Real Good Time! Kinkaleri e l’ortografia tra danza e canzone

Il gruppo Kinkaleri (Marco Mazzoni, Massimo Conti e Gina Monaco) presenta la nuova produzione nello Spazio K di Prato. Recensione

foto ufficio stampa
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Se è vero che resta difficile rendere l’offerta paragonabile a quella di altre capitali europee, grazie al lavoro svolto da grossi enti e festival o sotto spinte totalmente indipendenti, in questi ultimissimi anni il panorama sta tornando a essere vivo. Il “discorso della danza” – come recitava il sottotitolo di Courtesy, interessante palinsesto di liberi interventi sul tema organizzato a dicembre da mk, Kinkaleri e Le Supplici all’Angelo Mai di Roma – sembra ampliarsi e raggiungere nuove sintassi. Nello stesso dicembre 2015 si è svolto all’Università Sapienza di Roma un convegno dal titolo Immaginare la danza, che si interrogava sulle possibilità di un’avanzata ricerca tecnologica applicata allo studio del movimento e della sua espressività. Sono state discusse problematiche legate alla digitalizzazione dei materiali e persino dei corpi stessi, tramite tecniche di videomapping e motion capture, ripercorrendo le strategie in atto già da qualche decennio improntate alla codifica del gesto e insieme alla sua pratica e sempre meno ideale liberazione.

Il gruppo pratese Kinkaleri (Marco Mazzoni, Massimo Conti e Gina Monaco) è da vent’anni uno dei più attivi, prolifici e conosciuti a livello internazionale. Nel 2012 nasceva il progetto All!, una ricerca sul linguaggio che mirava ad assegnare a ciascuna lettera dell’alfabeto un corrispettivo gestuale. Il viaggio si è articolato in circa quindici diverse declinazioni, spaziando tra moduli quasi didattici e performance più strutturate, in cerca della possibilità di istituire un “senso letterale” del gesto coreografico. Dopo aver lavorato a lungo sulla forma poetica, da William Burroughs, passando per Jack Kerouac e raggiungendo dal vivo John Giorno, la tappa Real Good Time! affronta la forma canzone con un omaggio a Lou Reed. Visto a Prato nello spazio k in cui la compagnia è residente, quest’ultimo potrebbe essere un capitolo finale.

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In proscenio, due microfoni; sul fondo, una consolle audio collegata a un laptop. Posizionati di fronte alle aste Marco Mazzoni e Jacopo Jenna – abiti comuni addobbati su spalle e fianchi con frange stile cowboy argentate – rilasciano vocalizzi sconnessi mentre i loro corpi “scandiscono” il testo. Francesco Casciaro elabora i suoni campionati, li monta su una sezione ritmica apparentemente a proprio piacimento. Ne nascerà un paesaggio sonoro schizofrenico e irrefrenabile, che i danzatori seguiranno una volta lasciati i microfoni. Le voci fuori dal microfono ripercorrono melodie celebri – dal trash pop agli inni nazionali – sintetizzate in un «na-na-na» emblematico della banalizzazione di un immaginario culturale, per poi zittirsi e mandare avanti una coreografia silenziosa: prese, release, diagonali e unisoni non abbandonano mai l’almanacco dei ventisei gesti, modulati e orchestrati secondo appuntamenti ritmici. Una cesura nel mezzo divide in due tracce audio lo spettacolo, come a suggerire che si potrebbe continuare all’infinito e però senza chiarire mai fino in fondo i rapporti di dipendenza tra musicista e danzatori. Il segreto di questa ambiguità lo scopriremo solo dopo, apprendendo che Mazzoni e Jenna indossano speciali sensori in grado di reagire al disegno dei movimenti determinando intensità e durate dei suoni e condizionando così la libertà di elaborazione del musicista. Lo spettatore ha dunque, alternativamente, l’impressione che siano i corpi a inseguire i suoni e viceversa, restando preda di una partecipazione che unisce concentrazione cognitiva e abbandono sciamanico.

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Si dirà che associare a un gesto ogni lettera dell’alfabeto conduce alle stesse basi su cui nascevano le posizioni della danza classica al tempo della loro istituzione, nella Francia del Re Sole. In un certo senso questa ricerca di Kinkaleri riparte da lì, non senza l’immancabile vena dissacratoria che lo contraddistingue. Se è diffusa, nella danza contemporanea, la tendenza a schernire la rigidità del codice, il progetto All! trova una via differente, strumentale, definendo un’ortografia del gesto in grado da un lato di far dialogare movimento e parola secondo un rapporto uno a uno, dall’altro di sgombrare il campo dalla sacralità, introducendo regole di un gioco semplice (alla radice) quanto quello musicale, un linguaggio che nella sua linearità si apre alle più vertiginose variazioni di ritmo, di stile, di atmosfera e dunque di corpo del messaggio. Riuscendo a confermare una rilevanza originale e profonda, estrema e insieme basilare essenza del termine sperimentazione.

Sergio Lo Gatto

Spazio k, Prato – Gennaio 2016

Real Good Time | All!
progetto Kinkaleri/Tempo Reale
realizzazione Massimo Conti, Marco Mazzoni, Gina Monaco
con Jacopo Jenna, Marco Mazzoni
Sistemi sonori interattivi & Live electronics  Francesco Casciaro
produzione Kinkaleri, Tempo Reale
in collaborazione con Centro per l’Arte Contemporanea L.Pecci nell’ambito del progetto regionale: “Cantiere Toscana Contemporanea”
con il supporto di Le Murate.Progetti Arte Contemporanea

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Sergio Lo Gatto è giornalista, critico teatrale, ricercatore e traduttore. È dottore di ricerca in Spettacolo (Sapienza. Università di Roma), con una ricerca su critica teatrale e filosofie digitali e cultore della materia L/ART-05. Si occupa di arti performative su Teatro e Critica. Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), collabora con il settimanale Left, con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha collaborato nelle attività culturali e di formazione del Teatro di Roma, partecipato a diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Ha partecipato al progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove cura la rivista online Conflict Zones Reviews. Tra le pubblicazioni, con Matteo Antonaci ha curato il volume Iperscene 3, Editoria&Spettacolo 2017. con Graziano Graziani La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013).

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