concetto dell’utilità comune, che è quasi la madre del giusto e dell’equo (Satire, libro I, componimento 3, vv. 96-98; traduzione leggermente modificata)

 

“Ma i pittori e i poeti ebbero sempre plausibile licenza di ardire chicchessia”. Lo sappiamo: e tale privilegio noi chiediamo e concediamo vicendevolmente: non al punto però, che le bestie feroci vadano insieme alle miti, e i serpenti siano accoppiati agli uccelli, le agnelle alle tigri (Arte poetica, vv. 9-13)

 

Egli avanza sempre diritto alla mèta, e rapisce il lettore, come attraverso una via conosciuta, in mezzo agli eventi; e quel che non può sperare di mettere in luce passa sotto silenzio: e così finge, così mescola le cose immaginate alle vere, che il mezzo non discorda dall’inizio, né la fine dal mezzo (Arte poetica, vv. 148-152)

 

Né vi intervenga la divinità, se l’intreccio non meriti di essere risolto da un dio (Arte poeitca, vv. 191-192)

 

Io ricaverò una finzione poetica dagli elementi noti, tale che ognuno speri di poter fare altrettanto (Arte poetica, vv. 240-241)

 

[La traduzione del passo di Gorgia è di Roberta Ioli (a cura di), Gorgia. Testimonianze e frammenti, Roma, Carocci, 2013. Diversamente dall’autrice, lascio tuttavia volutamente non tradotto il controverso termine eikós. Continuo invece a citare Orazio da Tito Colamarino, Domenico Bo (a cura di), Quinto Orazio Flacco. Le opere, Torino, UTET, 1969. Per approfondire infine la difficile questione del significato di “verosimiglianza” nell’antichità, rimando a Francesca Piazza, Salvatore di Piazza (a cura di), Verità verosimili. L’eikós nel pensiero greco, Milano-Udine, Mimesis, 2012].

Enrico Piergiacomi

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