Teatrosofia #20. Aristotele dalla parte degli attori… o quasi

Teatrosofia esplora il modo in cui i filosofi antichi guardavano al teatro. In questo appuntamento parliamo di come Aristotele dimostri rispetto nei confronti degli attori.

In Teatrosofia, rubrica curata da Enrico Piergiacomi – dottorando di ricerca in filosofia antica all’Università degli Studi di Trento – ci avventuriamo alla scoperta dei collegamenti tra filosofia antica e teatro. Ogni uscita presenta un tema specifico, attraversato da un ragionamento che collega la storia del pensiero al teatro moderno e contemporaneo.

atene
Otto’s Entry in Athens, Peter Von Hess, 1839

Finora abbiamo osservato come Aristotele sostanzialmente denigri il lavoro dell’attore. Da un lato, esso è tacciato di imprecisione e di essere una forma di menzogna; dall’altro, viene usato per spiegare l’incontinenza e altri comportamenti anormali/folli. Non va però dimenticato che, nel corpus del filosofo, si riscontrano anche alcuni richiami positivi all’arte dell’attore. Prescindendo dalle occorrenze più importanti che figurano nella Poetica, a cui si dedicherà tutto il prossimo appuntamento, segnalo qui alcuni passaggi cosiddetti “minori”.
L’allusione costruttiva più antica è in un frammento del Protrettico. Aristotele argomenta che è ovvio affermare che la sapienza è buona e desiderabile, benché non sia né utile né vantaggiosa, costruendo un’analogia che parte dal lavoro degli attori. Come noi preferiamo dare a questi ultimi tanto denaro per assistere a tanti spettacoli, ovvero prediligiamo scialacquare qualcosa di utile per un’attività in sé inutile, così si dovrebbe anteporre la conoscenza sull’universo a impieghi più vantaggiosi sul piano materiale. L’assunto implicito di tale analogia è che l’atto di conoscere e vedere gli attori che recitano offre maggiore soddisfazione rispetto, poniamo, al commercio e ad altre occupazioni remuneratrici. Una persona sana dovrebbe perciò coltivare i primi di per se stessi e praticare al massimo l’attività commerciale come un mezzo per dedicarsi alle cose inutili della vita.

Altri due richiami positivi all’arte dell’attore si trovano nella Politica. Nel libro V, esso è impiegato per mostrare che un tiranno che “reciti la parte” del buon sovrano – per esempio, che si mostri un corretto amministratore delle finanze statali, o che si atteggi a uomo pio e rispettoso degli dèi – non solo riesce a mantenere più a lungo il proprio potere, ma rende la città più bella, i sudditi migliori e più amabili, la sua stessa persona meno perversa e malvagia. La recitazione diventa in questo caso un mezzo di edificazione morale, sul piano sia pubblico che privato.
Invece, il libro VII della Politica cita il lavoro dell’attore Teodoro, che pretendeva di comparire prima di ogni altro sulla scena e attirare così tutta l’attenzione degli spettatori per l’intera durata dello spettacolo, al fine di giustificare con un esempio concreto la tesi astratta che è nella natura umana nutrire interesse per tutta la vita verso ciò che appare per primo. A sua volta, tale discorso viene usato per impedire ai bambini di assistere alle rappresentazioni di cose malvagie e indecenti, tra cui quelle che si mostrano nella commedia, nei giambi, nei quadri o nelle immagini a tema volgare e scurrile. Se gli uomini fossero ammessi nella fanciullezza ad assistere a tali cose, la propensione verso il male e l’indecenza risulterebbe inestirpabile fino alla morte.

