Teatro in video Special. May B della Compagnie Maguy Marin

Teatro in video 25° appuntamento. Special dedicato a May B della Compagnie Maguy Marin andato in scena al Teatro Argentina durante il Romaeuropa Festival.

 

Foto ©Herve Deroo
Foto ©Herve Deroo

Vedere per la prima volta ciò che altri hanno già visto a partire dal 4 novembre del 1981 quando venne presentato al Teatro Municipale D’Angers: May B, della coreografa Maguy Marin, è stato infatti replicato più di settecento volte in cinque continenti e quest’anno giunge al Teatro Argentina nel cartellone del Romaeuropa Festival per celebrarne il trentennale. Niente di nuovo quindi? Forse no, ma per gli altri. Immersivo e soffocante. Buio. Totale. Pensi che finirà in pochi minuti ma non è così, dura il giusto tempo per condizionare lo spettatore ponendo una netta cesura tra la realtà “di fuori”, quella della giornata che si porta addosso, e la realtà “di dentro”, quella che di lì a poco verrà ricreata. Nessuna luce d’emergenza, nessuno spiraglio a provenire dall’esterno, gli occhi si muovono, cercano, brancolano ma non vedono. Ancora buio. Comincia ad avvolgerti, denso compatto pesantissimo. Ed è musica. L’oscurità sta suonando un lied di Franz Schubert finché la luce giunge a palesare dieci corpi. Il canto s’ interrompe. È silenzio.

Una signora seduta qualche poltrona più in là, prima che arrivasse il buio, aveva detto parlando con una sua amica: «C’è anche M. sta con la figlia di sedici anni “che fa danza”, per lei sarà un’esperienza indimenticabile e domani lo dirà a tutte le sue compagne di corso!». A fine spettacolo ripensando più volte a questa signora, all’amica e soprattutto alla figlia, un’irrefrenabile curiosità affollava i pensieri tanto da immaginare (follia) di porre alla ragazza alcune domande. Che sia “un’esperienza indimenticabile” è fuori discussione, ma quale danza avrà visto?

May B non è un caso, ma complessa approssimazione che sin dal titolo racchiude in sé molteplici tensioni portate a estreme conseguenze e degenerazioni. Attenendoci a ciò che vediamo in scena – senza appigliarci alle enciclopediche classificazioni che definiscono questo lavoro come rappresentativo della nouvelle danse française – potremmo guardare alle azioni dei danzatori come fossero “protodanza” alla ricerca di una propria autonomia di linguaggio. Loro, la massa, lontanissimi dai modelli di perfezione ai quali la tradizione ci ha abituato, sono calcificati, invalidi in un guscio di stracci, copricapi, gonne che sembrano ostacoli al fluire dinamico dei movimenti; sporchi, con le vesti sudice, gli occhi neri e i volti incrostati, profumati però di talco che ai loro passi appare in nuvole di polvere.

Non sono danzatori, ma si scoprono tali attraverso una gestualità estremamente semplice e primitiva: si parte dal basso dagli arti inferiori quindi, strusciando i piedi per poi passare in alto, alle braccia e alla testa e arrivare direttamente alla bocca e alla parola che non c’è, perché i versi sono mugugni. Si devono percepire le risposte del corpo all’impulso volontario del movimento affinché da lì si possano sondare le sue possibilità; la formalità del gesto non è data ma costruita attraverso un’attenta auscultazione della propria fisicità, affinché quando il corpo sarà pronto possa far danzare l’intera figura, compresi la bocca e i denti.

La Compagnie Maguy Marin, fondata nel 1984 da colei che viene definita «La Pina Bausch di Francia», delinea così una parabola ascendente del gesto animando un’umanità impacciata e ingenua che si agita a suon di marce militari e richiami all’ordine (si pensi al fischietto iniziale) e attraverso la danza “si sente corpo” (si toccano i genitali dando sfogo alle pulsioni sessuali). Il riferimento a Samuel Beckett – con il quale la coreografa stessa si era confrontata di persona – e ad alcune delle sue opere (Aspettando Godot, Finale di partita, Va e vieni, Tutti quelli che cadono e ognuno di noi poi potrebbe coglierne di infiniti) si configura dunque non come mera interpretazione della partitura coreografica ma come diretta conseguenza di un’analisi, prima danzata, della condizione dell’ individuo: poter forse danzare, per poter forse essere. E una volta raggiunto, apparentemente, l’obiettivo – cioè quando si abbandonano le vesti sporche, ci si cambia d’abito e si indossano costumi “da uomini” – dove si va? Da nessuna parte. Sulle note di Gavin Bryars si danza una coazione a ripetere dove il dinamismo dei movimenti implode nella stasi e si finisce per restare immobili con il corpo vestito di tutto punto e una valigia in mano.

L’aspirazione beckettiana di poter bucare la parola ferendola e trapassandola affinché si possa rispondere al quesito «perché la mia parola dice solo quel che dice e non va oltre?» è così trasposta in scrittura coreografica: la danza, che non dice parola, deve sottrarsi e poi costruirsi di nuovo, affinché il corpo tutto possa, finalmente, esprimersi.

Lucia Medri
Twitter @luciamedri

visto al Teatro Argentina-Romaeuropa Festival- settembre 2015

 

MAY B

Coreografia Maguy Marin
Musica Franz Schubert, Gilles de Binche, Gavin Bryars
Costumi Louise Marin Luci Alexandre Béneteaud
Interpreti Ulises Alvarez, Kais Chouibi, Laura Frigato, Florence Girardon, Daphné Koutsafti, Johana Moaligou,Pierre Pontvianne, Ennio Sammarco, Marcelo Sepulveda Rossel, Véronique Teindas
Foto © Herve Deroo
Coprodotto da Compagnie Maguy Marin, Maison des Arts et de la Culture de Créteil La Compagnie Maguy Marin è sovvenzionata da Ministère de la Culture et de la Communication, la Ville de Lyon, la Région Rhône-Alpes e riceve il sostegno dell’Istituto francese per i suoi progetti all’estero

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Laureata al DAMS presso l’Università degli Studi di Roma Tre con una tesi magistrale in Antropologia Sociale, sceglie di dedicarsi alla scrittura critica partecipando a workshop e seminari presso la Fondazione Romaeuropa. Dal 2013 è redattrice presso la testata online Teatro e Critica e approfondisce parallelamente la sua formazione editoriale in contesti quali agenzie letterarie e case editrici (Einaudi). Negli ultimi anni si specializza in web editing prendendo parte a master e stage dedicati al Social Media Management presso aziende operanti nel settore culturale (Fondazione Cinema per Roma). Nel 2018 riceve il Premio Garrone «al critico più sensibile nel leggere il teatro che muta».