Patres. L’assenza dei padri secondo Scenari Visibili

Patres. Con la compagnia calabrese tra le intuizioni e visioni che danno sapore alla rassegna Primo Sale. Recensione

 

foto di Gianfranco Ferraro
foto di Gianfranco Ferraro

Entrando in sala mi arrampico con gli altri spettatori sulle assi del proscenio fino a trovare un insolito posto in un Teatro Parioli silenzioso e intimo. Una gelatina blu alle spalle, sulla platea vuota, fa eco alle onde di un mare che non si vede «A ricordati ca a varca ‘on si guida cu l’uocchi, si guida cu l’aricchi!» Poi, da un filo di panni stesi, emerge un Telemaco giovane, inerme, accecato dall’attesa e appeso a un filo mentre anela a essere r(i)accolto. Il realismo evocativo di Scenari Visibili è sabbia che con Patres si infila nel Teatro Parioli e porta la rassegna Primo Sale sul lungomare aspro di suoni e salsedine della Calabria.

Un figlio cieco legato per un piede a un cordone ombelicale continua a domandarsi quando tornerà il padre e a chiedere ai suoi ricordi «ma si u mari è blu e u cielo è azzurru, l’orizzonti chi è nto miezzu, i chi culuri è?», a chiedere dunque a sé stesso qual è la relazione che lega chi ha deciso di rimanere ad aspettare su un mar Tirreno avvelenato, il figlio, e chi invece è partito per i cieli di Santo Domingo dall’aeroporto internazionale di Lamezia Terme, il padre. La risposta sembra spiccare cromatica e metaforica attorno alla caviglia del figlio (Gianluca Vetromilo) sull’estremità della fune con la quale il padre (Dario Natale) lo ha assicurato in un perimetro definito che sostituisce il suo controllo ma non ne riempie l’assenza: l’impiombatura della cima, infatti, ha il colore dell’orizzonte, a dire che la risposta è nel saper definire senza disfare il nostro scarto col passato, prima che questo diventi un limbo.

foto di Gianfranco Ferraro
foto di Gianfranco Ferraro

Saverio Tavano, autore e regista, con l’attrito di una lingua paterna ruvida e musicale, una regia ben dosata tra l’abbraccio che cerca il figlio e la resistenza energica che oppone il padre, si fa Omero delle generazioni che vivono oggi l’assenza di quei padri: familiari, politici, maestri. Argo è morto, potremmo dire, e con lui la sua speranza di rivedere Ulisse mentre il figlio in scena continua ciecamente ad accarezzarne il fantasma che scappa sotto il boato dei boeing che partono dalle piste di Lamezia Terme. Il nostos, il ritorno dell’eroe, non appartiene più alla nostra cultura. Che vincano i Proci, stavolta non torno! sembra esclamare il ghigno, sigaretta tra i denti e braccia incrociate, di un padre perennemente giovane che entra saltellando su un ritmo balcanico ad accompagnarne il peregrinare nomade. Egli ricostruisce e intreccia, nella sua apparizione, un’eredità troppo breve fatta di racconti rimasti come uniche immagini negli occhi immaginifici del figlio cieco. In un intercalare lametino intrecciato di suoni e movimenti, i due interpreti Dario Natale e Gianluca Vetromilo restituiscono magistralmente alla scena il fremito dell’attesa erratica di chi continua a danzare in tondo un estenuante ballo arcaico, una tarantella calabrese con i propri fantasmi che sfinisce il figlio – ma forse anche il padre – nel rimanere perennemente monadi.

La drammaturgia di Patres e la storia stessa della famiglia sono inoltre contaminate trasversalmente da un altro viaggio, quell’atroce piaga sommersa delle navi a perdere, navi cariche di rifiuti tossici nucleari fatte affondare tra lo Ionio e il Tirreno, rendendo alcuni tratti di costa un bacino di tumori e leucemie, lasciando la popolazione in un’attesa troppo placida di giustizia. Cieca, immobile, orfana.

foto di Gianfranco Ferraro
foto di Gianfranco Ferraro

Ma «la vita è più d’un gioco di pazienza» riesce a dire Kafka nelle ultime righe di Lettera al padre, dopo che la sua lunga recriminazione si chiude con una correzione di sguardo. E riesce a dirlo anche Gianluca Vetromilo, aprendo finalmente gli occhi alla fine dello spettacolo, con una fragilità che salva perché c’è il coraggio della rottura: «questo personaggio è cresciuto insieme a me, mi appartiene e quindi riesco a viverlo sul momento; non mi capita sempre di piangere quando lo metto in scena. Oggi quando ho pronunciato “Santo Domingo” ho sentito la stessa solitudine del figlio, e ho pianto, perché il padre non tornerà mai. Io sono riuscito a sciogliere l’attesa diventando padre, tre mesi fa. Da frutto sono diventato radice».

Luca Lòtano
Twitter @Luca_Lotano

8-9 novembre – Caserta – Officina Teatro
18 dicembre – Crotone – Teatro Della Maruca
28 gennaio – Firenze – Teatro delle Arti
29 gennaio – San Miniato (PI) – Teatro di Quaranthana
31 gennaio – Poggio Torriana (RN) – Teatro Centro Sociale

PATRES
con Dario Natale e Gianluca Vetromilo
regia Saverio Tavano
drammaturgia Saverio Tavano
disegno luci Saverio Tavano
tecnica Pasquale Truzzolillo
Foto di scena Angelo Maggio, Pasquale Cimino
con il supporto della Regione Calabria
Produzione Residenza Teatrale Ligeia Lamezia Terme/Scenari Visibili.

Miglior spettacolo festival Inventaria 2014 Teatro dell’Orologio Roma – Premio contro le mafie del MEI 2014 -Secondo premio al Festival Teatrale di Resistenza Museo Cervi – (RE)

 

 

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Luca Lòtano è giornalista pubblicista e laureato in giurisprudenza con tesi sul giornalismo e sul diritto d’autore nel digitale. Si avvicina al teatro come attore e autore, concedendosi poi la costruzione di uno sguardo critico sulla scena contemporanea. Insegnante di italiano per stranieri (Università per Stranieri di Siena e di Perugia), lavora come docente di italiano L2 in centri di accoglienza per richiedenti asilo politico, all'interno dei quali sviluppa il progetto di sguardo critico e cittadinanza Spettatori Migranti/Attori Sociali; è impegnato in progetti di formazione e creazione scenica per migranti. Dal 2015 fa parte del progetto Radio Ghetto e sempre dal 2015 è redattore presso la testata online Teatro e Critica.