Vanno in ultimo ricordati velocemente due passaggi dei Problemi. Aristotele richiama il fatto che gli attori hanno la voce limpida, in quanto recitano sempre a digiuno, per provare che l’alterazione della voce è dovuta ai motivi contrari, cioè al consumo di cibo e di vino. Questi richiami positivi non vanno tuttavia sopravvalutati. Almeno due di loro contengono, in fondo, delle sopravvivenze della concezione negativa che abbiamo intravisto negli appuntamenti precedenti. Il caso del tiranno che recita la parte del re si ispira ancora al preconcetto secondo cui la recitazione è una forma di menzogna. Costui infatti “finge” solo temporaneamente di essere un buon sovrano: dietro la maschera egli continua a essere un uomo che governa con la forza e senza il consenso popolare. Inoltre, il richiamo all’attore Teodoro è finalizzato alla condanna delle rappresentazioni comiche e satiriche, in sé indecenti e diseducative. Si potrebbe perciò dire che un esempio tratto dall’arte è usato per condannare l’arte stessa. E infine, l’analogia costruita nel Protrettico risulta volutamente imperfetta, perché pone in modo esplicito una preminenza della sapienza sullo spettacolo. Se per vedere quest’ultimo si ha necessità di impiegare molte risorse e di fare viaggi lunghi-faticosi, la conoscenza dell’universo può essere fatta anche «senza spesa» e con minori sforzi. In altre parole, la sapienza ha il valore aggiunto di dare soddisfazione senza sobbarcarsi i fastidi che invece provengono dallo spettacolo.
Alla scuola di Aristotele si prediligono dunque le attività inutili “a costo zero” e che hanno un contatto ancora minore con le cose vantaggiose, quali il denaro. Lo spettacolo risulta così inferiore perché non si disgiunge del tutto dall’utilità, mentre la conoscenza dell’universo appare superiore perché il bene più inutile che ci sia.

———————————-

Non c’è quindi nulla di strano, se la sapienza non appare utile né vantaggiosa, poiché non diciamo che essa è utile, ma che è buona, e che è giusto desiderarla non per causa di altro, ma per se stessa. Come infatti ci rechiamo a Olimpia per il vedere in se stesso, anche se da esso non debba derivare niente di più – poiché lo spettacolo stesso vale più di molto denaro – e assistiamo alle Dionisie non per ricevere qualcosa da parte degli attori, ma anzi pagandoli, e preferiremmo molti altri spettacoli a molto denaro; così bisogna stimare anche l’indagine dell’universo più di tutte le cose che sono ritenute utili. Non è certamente giusto, infatti, viaggiare con gran fatica allo scopo di vedere uomini che imitano donne e schiavi, o combattono e corrono, e non ritenere doveroso indagare, senza spesa, sulla natura degli enti e sulla verità (Protrettico, fr. 44)

Tale è il primo modo mediante il quale si procura sicurezza alle tirannidi; l’altro persegue con cura lo stesso, partendo dal principio opposto a quello descritto e si può capire studiando la distruzione dei regni. In realtà, come un modo per distruggere il regno consiste nel rendere il potere più tirannico, così la salvezza della tirannide consiste nel renderlo più regale: a una cosa sola deve badare il tiranno, a conservare la forza, di guisa che possa governare sui sudditi, non solo se vogliono, ma anche se non vogliono, perché, se rinuncia a questo, rinuncia anche alla sua posizione di tiranno. Questo, dunque, deve rimanere a fondamento, ma in tutto il resto egli deve talora sostenere, talora fingere di recitare in bella maniera la parte del re. (…) Da ciò deriva necessariamente non solo che il suo governo sia più bello e più invidiato perché si esercita su persone migliori e d’animo non abietto e ch’egli viva al riparo da odii e paure, ma anche che il suo governo duri più a lungo e che lui, poi, sia nel suo carattere o ben disposto verso la virtù o buono per metà e non perverso ma solo perverso per metà (Politica, libro V, passi 1314a29-40 e 1315b4-10)

E poiché bandiamo ogni discorso di tal genere, è chiaro che proibiamo pure di vedere quadri e rappresentazioni indecenti. Curino dunque i magistrati che non ci sia niente, né statua né pittura, rappresentante siffatte azioni, se non nei templi di certe divinità a cui la legge permette anche le scurrilità: oltre ciò, la legge autorizza quanti hanno la debita età di onorare gli dèi sia per loro, sia per i figli, sia per le mogli. Si deve pure stabilire che i giovani non assistano né ai giambi né alle commedie, prima che raggiungano l’età in cui hanno il diritto di sedere ai sissizi e di bere con gli altri, ché allora l’educazione li renderà del tutto immuni dal danno prodotto da questi spettacoli. (…) E forse al riguardo non diceva male Teodoro, l’attore tragico: egli non permetteva mai a nessuno, neppure a un attore di poco valore, di comparire sulla scena prima di lui, perché gli spettatori si lasciano attirare da quel che ascoltano per primo: lo stesso accade nei rapporti con la gente e con le cose, perché ci affezioniamo di più a tutto quel che ci colpisce per primo. Bisogna perciò rendere estranee ai giovani tutte le cose cattive, specialmente quelle che hanno in sé malvagità e malignità. Ma passati i cinque anni, per i due seguenti fino ai sette, bisogna che ormai assistano come spettatori agli insegnamenti che dovranno apprendere (Politica, libro VII, passo 1336b12-37)

