Teatrodilina, Uccelli migratori: “uno spettacolo è un organismo vivente”

Un caffè con Teatrodilina che chiude il percorso monografico al Teatro dell’Orologio con il debutto di Uccelli migratori.

 

foto Manuela Giusto
foto Manuela Giusto

Il segreto degli Uccelli migratori è la direzione. La capacità di sapersi orientare in uno spostamento necessario alla sopravvivenza della specie, senza rinunciare, nel mentre, alla propria danza. Lo sa bene il cielo di Roma a novembre, tra gli storni, gli sguardi di stupore prima, e la lieve preoccupazione di chi cerca riparo poi.

E lo sa bene anche il Teatro dell’Orologio, che con il suo secondo percorso monografico si fa osservatorio della direzione che una compagnia come Teatrodilina sta percorrendo negli anni, concedendo allo spettatore una postazione privilegiata per coglierne la poetica e il movimento; dal commovente e ironico bagnasciuga dei signori Lagonìa (qui la recensione), alla movimentata scacchiera di Banane che articola con mano riconoscibile la grottesca partita dei rapporti personali, fino al debutto di Uccelli migratori.

È nell’ultimo spettacolo del percorso monografico, dopo aver dato allo spettatore tutta la cifra ironica del dolore dei rapporti umani che Teatrodilina abita con una naturalezza sorprendente, proprio parlando di migrazioni e dunque aumentando vertiginosamente il chilometraggio, che lo sguardo della compagnia sembra essersi fermato in contemplazione.

foto Manuela Giusto
foto Manuela Giusto

Francesco Lagi, autore e regista, seduto a fianco a me in un caffè in via del Governo Vecchio il pomeriggio dopo il debutto, annuisce: «Uno degli spunti che nutre l’idea dello spettacolo si muove su questo paradosso: il viaggio reale, visibile e aperto degli uccelli che attraversano chilometri, e il viaggio nascosto che poi Uccelli migratori si propone di raccontare e di scoprire, ossia il viaggio di una donna che sta per mettere al mondo una persona. I due temi rimbalzano quindi tramite dimensioni opposte, cercando uno di raccontare l’altro. L’immobilità fisica della donna e il viaggio emotivo attraverso delle semplici situazioni teatrali, come l’interno di un appartamento o un incontro in un bosco, si propongono di raccontare degli stati emotivi, ossia il vero viaggio che ci riguarda ogni giorno, e che a noi sembra il percorso più interessante per una persona che si siede a teatro con la speranza di trovare qualcosa che la riguardi dentro il racconto che gli stiamo proponendo».

Dopo qualche minuto entra nel caffè anche Leonardo Maddalena, e resta stupito quanto me dell’atmosfera densa che si è creata al tavolino, nonostante al mio fianco guardare Francesco Colella mi riporti immediatamente alla sua potenza comica che in scena, e soprattutto in coppia con Mariano Pirrello, permette alla compagnia di spingere sull’indagine emotiva senza cadere nel sentimentalismo. In Uccelli migratori, nonostante la leggerezza del tocco registico, immersi nel bosco di Salvo Ingala e nei suoni di Giuseppe D’Amato si ha però più tempo di pensare. Il personaggio di Colella, quasi arreso rispetto ai precedenti, descrive molto bene questo cambiamento. Il rischio di questo spettacolo non è forse di perdere la misura tra indagine e ironia?  «Rischi ce ne sono tantissimi» mi dice Lagi mentre Leonardo Maddalena si siede al tavolo «ma noi non abbiamo timore di perdere una misura. Proponendo uno spettacolo diverso cerchiamo anche di spostare la nota su cui suona quello spettacolo. Non ci interessa che lo spettacolo assomigli a qualcosa che abbiamo fatto ma che abbia un suo suono rotondo e potente.

