La maschera rotta di Capitan Fracassato

 Al Teatro di Documenti Eduardo Ricciardelli scrive e dirige Capitan Fracassato. Recensione

 

Foto di Angela Maria Laudato
Foto di Angela Maria Laudato

«Prego, prego, ha fatto tardi», punta su di me lo sguardo un Pulcinella a volto scoperto, guardando mentre scosto una tenda. È questa, in una sera di consueti ritardi romani, l’occasione su cui ricamare la parola fissata, ponte tra la contingenza e la necessità del teatro. «Trase rind’a nu viecch’ teatro», racconta per il suo personaggio, ma anche per noi, accomodati tra le bianche pareti del Teatro di Documenti, invitati ad ascoltare le storie di un malandato capitano di ventura, il Capitan Fracassato. «Fate domande troppo difficili» risponde il Genio nascosto sotto una consunta poltrona; sogni su un teatro utopico, ma oggi che del teatro rimangono spesso macerie, a cosa tocca dare importanza? È allora che si incontrano i compagni di strada, che si sceglie di abbandonare il feticcio, forse pure dimenticarsi un attimo della tammurriata d’inizio, capire il legame e scordarlo per far propria una nuova tonalità. Rimangono, oltre a lui, tre attori, dalle lunghe esperienze o giovani che sulle acerbità impareranno a costruire una nuova forza.

Si mettono in cammino questi viandanti che del teatro conoscono maschere primordiali. Si muovono sulla via che li condurrà, che li aveva condotti a quella nota tradizione. Dal polveroso zibaldone, le cui narrazioni spesso vengono raccontate soltanto in superficie, quella scritta e diretta da Eduardo Ricciardelli è un’esperienza teatrale che vive di una genuinità raramente ritrovata in tanti tentativi scenici di un genere storicizzato come la Commedia dell’arte. Scapestrata, frammentaria, forma sempre pronta da smussare per l’occasione fatta di testi rimasticati giustamente rubati da ogni dove, recitata da soli o in Compagnia,  fa sì che della riproposta rimanga un po’ più che il sollazzo del momento.

Foto Annamaria Zucchero
Foto Annamaria Zucchero

Del resto Ricciardelli, napoletanissimo classe ‘79, ancor prima dell’accademia, dell’università, ancor prima di Flaminio Scala, del Gozzi preferito al Goldoni, della conoscenza tecnica delle maschere, aveva nella testa i confetti messi in testa dai Pulcinella dei carnevali di Mantemarano. Tradizione ricodificata e studiata, ma, nell’affermazione e nel ricordo del Pulcinella bambino, riconosciuta «non come una maschera distante, ma come ‘a Tradizione», nella volontà di «uscire da quel guscio di gioco e portare il livello tecnico della dissociazione del movimento tecnico e vocale a un livello in cui attraverso la maschera ne fuoriesca l’umanità. Nonostante il rigore nel mantenere quella formalità».

Ecco allora l’incontro-scontro tra due diverse necessità: la tradizione e il suo rinnovarsi; due malcapitati girovaghi incontrano I Gelosi, portatori di una Commedia che si radicò realmente nella storia del teatro italiano ed europeo. Hanno, questi secondi che sono comici intellettuali e che colti lo erano davvero (e all’improvvisazione cruda, pura, concedevano molto meno spazio di quanto romanticamente si creda), maschere e bei vestiti. Saranno forse, quelli di scena, i migliori del baule, eppure parlano forbitamente e secondo un criterio definito, più artefatto e creato ad Arte. Bofonchiano inglese, francese, tedesco, dialetti italiani, provano un inizio che non comincia mai. Si accomodano forse un po’ troppo sulla tradizione consolidata e la struttura rischia di divenire più forte del loro gioco. Ma in questo non rientra il nostro rinnovato Pulcinella, travestito per un’occasione di ventura non da Fracassa ma da Fracassato e costretto per un infortunio a dar per maschera a ciascun personaggio un gambone di gesso. «Quella costrizione nata durante le prove e sperimentata proprio alla prima durante il Festival Lunarte – mi racconterà dopo lo spettacolo – divenne lo stimolo e la più reale maschera; aggiungervi a questa anche un’altra, avrebbe comportato un azzeramento di entrambe».

Foto ufficio stampa
Foto ufficio stampa

Ora sulla scena il gioco si metabolizza, e si può tornare ad indossare il cuoio invece del gesso, ma rimane il ricordo. I viandanti recitano per altre esigenze, interrompono la narrazione costruita – come sempre nella commedia sui tre mortali desideri di fame, morte e sesso -, ci casca lo spettatore che crede all’imbroglio del malanno, ma quando viene svelato il trucco, chi si era alzato con viva preoccupazione ride con i propri burlatori, torna nella commedia il senso più alto che ha per il nostro autore: un senso di festa, di gioco, liberatorio e catartico, non più il compiacimento per la gente del castello, ma per colui che ti sta accanto, gomito a gomito a ballare durante il carnevale.

«Se ti leghi a quei desideri, codifichi quello che devi codificare e poi l’annulli allora avviene qualche cosa che anche ha qualche possibilità di esistere adesso, altrimenti è solo roba da museo, non ne hai bisogno; lo spettacolo, bello o brutto che sia, ne devi aver bisogno adesso, sennò la maschera è morta». Il povero Capitan Fracassa è stato ucciso, «m’ann accis: l’eternit, mi hanno ucciso le tradizioni, le traduzioni, i maestri della cartapesta e del cuoio». Proprio per questo tocca levare la maschera e, per giocare, rompersi una gamba, indossare un mandarino, inventarne comunque sempre di nuove.

Viviana Raciti

Visto al Teatro dei Documenti di Roma a dicembre 2015

CAPITAN FRACASSATO
di e con Eduardo Ricciardelli
e con
Aldo de Martino, Monica Maiorino, Susy Pariante
aiuto regia Giulia Piccione
produzione Teatraltro

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