Perché si altera la voce, quando si grida dopo aver mangiato? Come è facile osservare, coloro che esercitano la voce, per esempio gli attori, i coreuti e altri artisti dello stesso genere, fanno i loro esercizi sempre al mattino presto e a digiuno (Problemi, libro XI, problema 22)

Perché, quando si è ubriachi, si ha una voce rotta più di quando si è sobri? Forse la voce rotta è un immediato effetto della pienezza? Lo prova il fatto che né i coreuti né gli attori recitano dopo mangiato, ma a digiuno. In uno stato di ebbrezza si è più pieni, ed è normale che la voce sia più rotta (Problemi, libro XI, problema 46)

[La traduzione dei passi della Politica di Renato Laurenti (a cura di), Aristotele. Politica, Trattato sull’economia, Roma-Bari, Laterza, 2004, quella dei problema aristotelici è ancora di Maria Fernanda Ferrini (a cura di), Aristotele. Problemi, Milano, Bompiani, 2000. Invece, l’edizione e la resa italiana del Protrettico che viene impiegata è quella di Enrico Berti (a cura di), Aristotele. Protreptico: esortazione alla filosofia, Torino, UTET, 2000]

Enrico Piergiacomi
Twitter @Democriteo

Gli articoli di Teatro e Critica, che sono frutto di un lavoro quotidiano di ricerca, scrittura e discussione approfondita, sono gratuiti da più di 10 anni.
Se ti piace ciò che leggi e lo trovi utile, che ne dici di sostenerci con un piccolo contributo?

4 COMMENTS

  1. Dunque ai tempi di Aristotele si dava agli attori tanto denaro per vedere tanti spettacoli?
    Gli attori dunque venivano pagati? Questa è un’usanza che più non s’usa!
    Chiedo venia per la facile ed ovvia battuta.
    Dicevo, non c’è da stupirsi dell’inutilità del lavoro degli attori, non vedo quale utilità materiale possa avere dal momento che è lavoro d’arte.
    Ma il fatto che gli attori non mangino prima di recitare, questo non vuol dire che non mangino affatto!
    E dunque quei soldi scialacquati, non eran del tutto scialacquati perché permettevano ad altri esseri umani, in cambio d’arte (che è inutile poichè non ha prezo), di campare la loro vita. Era, se non altro, un’ opera buona.
    Una di quelle opere (forse anche secondo Aristotele) che dovrebbero rendere migliore un uomo “utile”.

    Su di una cosa sono d’accordo però con lui: il teatro non è un atto per bambini.
    “La persona incontrerà il teatro (sarà dunque maschera di sè stesso), al momento giusto e solo se sarà scritto nel suo destino”.
    I fatti, peraltro, parlano per me. In trent’anni di scolaresche a teatro e teatro a scolaresche, dovremmo avere oggi un pubblico preparatissimo e numerosissimo. Non dovrebbero bastare tutti i teatri che abbiamo per contenerlo. Invece i teatri chiudono e quelli aperti son desertificati e disertati. E gli adulti disertori di oggi sono certamente quei bambini coatti di ieri. Il mio consiglio dunque, se vogliamo riavere il pubblico, è di provare a sospendere per una ventina d’anni almeno, la pratica della scolaresca che incontra il teatro.