foto Manuela Giusto
foto Manuela Giusto

Gli spettacoli hanno probabilmente tra loro una somiglianza di stile e di voce. Cerchiamo di far suonare sempre gli stessi attori, e questo lo troviamo vitale e interessante, affinché le voci siano allo stesso tempo riconoscibili ma diverse. Uccelli migratori non lo conosciamo nemmeno noi ancora molto bene, alcune reazioni del pubblico di ieri sono state inaspettate. Certamente ha un’aria diversa, un impasto diverso, questo lo sappiamo, ma questo è un modo per tenerci vivi». E lo conferma Francesco Colella: «Il vantaggio che abbiamo nel lavorare assieme è anche questo; conosciamo i nostri potenziali ed è bello avere le antenne per fermarsi e fare delle virate prima che tutto questo diventi performativo manieristico, che diventi solo ‘stile’. Uno spettacolo è un organismo vivente. Far teatro non è soltanto replicazione, ma è un pensare il teatro giorno per giorno, è una scoperta».

«La scoperta di Teatrodilina è fatta di pratica, attraverso l’esercizio della scrittura, l’esercizio delle prove, dello stare in scena in un modo ritenuto possibile, credibile e condivisibile con qualcun altro. Compiere un’azione emotiva sul pubblico, questo è il risultato che cerchiamo» dice Francesco Lagi, mentre nel silenzio di Regina Piperno (organizzazione) c’è un senso di condivisione.

La pratica in Uccelli migratori è l’indagare su quel periodo misterioso che riguarda la fine di una gravidanza e l’inizio di un parto quell’intercapedine di tempo, come dice Colella con il suo accento di Catanzaro, nella quale si muovono tra le persone dei sentimenti speciali. È proprio questa l’intercapedine nella quale, tra un fratello asfissiante e un uomo sconosciuto come padre del proprio figlio, una donna che ha paura di diventare madre incontra nel bosco Jerry (Leonardo Maddalena), capace di parlare con gli uccelli e di guidare una migrazione prima e farsi da parte poi, come un genitore dovrebbe saper fare dopo aver mostrato una possibile direzione.

foto Manuela Giusto
foto Manuela Giusto

«Più di una persona mi ha chiesto se il libro citato dal mio personaggio — Il linguaggio degli uccelli — esista realmente» risponde Leonardo Maddalena alla mia curiosità «no, non esiste, ma la favola è stata creata, quella curiosità magica e folle è instillata nel pubblico». «È come il Cacao Meravigliao!» si infila Colella, poi riprende Leonardo «Il mio parlare agli uccelli è un comprendere i volatili e gli uomini che ho affianco. Così come capisco la donna che sta in uno stato confusionale, e l’uomo che ha paura; è un guardar dentro più che parlare realmente un’altra lingua».

A quali modelli si ispira la lingua che invece parla Teatrodilina, quali i modelli magnetici che influenzano la vostra direzione? «Quando si fa questo lavoro, il modello è la vita che viviamo. Ciò che poi trasformi e porti sulla scena; personalmente il privilegio di lavorare assieme a loro è quello di staccarmi da un percorso che possa sembrare di stile e di gestione performativa; è tutt’altra cosa, siamo molto più aderenti a ciò che ci accade nella vita normale e questo sfronda e leva via tanti rami secchi, tante concezioni parassitarie, leva via anche quelli che sono i tuoi modelli, i tuoi maestri. Cerchiamo un linguaggio e un movimento nostro». Chiosa Francesco Colella. Poi usciamo dal caffè, ci salutiamo. A piazza Venezia due ragazze cinesi girano con un ombrello aperto; non piove, ma gli storni sanno, non senza paura, che è possibile buttarsi, perché hanno ossa cave e riconoscono nei cieli su Roma la direzione del migrare.

Luca Lòtano

visto al Teatro dell’Orologio, Roma – Novembre 2015

UCCELLI MIGRATORI

Scritto da Francesco Lagi
con Anna Bellato, Francesco Colella, Leonardo Maddalena e Mariano Pinnello
suono Giuseppe D’Amato
scene Salvo Ingala
Disegno Luci Martin Emanuel Palma
organizzazione Regina Piperno, Gianni Parrella
regia Francesco Lagi
produzione Teatrodilina – Progetto Goldstein

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