    E torno per chiudere a dire (così, come promemoria), che tra l’attore ed il sovrano vi è una differenza incommensurabile (tanto che trovo assurdo paragonarli). L’attore finge al cospetto d’una platea che sa della sua finzione, mentre la platea del sovrano (del politico in generale) presume che lui sia sincero.
    L’attore finge, il sovrano mente.
    Un caro saluto.
    Claudio

  2. Caro Claudio,

    il problema è che non molti sono propensi a riconoscere la dignità dell’inutile lavoro artistico. I più – e purtroppo sono anche quelli che hanno potere – pensano solo in termini di funzionalità. Senza però contare che anche loro fanno, alla fin fine, cose utili per ottenerne di inutili (vivere nel piacere, passare del tempo con la famiglia, ecc.).
    Aristotele converrebbe con te nel dire che aiutare col denaro l’essere umano che per accidente si trova ad essere attore è un’attività buona. Tra le virtù che il filosofo riconosce all’uomo buono o “spoudaios”, vi è la “eleutheria”, che potremmo grossomodo tradurre con la “liberalità”. Si tratta della capacità di beneficare i privati non per avere qualcosa in cambio, ma solo per esprimere la propria disposizione morale e razionale nel contesto sociale. E’ appunto un altro esempio di atto inutile, compiuto per puro piacere. Il problema è che Aristotele forse non considererebbe l’attore un destinatario adeguato dell’eleutheria, per i motivi già esposti in questo e negli altri interventi.
    Sono poi quasi completamente d’accordo con la tua tesi che “il teatro non è un atto per bambini”. E’ anche vero, però, che secondo me l’essere umano capisce e avverte la poesia molto presto. Secondo me, un bambino è in grado di percepire il teatro meglio di un adulto, perché la sua mente è meno influenzata da pregiudizi che ne ostacolano l’ascolto. Detto questo, è comunque vero che il “teatrico” è qualcosa che va anche cercato insieme all’attore e che richede tensione, ascolto, allentamento e consuetudine con la scena. Forse la soluzione al problema è di tipo dialettico: lo spettatore ideale è un uomo con gli strumenti cognitivi di un adulto e la purezza mentale di un bambino.
    Invece, sono totalmente d’accordo con quest’altro principio: “L’attore finge, il sovrano mente”. Questo è un principio che gli antichi non apprezzano, almeno perché descrivono spesso la superiorità intellettuale e morale (che comprende anche la sincerità) in termini di regalità – ovviamente in senso spirituale. Preparati dunque a vedere l’espressione di un simile concetto in altri autori.
    Un caro saluto a te,

    Enrico.

  3. Sui bambini a teatro.
    Portai mia figlia a vedere uno spettacolo “per bambini” in mezzo ad una platea urlante. Dopo un quarto d’ora mi disse all’orecchio (poichè le dissi che a teatro non si doveva parlare): “Non mi piace”. Andammo a prenderci un gelato.
    La portai a vedere il lavoro di un caro amico. Lo spettacolo cominciava nel buio più totale con una lucina che illuminava il volto dal basso. Dopo 30 secondi mi disse all’orecchio: “Ho paura”. Andammo a prenderci un gelato. La portai a vedere Sacco, di Rem e Cap; rimase a bocca aperta, quasi senza respirare, fino alla fine, affascinata. Certo, lo spettacolo era in piena luce, quasi senza parole, con due omini che, come in una strana fiaba, sgambettavano e correvano.
    I bambini sono persone che hanno bisogno di un po’ di guida. Sbagliai io nel primo e nel secondo caso, non fui abbastanza attento. Voglio dire che la cosa importante è che un bambino sia messo al corrente della parte rituale del teatro, che è fatta soprattutto di pubblico misto e poi di biglietteria, di attesa, di silenzio, di chiacchera sottovoce ecc. e non di deportazioni in massa al cospetto di cose fatte apposta “per loro”.
    Hillmann racconta che quando a quello che sarebbe stato uno dei più grandi violinisti del mondo, fu regalato un violino “per bambini”, lo ridusse in mille pezzi.

    Grazie per la tua risposta

    Claudio

  4. Caro Claudio,

    grazie della bella testimonianza. Ora la tua prospettiva è molto più chiara e sono d’accordo con te. La deportazione di massa a teatro è solo una tortura e gli spettacoli tagliati “per bambini” sono un controsenso. O i bambini percepiscono il teatro, e allora si deve proporre loro quello che vedono gli adulti (con l’opportuno allenamento e l’introduzione graduale di cui parli), oppure non lo percepiscono, ed è inutile proporre una vuota contraffazione.
    Grazie a te per la risposta alla risposta. Un caro saluto,

    Enrico.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here